San Michele di Murato, fianco Sud. Monofora Est.

Claudia Sanna

(titolo originale: Caduta e redenzione: il ciclo scultoreo della chiesa romanica di San Michele di Murato in Corsica (prima metà del XII sec.), in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 85-100)

 

Isolata a un chilometro dall’ingresso del centro abitato, la chiesa di San Michele di Murato[1] si offre improvvisamente all’osservatore in una visione spettacolare, su un promontorio panoramico da cui si domina la vista del Nebbio e del Golfo di Saint-Florent. Facilmente raggiungibile dalle località turistiche della costa settentrionale e orientale è meta consueta per i turisti che durante l’estate affollano le spiagge e l’entroterra della Corsica. Allo stesso modo essa affascinava i viaggiatori europei[2] che, secoli addietro, ne facevano una tappa obbligata del loro tour attraverso la selvaggia e “pittoresca” isola del mediterraneo. Per l’ispettore ai Monumenti Prosper Mérimée che la visitò alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento essa era «la plus belle, la plus jolie église que j’aie vue en Corse». Infatti, oltre alla spiccata policromia e alla torre di facciata[3], l’edificio, datato alla prima metà del XII secolo[4], si caratterizza per un’esuberanza di elementi scultorei che non ha pari in nessun altro edificio romanico dell’isola, sia per il numero di pezzi scolpiti sia per qualità dell’esecuzione e varietà nelle figurazioni.

È noto come, nel Medioevo, i maestri scalpellini non realizzassero le sculture a caso, guidati dal gusto personale, ma seguendo un rigoroso programma iconografico dettato da chi quell’edificio lo aveva commissionato. Il Leitmotiv decorativo riflette quindi gli interessi sociali e spirituali dell’epoca, tenendo conto del fatto che le società e le culture del Medioevo non contemplavano una sfera esistenziale diversa da quella religiosa. L’apparato scultoreo non aveva solo la funzione di impreziosire la chiesa, ma aveva soprattutto la finalità di educare e ammonire i fruitori dell’edificio al rispetto e alla devozione alla Divinità e ai suoi insegnamenti. Per tanto, il messaggio veicolato si differenziava proprio in base al luogo dove era costruito e al pubblico che poteva accedervi. La chiesa di un complesso monastico avrebbe potuto avere un programma ispirato alla vita cenobitica e al rispetto della Regola; un una chiesa cittadina si sarebbe potuto dare risalto alla vita civile e alla concordia, con riferimenti all’amministrazione della giustizia divina e terrena; un edificio costruito su committenza di un sovrano o di una importante personalità, avrebbe visto, accanto alla gloria di Dio, la celebrazione della sua fama e del suo prestigio. Fondamentale era quindi il pubblico a cui si rivolgeva tale sistema decorativo in quanto, nella maggior parte dei casi, si trattava di persone analfabete o semianalfabete, per cui la decorazione scolpita e dipinta diventava quella biblia pauperum attraverso cui il messaggio di salvezza (o la minaccia di dannazione eterna) veniva comunicato in maniera più efficace della parola. L’arte romanica, mediante l’uso di toni apparentemente popolari, diviene così uno strumento politico di integrazione delle classi subalterne della società: la classe dominante, religiosa o laica, si serviva consapevolmente della scultura e dell’architettura per coinvolgere catturare l’attenzione del popolo ammaestrandolo e indirizzandolo verso l’ordine religioso e sociale.

Per la lettura iconografica e iconologica[5] di un complesso scultoreo come quello di San Michele di Murato, come per qualsiasi edificio di epoca romanica, non si può prescindere dallo stato del sapere dell’epoca, dalle credenze religiose e popolari, e dalla maggiore o minore erudizione del committente / ideatore del programma iconografico, nonché del contesto storico, sociale ed economico in cui veniva a trovarsi la costruzione. Occorre quindi tenere conto delle fonti medievali a cui avrebbe potuto attingere l’organizzatore del programma della decorazione. Ispiratrice per eccellenza era la Bibbia con i vari episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma più spesso i temi biblici erano trattati attraverso i commenti dei Padri della Chiesa che moltiplicavano all’infinito i significati e le allegorie di ogni singola vicenda. Tra le fonti classiche godevano di una favore particolare «Le Metamorfosi», di Publio Ovidio Nasone, ma anche il Phisiologus(il «Naturalista»), un’ operetta redatta in Medio Oriente, probabilmente in ambiente gnostico, tra il II e il IV secolo d.C. la cui descrizione simbolica di pietre, animali e piante divenne la base per tutta una serie di affermazioni teologiche, e di conseguenti rappresentazioni iconografiche, che arricchivano l’immaginario medievale dei famosi bestiari. Grande importanza ricoprivano anche le credenze magiche e le superstizioni che l’uomo dell’epoca considerava facenti parte integrante della sua dimensione religiosa. La «magia» non era più pratica pagana se usata per scacciare spiriti maligni e demoni.

[1] A.-C. P. Valery, Voyages en Corse, à l’Ile d’Elbe et en Sardaigne, I, Paris, Libraire de L. Bourgeois-Maze, 1837, pp. 49-50; P. Mérimée, Notes d’un voyage en Corse [1840], rist. anast., Ajaccio, La Marge, 1997, pp. 125-132; p. 102; J.-A. Galletti, Histoire illustrée de la Corse (rist. anast. dell’ed. Paris, Pillet, 1863), Marseille, Laffitte Reprints, 1972., pp. 115-116; C. Aru, Chiese pisane di Corsica. Contributo alla storia dell’architettura romanica, Roma, Ermanno Loescher, 1908, pp.72-84; C. Aru, “L’Arte italiana in Corsica”, in La Corsica nella sua italianità, a cura della rivista Mediterranea; [collaborano a questo volume Antonio Putzolu … et al.], Cagliari ,Tip. Melis Schirru, 1939, p. 94; G. Moracchini-Mazel, Les Églises Romanes de Corse, I-II, Paris, C.Klincksieck, 1967, pp. 132-140, 260; G. Moracchini-Mazel, Corse romane, La-Pierre-qui-vire, Zodiacque, 1972, pp. 167-172; G. Moracchini-Mazel,Corsica Sacra, I, IVe-Xe siècles, Portovecchio, A Stamperia, 2004, p. 274; D. Istria, Pouvoirs et fortifications dans le Nord de la Corse. XIe-XIVe siècle, Ajaccio, Alain Piazzola, 2005, p. 114, 320; R. Coroneo, Chiese romaniche della Corsica, Architettura e Scultura (XI-XIII secolo), Cagliari, Edizioni AV, 2006, pp. 142-145, 154-156; C. Sanna, La chiesa romanica di San Michele di Murato in Corsica, Tesi di laurea discussa alla Facoltà di Lettere Moderne, Università degli Studi di Cagliari, A.A. 2007-2008.
[2] T. Forester, Rambles in the islands of Corsica and Sardinia : with notices of their history, antiquities, and present condition, London, Longman, Brown, Green, Longmans, and Roberts, 1858.
[3] C. Sanna, La iglesia románica de San Michele de Murato en Córcega: hipótesis de restitución del campanario de fachada por la documentación histórica y gráfica anterior a la restauración, Miscelánea Medieval Murciana, n. 35 (2011): pp.225-238. Murcia; C. Sanna, La chiesa romanica di San Michele di Murato in Corsica: ipotesi di restituzione del campanile di facciata, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, N. S., vol. 65, pp. 49-78.
[4] La Chiesa di San Michele di Murato è menzionata per la prima volta nel 1137 (Archives Départementales de la Corse [ADC], Bastia, IH1, 13, 31 marzo 1137 = S.P.P. Scalfati Carte dell’Archivio della Certosa di Calci, II (1100-1150), Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1971, n° 68, pp. 164-166).
[5] Per la lettura dei motivi decorativi sono stati consultati i seguenti volumi: X. Barbier De Montault, Traité d’iconographie chretienne par M. X. Barbier De Montault Prélat de la Maison de Sa Sainteté Orné de 39 Planches comprenant 394 Dessins par M. Henri NodetArchitecte, 2 Voll., Paris, Societé De Librairie Ecclésiastique Et Religieuse, 1898; M. Eliade, Immagini e simboli: saggi sul  simbolismo magico-religioso, Milano, Jaca Book, 1981; G. de Champeaux – S. Sterckx, I simboli del medioevo, Milano, Jaca Book, 1981; H. Schmidt – M. Schmidt, Il linguaggio delle immagini, Roma, Città nuova, 1988; O. Beigbeder, Lessico dei simboli medievali, Milano, Jaca Book, 1989; M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, edizione italiana a cura di Gianfranco Ravasi, Cinisello Balsamo, Edizioni paoline, 1990; G. Heinz-Mohr, Lessico di iconografia cristiana, Milano, Istituto di propaganda libraria, 1995; Temi di iconografia paleocristiana, cura e introduzione di F. Bisconti, Città del Vaticano, Pontificio istituto di archeologia cristiana, 2000; J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, 7. ed. Milano, Rizzoli, 2006. 2 Voll; M. Feuillet, Lessico dei simboli cristiani, Roma, Arkeios, 2007.

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