Andrea Biondi, Marco De Marco

 

(titolo originale: I Longobardi a Fiesole: un osservatorio archeologico per la Toscana dei secoli VI-VIII, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 159-175)

 

 

La storia degli scavi (1809-1930)

La prima sepoltura longobarda di cui si ha notizia a Fiesole è quella scoperta nel 1809 da un barone prussiano, il barone di Schellersheim, nel corso dei suoi scavi nell’area del teatro romano. Il barone, grande collezionista sempre alla ricerca di oggetti rari e preziosi, era arrivato a Fiesole sull’onda delle storie e leggende che circolavano già da tempo su questa antica città dell’Etruria.

Stretto un accordo con il Capitolo della Cattedrale, proprietario fin dal Medioevo della zona, il barone cominciò le ricerche scoprendo, tra le altre cose, una tomba con ricco corredo. Lui stesso annotò: “Sotto una lastra di pietra ho trovato due scheletri maschili con particolari gioielli che nella stessa notte sono stati collocati da una parte.”. La tomba e le suppellettili sono andate disperse e, pur non potendo essere certi che si trattasse di una tomba longobarda, l’ipotesi che lo fosse è sostenibile. Nella scoperta di Fiesole antica il primo ventennio dell’800 fu molto importante. In quegli anni infatti, oltre che nell’area archeologica, si scavò anche davanti alla Basilica di Sant’ Alessandro e proprio nel corso dei lavori di restauro effettuati dall’architetto Giuseppe Del Rosso si portarono alla luce strutture e materiali di età etrusca, romana e longobarda. Fu proprio il Del Rosso a raccontare queste scoperte in una memoria da lui presentata due anni dopo, nel 1817, all’Accademia Etrusca di Cortona[1].

La storia e la ricostruzione dei ritrovamenti nell’area antistante la basilica di sant’Alessandro nel corso dei lavori del 1815[2] si fondano anche sulla “Memoria” del Canonico Filippo Traballesi, archivista del Capitolo: in questa memoria è citato il ritrovamento, in una delle tombe, della crocetta aurea ora conservata al Museo Nazionale del Bargello (inv. n. 13)[3].

Dopo alcune altre scoperte nell’area urbana tra le quali, di particolare significato, quella di un tesoretto monetale scoperto nel 1829 sul versante meridionale della città, nel 1879 “… a ore 1 pomeridiane, a Fiesole nel fare lo sterro per la nuova piazza Mino oggi Umberto I (attualmente piazza Garibaldi, N.d.R.), alla profondità di m. 3,50 dal piano del campo fu trovato n. 2 casse o tombe di materiale fatte a secco coperte con lastre in direzione da sud a nord, ove erano due scheletri, il primo a levante era di donna e l’altro di un uomo assai grande e robusto con denti unitissimi e la donna con denti assai piccoli e vecchi. Dal piano di campagna al piano dell’antico suolo m. 2,70, sopra al detto piano stradale m. 1 di terreno di scarico e bruciato. Il muro che stava sulla testa delle casse a nord era grosso 0,60 murato a calcina con faccia pulita. Questo muro stava da levante a ponente ed era lungo m. 10”[4].

Sulla scoperta esistono anche due relazioni più estese ad opera di due membri della Commissione Archeologica, il conte Francesco Zauli Naldi[5] e il professor Pietro Stefanelli[6].

L’area di Fiesole che fu investita da questo consistente intervento urbanistico si rivelò di ricchissima sedimentazione archeologica come notò il Gamurrini che, in quei giorni a Firenze, si recò a Fiesole: […] dietro al Museo e a lato della pubblica via incorsi nel nuovo spiazzato che si operava per allargare la via e preparare l’area per la costruzione di edifici privati: e vidi molte pietre tagliate in quadro sparse ovunque, macerie di muri che andavano scomparendo a mano che progrediva il lavoro … Nondimeno dirò che a destra della pubblica via nel punto designato si va spianando il declivo del colle per uno spazio di circa 600 metri quadrati con un taglio crescente da uno ai due metri […][7].

Fu merito della Commissione, in particolare di Pietro Stefanelli, se le ossa degli inumati vennero raccolte, conservate ordinatamente e studiate[8].

Nel descrivere brevemente le scoperte del 1879 il Maiorfi, all’epoca ingegnere comunale, indicò sei tombe: si trovavano intorno a ruderi di fabbricati non meglio specificati, in un terreno che […] era formato di scarico per l’altezza di metri 1 ed aveva subìto l’azione del fuoco perché vi erano ancora dei frammenti di legname e dei sassi arroventiti […][9]. Dalla semplice planimetria che lo stesso Maiorfi pubblicò si può ricavare che cinque di esse erano orientate da est a ovest mentre una parrebbe assolutamente divergente, da sud a nord. Tutte le tombe avevano la consueta, semplice, struttura con materiali in pietra di risulta dagli edifici presenti nell’area: bozzette murate a secco sui lati lunghi e corti, fondo a volte pavimentato e a volte no, copertura a lastre.

Nel riordinamento degli oggetti effettuato negli anni ’80 furono individuati solo quattro dei sei presumibili corredi con la possibilità però che due di questi siano più antichi.

 

Tomba 1: a due deposizioni, una maschile e una femminile. Il corredo funebre conservato è costituito da una bottiglia in ceramica con decorazione a fasci di linee ondulate e rettilinee parallele alternate incise a crudo e da un coltellino in ferro (inv. n. 1313).

Tomba 2: probabilmente a una deposizione; per corredo una bottiglia in ceramica a collo lungo e corpo cilindrico decorata come la precedente[10] (inv. n. 1314)

Tomba 3: non abbiamo alcun dato sulla deposizione. L’integrità del corredo è dubbia: sono documentati solo dodici piccolissimi bronzi e un piccolo bronzo del periodo di Teodosio (inv. n. 2170 – 2182) che parrebbero poter retrodatare la tomba all’età tardo-antica.

Tomba 4: ne rimangono solo gli oggetti relativi al corredo: due punte di lancia e un gruppo di 250 piccoli bronzi del Basso Impero (inv. n. 648, 649 e 2216) oggi conservati solo in parte.

Tomba 5 (?): possediamo un altro oggetto rinvenuto nella stessa piazza e nel corso degli stessi lavori. E’ una fibbia in bronzo a placca triangolare mobile e sagomata forse parte del corredo funebre di una delle tombe sopra descritte o di una mancante rispetto all’elenco del Maiorfi e di cui sarebbe l’unica testimonianza rimasta (inv. n. 615).

Tomba 6: è quella scoperta nel 1882. In essa, oltre ad alcuni frammenti ossei pertinenti a un solo scheletro maschile, fu recuperato un corredo composto da una bottiglia decorata con fasci di linee rettilinee e parallele incise a crudo, un calice di vetro e dodici frammenti di guarnizioni ageminate per la cintura di una spatha. E’ questo il primo corredo rinvenuto che rimanda espressamente alla cultura longobarda.

 

Vale la pena sottolineare che le tombe 3 e 4 risultano difficilmente inquadrabili nel periodo longobardo e paiono piuttosto assegnabili all’età tardo-antica: questo indicherebbe un uso cimiteriale di questa parte della città, evidentemente già in parte abbandonata, già alla fine del IV – inizi del V secolo.

Quando poi Edoardo Galli si trovò a compilare il suo Schedario, nella sintetica scheda che raccoglie i numeri dal 619 al 634 indicò la presenza di aghi crinali provenienti da tombe di VI-VII secolo da via Marini e via Portigiani non altrimenti documentate. Ciò sarebbe un’ulteriore conferma per l’ipotesi di una estensione del cimitero tardo antico e poi longobardo su tutto il versante settentrionale della città, sul pendio digradante che scende dall’area del Foro fino all’attuale area archeologica che risulterebbe quindi in larga parte abbandonato già a partire dalla fine del IV secolo[11].

[1] Del Rosso G., Singolare scoperta di un monumento etrusco nella città di Fiesole. Memoria del Professor Giuseppe Del Rosso. Pubblicata, letta nella Accademia Etrusca di Cortona nell’adunanza del 4 settembre 1817 – Archivio Capitolare XVI, 35.11.
[2] De Marco M., 1995, La Cattedrale di San Romolo a Fiesole in AA.VV., La Cattedrale di San Romolo a Fiesole e lo scavo archeologico della cripta, Firenze, pp. 14-17 con riproduzione di una pianta della necropoli.
[3] Si va a citare: […] croce formata, e tagliata in una foglia d’oro […] nelle quattro sue estremità non è incavata, ma ciascheduna è terminata in una linea retta è […] un piccolissimo foro in ciascuna delle quattro estremità”. Interessante anche il riferimento a un lastrone di copertura di una delle tombe con “rilevata nella pietra una gran croce che nella maniera che presentava avea grandissima simiglianza colla piccola croce […].
[4] A.C.F., IV, 436
[5] Deputato al Parlamento Italiano tra il 1867 e il 1874, fu Presidente della Commissione Archeologica.
[6] Professore di Scienze Naturali e entomologo noto a livello internazionale fu direttore del Museo per un breve periodo dal 1878 al 1879.
[7] Gamurrini F., 1879, Scoperte a Fiesole, “Bullettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica”, pag. 177
[8] A.C.F. IV, 436.
[9] Maiorfi M., 1912, Descrizione dei ruderi monumentali ritrovati negli scavi a Fiesole, Firenze.
[10] Per queste bottiglie si veda Francovich R., 1984, Rivisitando il Museo di Fiesole: in margine ad alcune ceramiche di epoca longobarda in Studi di antichità in onore di Guglielmo Maetzke, Roma.
[11] Si vedano anche le osservazioni di De Marinis in merito allo scavo in via Marini (De Marinis G., 1990, Considerazioni storico-topografiche in AA.VV.,Archeologia urbana a Fiesole, lo scavo di via Marini-via Portigiani, Firenze, pp. 21-22) o quanto osservato da Ciampoltrini a proposito di altre tombe nell’area archeologica (Ciampoltrini G., 1994, Città “fortificate” e città fortezza. Storie urbane della Toscana centro-settentrionale fra Teodosio e Carlo Magno in R. Francovich, G. Noyè (a cura di),  La storia dell’altomedioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia, Convegno Internazionale Siena 1992, Firenze, pp. 620-626.

In foto: Corredo della tomba XI (da De Marco, Cianferoni 2014)

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