TRA ORIENTE E OCCIDENTE: LE STOFFE DELLA TOMBA DI SANT'EMIDIO AD ASCOLI PICENO

Furio Cappelli

 

Il primo filo del percorso si dipana dall'Oriente, ed è naturalmente il più suggestivo. All'Oriente rimandano lo stile e la tecnica delle stoffe emidiane, e all'Oriente rimanda la seta. Il filo ricavato dalle larve dei lepidotteri, e la capacità di lavorarlo in tessuti di grande complessità grafica e cromatica, sono stati a lungo una prerogativa esclusiva delle terre più lontane del continente asiatico. La proverbiale via della seta giungeva sino al cuore della Cina, dove la sericoltura era conosciuta già nel secolo XII a. C., e lungo questa via in tutto l'arco della storia antica si svolse una fitta peregrinazione di carovane. La pista si snodava per 4000 chilometri dalla Siria al bacino del Tarim, ed era disimpegnata da molteplici empori in cui si assisteva di continuo a scambi di merci e a flussi di moneta pregiata. Roma non aveva contatti diretti con la Cina, dal momento che le mercanzie non viaggiavano su una tratta unica, ma passavano di carovana in carovana.

 

Dettaglio della seta policroma istoriata rinvenuta nella tomba di sant'Emidio, con la raffigurazione della caccia fortunata del principe Bahràm di Persia (manifattura siriaca, sec. VIII-IX), Ascoli Piceno, Museo Diocesano.
Dettaglio della seta policroma istoriata rinvenuta nella tomba di sant'Emidio, con la raffigurazione della caccia fortunata del principe Bahràm di Persia (manifattura siriaca, sec. VIII-IX), Ascoli Piceno, Museo Diocesano.

Il punto di incontro tra i mercanti della Persia e i mercanti cinesi è individuato da Plinio il Vecchio nella Torre di Pietra che sorgeva ai margini del Tarim, forse presso l'odierna Darmut Khurgan. Nello snodo del percorso rappresentato dai territori del Medio Oriente, tra il Mar Nero, il Mar Caspio e il Mar Rosso, hanno svolto a lungo un ruolo di mediatori dapprima i Parti e poi i Sasanidi, gli ultimi eredi dell'impero persiano: il primo re della stirpe, a quanto pare, era figlio di un ricchissimo mercante di seta. Saranno i Sasanidi a gestire l'avamposto della via carovaniera quando Bisanzio venne a detenere il primato della domanda, interrotto per secoli (ma pronto a riemergere) il ruolo nevralgico della Città eterna. Saranno sempre i Sasanidi a stabilire il prezioso punto di contatto tra le tradizioni artistiche dell'Asia centrale e il mondo mediterraneo, proprio grazie ai proficui rapporti commerciali e culturali con Bisanzio.  Anche quando l'irrequietezza dell'Impero kushano, interposto tra la Cina e la Persia, aveva prodotto un'inflessione dei traffici sulla via della seta, nel sec. III d. C., i rifornimenti poterono svolgersi ancora più agevolmente grazie agli sviluppi del traffico marittimo verso l'Oceano Indiano. Il trasporto di merci su imbarcazione garantiva peraltro costi meno elevati, risparmio di tempo e maggiori sicurezze. Già nel 100 a. C. un navigatore greco, Ippalo, aveva scoperto quanto fossero proficue alla navigazione verso l'Estremo Oriente le correnti prodotte dai monsoni. Il monopolio cinese venne rotto dallÕaudacia e dall'ingegno di alcuni monaci nestoriani. In un colpo solo minarono millesettecento anni di predominio con una formidabile spedizione condotta proprio sulla via delle carovane. La storia è nota, ma è sempre piacevole ricordarla. Narra Procopio di Cesarea che muniti di mitici bastoni i nostri eroi partirono dai territori bizantini alla volta dell'Estremo Oriente, intorno al 550. Con l'ausilio di quei bastoni, completamente cavi al loro interno, raccolsero quante più larve possibile, curandosi di avvolgerle in congrue dosi di letame, per assicurare loro calore e nutrimento nel corso del lungo viaggio di ritorno. Grazie a questa espugnazione fu possibile gettare le basi di una sericoltura mediterranea, dapprima concentrata nei territori dell'Impero bizantino. La Siria, in particolare, si rivelò sotto questo aspetto particolarmente propizia. I suoi porti divennero di importanza nevralgica per la produzione e la diffusione dei tessuti, e forse dallo scalo di Tiro (nell'odierno Libano) proviene la stoffa serica di sant'Emidio. La capitale Costantinopoli venne a costituire un centro manifatturiero attivissimo, soprattutto per via delle richieste incessanti che venivano dalla corte, sia per le esigenze cerimoniali, sia per la predisposizione degli omaggi destinati ai sovrani stranieri. Il conte Burcardo, che guidava l'ambasceria dell'imperatore Enrico IV, ebbe in dono da Alessio I Comneno cento pezze di seta purpurea, insieme a tessuti in oro e argento [1]. 

La seta a Bisanzio valeva quanto l'oro, ed era severamente proibito realizzare ad uso privato ed esportare tessuti tinteggiati di porpora, esclusivamente gestiti dalla corte. Il vescovo Liutprando di Cremona, ambasciatore di Ottone I nel 968, dopo essere stato sbeffeggiato dal burbero imperatore Niceforo II Foca, convinto del fatto che i cosiddetti rinnovatori dell'Impero romano d'Occidente altro non erano che dei barbari travestiti [2], dovette subire l'affronto del sequestro alla dogana di cinque pezze purpuree [3]. Niceforo aveva negato il salvacondotto, così come aveva negato ad Ottone la mano di  Teofano, che nella porpora era nata. L'espansione dei Musulmani, in particolare con l'assorbimento della Siria bizantina e del regno sasanide nel califfato degli Omayyadi, non interruppe minimamente i ritmi dell'industria e del traffico mercantile, né pregiudicò la trasmissione dei saperi tecnici e delle forme stilistiche, ma anzi ampliò il raggio d'azione della sericoltura ai territori islamizzati dell'Europa, la Sicilia e la Spagna [4],  e determinò nuove soluzioni stilistiche e compositive che si affiancarono a quelle tradizionali. Il predominio dell'Oriente nel settore tessile rimase indiscusso, e non solo nel settore serico. Anche quando si avviarono le prime manifatture europee, la loro attività, specie se condotta a certi livelli, richiese senz'altro l'apporto tecnico degli operai arabi e bizantini, anche nei secoli del pieno Medioevo. Non soddisfatto dei livelli di qualità produttiva nei laboratori siciliani, il re normanno Ruggero II nel 1146, facendo appello alla sua indole piratesca, pensò bene di fare una razzia di setaioli che lavoravano a Tebe, ad Atene e a Corinto. Quando l'imperatore Manuele I Comneno intavolò un negoziato per trovare una soluzione all'accaduto, ottenne la restituzione di alcuni prigionieri, ma Ruggero si tenne ben stretti i tessitori, che rimasero a dare man forte alle manifatture del Regno [5].

 

1 MARTINIANI REBER, 1999, p. 579.

2 Rivolto a Liutprando che tesseva le lodi del suo Impero, nella speranza di ottenere l'accordo di nozze tra Ottone I e la porfirogenita (nata nella porpora) principessa Teofano, Niceforo replicò sprezzante con un vituperoso elenco di nefe della virtus militare dell'Occidente, scaduta nello spettacolo avvilente di genti bislacche ricolme di cibo, e culminò nella fulminante sentenza: "Voi siete Longobardi, non Romani!" (cit. in GIARDINA, 1993, p. VI; trad. dell'Autore). L'imperatore aveva messo il dito nella piaga dolente dell'inferiorità economica, sociale e culturale dell'Occidente, e sul ruolo che in esso giocavano i discendenti dell'aristocrazia militare germanica (come Liutprando!). Più di trecentocinquant'anni prima, il peso della componente barbarica sull'identità occidentale venne espresso con linguaggio analogo, in un momento di particolare amarezza, da papa Gregorio I (590 ca. - 604), quando poté definirsi "vescovo non dei Romani, ma dei Longobardi, [un gregge] la cui bandiera bianca è la spada e i cui gesti di buona volonta assumono la forma di atrocità" (cit. in BROWN, 2006, p. 253, trad. di M. Sampaolo).

3 Cfr. FARIOLI CAMPANATI, 1982, p. 390; MARTINIANI REBER, 1999, p. 578.

4 A questo riguardo è d'obbligo un riferimento alla splendida casula di san Tommaso da Canterbury conservata nella cattedrale di Fermo, con un'iscrizione cufica che consente eccezionalmente una collocazione ad annum e persino l'identificazione del luogo di provenienza. Si tratta di un ricamo di manifattura araba eseguito tra il 1116 e il 1117 in Almerìa, nella Spagna meridionale, che fu insieme a Còrdoba il maggiore centro della produzione tessile ispano-moresca. E' utile ricordare la casula fermana per tutti quegli elementi iconografici di comune origine iranica che la riallacciano idealmente alle opere ascolane citate di seguito: la scena di caccia con il cavaliere, il grifone, l'aquila che artiglia una preda, il gallo. La struttura a clipei con spazi di risulta decorati, presente anche nella stoffa serica emidiana, suggerisce invece un più ampio ventaglio di correlazioni, essendo presente nei tessili dell'Asia minore come pure nei motivi a rotae dei mosaici della tradizione greco-romana, diffusa in tutto il Mediterraneo.

5 MARTINIANI REBER, 1999, p. 573.

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