L'ABBAZIA DI SAN GODENZO: UN ESEMPIO DEI METODI RESTAURATIVI AI PRIMI DEL '900

Roberto Del Monte

 

 

I restauri condotti tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo hanno seguito quasi ovunque metodi più o meno arbitrari, determinati da un senso del Medioevo indistinto, quasi “romantico”. La cultura restaurativa dell’epoca percepiva questa complessa età come un unico, grande blocco, privo (o almeno povero) di sfumature, tale che non vi erano poi grandi differenze tra un portale toscano dell’XI secolo ed uno del XIII. Spesso i restauri scaturiti da questa cultura, che pure aspiravano ad una riscoperta sentimentale dei caratteri originali degli edifici, finivano per determinare trasformazioni e modifiche tanto inconsapevoli quanto disastrose, talvolta condotte con una tale cura da rendere poi difficile il discernimento tra vero e falso. Guido Tigler ha infatti osservato come oggi la maggiore consapevolezza di questo problema abbia determinato un « iperscetticismo circa la possibilità di cogliere i caratteri originali di un’architettura, dal momento che prevale la sensazione che il progetto medievale sia ormai totalmente nascosto dietro alle trasformazioni successive »1. Anche la chiesa di San Godenzo2 ha subito una serie di restauri tra il 1907 ed il 1922, che se da una parte hanno tentato di rimuovere ogni elemento che fosse riferibile alla fase servita dell’edificio (XV-XVIII secolo), dall’altra hanno comunque determinato imprecisioni filologiche e falsi artistici che rendono l’individuazione di qualsivoglia carattere originale piuttosto complicato.

 

  Per capire quale sia stata la portata di questi interventi, prendiamo le mosse dal giornale “Il Marzocco” del 16 Novembre 1902, che pubblicò un articolo del bibliotecario e intellettuale Giuseppe Maria Passerini, il quale denunciava la pessima situazione in cui versava la chiesa di San Godenzo: « […] le condizioni del glorioso tempio, che accolse Dante nel 1302, sono veramente tristissime e lacrimevoli. Il brutto campanile che fu sostituito all’antico quando - a’ tempi di Ferdinando III - tutta la chiesa fu orribilmente deturpata, grava sconciamente sul lato anteriore della navata di destra che perciò minaccia, da un momento all’altro, di rovinare. Enormi ferite, larghe e lunghe fendono gli archi, e la facciata della chiesa si piega sotto lo sforzo immane e continuo. Né in migliore stato son le altre parti del venerando monumento, il cui tetto riposa su travi fradice e ha le tegole infrante; qua e là grandi rotture apron libero corso alle acque piovane e a’ venti della montagna. […] I freschi di Andrea3, che un tempo onoravano le pareti del coro, sono stati irreparabilmente distrutti. Ma occorre impedire, ad ogni costo, che la chiesa rovini […] ».

 

Non possiamo dire se e quanto il suo tono fosse esagerato: di certo non sperava che qualcuno intervenisse con un’opera di restauro completa, ma che almeno venisse rimosso il campanile del 1828, che in effetti, per motivi strutturali, stava spingendo la facciata verso una lenta ma inesorabile deformazione che certo ne avrebbe potuto provocare il crollo. Osservando la fotografia scattata prima dell’inizio dei lavori si rileva come il campanile, in effetti, poggiasse unicamente per due soli lati sull’apparecchio murario di facciata e sulla porzione di muro che definisce la navata centrale: al contrario, i lati sud ed est del campanile poggiavano sulle capriate lignee della copertura. La preoccupazione del Passerini risultava quindi giustamente fondata, e non rimase inascoltata: già il 31 ottobre del 1905 il Ministero della Pubblica Istruzione pregava il Direttore dell’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti della Toscana di presentare una proposta di ripristino dell’antica Badia « non appena fossero stati ultimati i lavori diretti unicamente ad assicurare le condizioni statiche del Tempio […] »4. In realtà fu la prima fase di restauri a concludersi con la demolizione e sostituzione del campanile, nel 1909, e non viceversa: il 29 Marzo 1907 l’architetto senese Ezio Cerpi presentava il computo metrico dei lavori da farsi, per la cifra di 4550 lire5. Non si trattava di grandi lavori, ma di un’operazione volta alla rimozione degli eccessi barocchi e all’esecuzione di piccoli interventi murari: il rifacimento del tetto dell’abside e la demolizione di un muro che vi era addossato, la stuccatura a gesso di eventuali lesioni interne e la ripresa d’intonaco, il rifacimento del pavimento del presbiterio in quadroni di terracotta, la riverniciatura in rosso antico delle capriate del tetto, il restauro degli infissi delle vetrate. Neanche la cripta subì interventi sostanziali: i due altari che erano presenti furono solo restaurati, i cretti rattoppati e le pareti imbiancate. I cambiamenti più significativi furono operati nella navata centrale: le cornici e gli zoccoli in stucco che alteravano le proporzioni dei pilastri furono rimossi, così come venne smontato il grande altare del XVI secolo che occludeva l’accesso centrale della cripta (che poi fu nuovamente seminascosto da un altare più piccolo e « conforme al carattere della chiesa »), ed anche le cornici che appesantivano le entrate laterali furono eliminate. La balaustra del presbiterio invece non fu rimossa, ma solo sostituita da un’altra, in tutto e per tutto simile alla precedente se non fosse stato per lo spanciamento delle colonnine. Nel complesso però non sembra ancora ben delineata la volontà di tornare definitivamente all’originario linguaggio romanico, ed anzi si può dire che il Cerpi condusse in questa fase un tipo di restauro conservativo più simile a quello che per cui si sarebbe optato oggi.

 

L’opera di ripristino radicale delle presunte forme romaniche prende avvio solo dieci anni dopo: nell’aprile del 1919 il Cerpi presenta una relazione6 sulle condizioni della chiesa dopo i primissimi interventi ed accenna ai lavori da effettuarsi. Nonostante la pulitura preliminare del 1907, secondo l’architetto la chiesa di San Godenzo è ancora lontana dal ritrovare il suo aspetto originario: esternamente l’abside è ancora coperta per due terzi della sua altezza da una casa privata che le è stata costruita addosso, impedendone la vista, e la facciata è ancora intonacata, percorsa da fasce verticali e orizzontali. Anche internamente, tanto le pareti quanto i pilastri sono coperti d’intonaco. La pavimentazione è in laterizio: quella vicino al portale è a quadroni con fasce di pietra, mentre gli spazi tra i pilastri sono coperti a campigiane. Le restanti porzioni di pavimento sono in mattoni ordinari disposti a spina di pesce. Il muro trasversale che separa la cripta dal resto della chiesa è sopravanzato rispetto a ciò che vediamo oggi, e tocca i pilastri della sesta campata. Lo spazio tra questi e le colonnine della cripta è voltato a piccole crociere nello spazio corrispondente alla navata centrale, e da due volte a botte in quello relativo alle due navatelle laterali, indizio questo di un probabile ampliamento della cripta in epoca successiva alla prima fase costruttiva della chiesa. Le scale di accesso al presbiterio sono coronate da « una goffa balaustra di pietra, che presenta i caratteri del secolo XVII », così come della stessa epoca è « un altare di pietra con colonne e trabeazione […] con un mediocre dipinto su tela » collocato nel vano dell’abside presbiteriale, al posto dell’antico altare romanico, che era stato spostato nella cripta (dove peraltro doveva trovarsi originariamente, essendo stato pensato per accogliere le reliquie del santo). Altri due grandi altari del XVII secolo sono addossati alle pareti delle navatelle, in prossimità delle scale, e accanto a questi vi sono due cappelle secentesche, recintate e voltate a crociera, contenenti due fonti battesimali coevi. Piccole immagini di santi, dipinte a fresco non prima del XVI secolo, decorano otto pilastri e la controfacciata.

 

1 G. Tigler, Toscana Romanica, Milano 2006, p. 22.

2 La chiesa di San Godenzo sorge al centro del paese omonimo, lungo quella che oggi è la Statale 67, in Val di Sieve, al confine con l’Emilia Romagna. Si tratta di un edificio dell’XI secolo, sorto per ospitare le spoglie del santo Godenzo, già chiesa monastica benedettina e poi conventuale servita, che ha subito importanti manomissioni tra XV e XVIII secolo, tali da indurre a ritenere necessario un ripristino radicale negli anni ’20 del secolo scorso. Le cronache ricordano l’abbazia di San Godenzo come rifugio e luogo di convegno dei Bianchi fuoriusciti da Firenze (giugno 1302), cui prese parte anche lo stesso Dante Alighieri [E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, V, Firenze 1843, pp. 61-65.]

3 Si riferisce agli affreschi ritenuti di Andrea del Castagno che ornavano il catino absidale. In realtà non sappiamo con esattezza cosa ornasse il catino prima del mosaico novecentesco. Nel 1914 Franco Niccolai scrive: « non più che la memoria resta di certi affreschi […]. Ma dell’affresco nella volta del Coro, di mano, credesi, di Andrea del Castagno, che raffigurava Dante e gli altri ghibellini che erano stati al Convegno del 1302, restava a metà del secolo XIX pur qualche traccia » [F. Niccolai, Mugello e Val di Sieve, Roma 1914, p. 639]. Della presenza di quest’opera parla anche Ignazio Domino nel 1929: « un affresco di Andrea del Castagno testimoniava il convegno di Dante fuggiasco […]. Ma col volgere dei secoli […] fu raschiato, per dar luogo ad altro intonaco e calce e bianco » [I. Domino, L’Abbazia di San Godenzo, Firenze 1929, p. 16]. Da ultimo, cita la presunta esistenza dell’affresco quattrocentesco anche Alberto Fortuna, nella sua monografia su Andrea del Castagno, a metà degli anni ’50 [A. M. Fortuna, Andrea del Castagno, Firenze 1957, p. 92]. Le parole di questi autori non sono però avvallate da alcuna documentazione al riguardo, né i documenti sul restauro specificano quali fossero le condizioni del catino absidale prima dell’apposizione del mosaico del Cassioli; vi sono invece molti altri autori che non citano la presenza di quest’affresco, a cominciare da Giorgio Vasari, che in nessuna delle due edizioni delle sue Vite parla di un qualche lavoro di Andrea del Castagno a San Godenzo; come lui, anche Mario Salmi e Marita Horster, nelle loro monografie sul pittore, ignorano questo presunto intervento. In base alle pochissime informazioni in nostro possesso, e dando per evidente l’esistenza di un qualche affresco a San Godenzo, possiamo dunque formulare alcune ipotesi: l’opera, effettivamente di Andrea del Castagno, sarebbe stata un lavoro giovanile del pittore che, nato nel 1421 nella vicina Castagno d’Andrea, già nel 1440 è a Firenze da cui, salvo un soggiorno a Venezia nel 1442, non si sposta fino alla morte, nel 1457; l’opera non sarebbe di Andrea del Castagno, ma di un suo allievo, magari Giovanni di Francesco (il cui corpus è molto incerto), la cui mano avrebbe tratto in inganno Niccolai e gli altri autori; l’affresco è opera di un altro pittore, la cui figura, nel tempo, è stata sovrapposta a quella di Andrea del Castagno a causa della vicinanza (poco più di cinque chilometri) tra San Godenzo ed il paese d’origine del celebre artista, Castagno d’Andrea. È questa l’ipotesi che riteniamo più verosimile, data l’assoluta mancanza di fonti autorevoli che ci parlino di un Andrea del Castagno a San Godenzo.

4 Ministeriale del 10 Maggio 1907 del Ministero della Pubblica Istruzione al Direttore dell’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti di Firenze, cartella 01, A 404, Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per la provincia di Firenze.

5 Perizia dei lavori di completamento del restauro all’antica Badia di San Godenzo redatta dal Cerpi il 29 Marzo 1907, cartella 01, A 404 cit. 

6 Relazione Chiesa di San Gaudenzio a San Godenzo redatta dal Cerpi il 24 Aprile 1919, cartella 01, A 404 cit.

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