BATTISTERO, CITTA' E FORMA URBIS: UN PERCORSO TRA FIRENZE E ASCOLI PICENO

Anonimo, Veduta della Città Ideale, Walters Art Museum, Baltimora, 1470-1480
Anonimo, Veduta della Città Ideale, Walters Art Museum, Baltimora, 1470-1480

Furio Cappelli

 

 

Ironia della sorte, Firenze – culla del Rinascimento – continuava ad avere come monumento-simbolo un edificio realizzato nei secoli bui di quel Medioevo tanto deprecato da Giorgio Vasari: il battistero di San Giovanni. Non a caso esso compare, debitamente trasfigurato, al culmine di una delle famose rappresentazioni della Città ideale, quella oggi conservata a Baltimora, databile agli anni 1470-80. In quell’immagine degna di una metafisica quinta teatrale, a esaltazione dei principi di proporzione e di simmetria propugnati dai nuovi ingegni dell’architettura e delle arti figurative, il nostro battistero chiude lo scenario al fianco di un arco trionfale anticheggiante, facendo da pendant a un Colosseo in versione integrale. La chiesa fiorentina poteva dunque fare da contraltare a uno dei più rappresentativi monumenti della Roma dei Cesari, e si riteneva per giunta che risalisse alla sua stessa epoca. D’altronde, non c’erano dubbi sul fatto che il battistero di Firenze altro non fosse che il principale tempio della città antica,dedicato a Marte, in seguito adattato al culto cristiano. Si trattava peraltro di una convinzione di lungo corso, se già ne era pienamente persuaso Giovanni Villani nella prima metà del Trecento. Caso straordinario, una leggenda medievale su un monumento medievale veniva a dare supporto alle convinzioni dei maestri del Rinascimento, assolutamente certi che un’opera del genere prima della loro epoca fosse realizzabile solo ai tempi della Roma imperiale. E con questo spirito Filippo Brunelleschi studiò a fondo l’edificio, facendolo protagonista dei suoi celebri esercizi di rappresentazione prospettica. Grazie alla levigatezza dei suoi volumi e alla forza della sua collocazione spaziale, il battistero si prestava perfettamente come modello. E la sua suggestione sul geniale architetto non si fermò qui, poiché la struttura stessa dell’edificio aveva molto da insegnare. Quella sua ampia cupola descriveva in sezione un arco a sesto acuto, e questo aiutava considerevolmente un’adeguata distribuzione dei carichi, grazie anche al duplice strato delle murature basali.

Ebbene, sia la configurazione a sesto acuto sia la stratificazione del « congegno » costruttivo (estesa a tutta la calotta) costituirono una solida base di ispirazione perla celeberrima cupola che fa da pendant al « tempio di Marte », eretta dal Brunelleschi tra il 1420 e il 1438 sulla crociera di Santa Maria del Fiore, a conclusione di un’impresa avviata nel 1296 su progetto di Arnolfo di Cambio: la ricostruzione della cattedrale fiorentina. Si può discutere su quali idee potesse avere Arnolfo riguardo al culmine del nuovo edificio, e rimane senz’altro aperta la possibilità che egli avesse preso in considerazione una soluzione del genere, ma quel che ci preme qui sottolineare è proprio il fatto che Brunelleschi abbia tratto linfa dalla tradizione artistica del Medioevo fiorentino, con o senza la mediazione di un progetto pregresso, più o meno condiviso. Cerchiamo ora di capire – a larghe linee – come si è arrivati a questo risultato, e quali implicazioni può avere la dinamica di queste realtà monumentali in rapporto alla storia e all’immagine della città.

Se è difficile avere sull’immediato un’idea di come il battistero abbia acquisito il suo spazio, sostituendosi a un precedente edificio oppure compiendo in assoluto la sua prima apparizione nella forma che possiamo oggi ammirare (è un problema che affronteremo più avanti), la genesi di Santa Maria del Fiore si presenta nel suo complesso in modo pressoché indiscusso. Grazie infatti alle indagini archeologiche condotte all’interno dell’edificio, incrociate con la pur scarna documentazione disponibile, abbiamo le idee chiare sulla chiesa romanica che preesisteva sul sito della cattedrale odierna. E senza entrare nello specifico, ci interessa qui sottolineare un semplice dato. Rispetto alla costruzione attuale, la chiesa precedente (Santa Reparata) presentava uno sviluppo davvero esiguo. Mettendo a raffronto le rispettive planimetrie, notiamo infatti che l’antica cattedrale fiorentina occupava lo spazio impegnato dalle prime due campate di Santa Maria del Fiore, sopravanzando di pochi metri la facciata attuale. L’invaso della navata centrale attuale bastava a contenere tutt’e tre le navate dell’aula romanica. Si tratta in verità di un dato solo in parte prevedibile, poiché è davvero raro che un edificio di rappresentanza sopravviva per poco tempo per essere poi sostituito, d’incanto, da una costruzione di segno diametralmente opposto sotto ogni punto di vista, dimensionale, tecnico e formale, al punto da non lasciare alcun ricordo di sé (persino la sua dedicazione si perde nel nulla!). Certo, il contrasto tra le due realtà era rafforzato dallo stacco temporale delle rispettive realizzazioni: da una parte (Santa Reparata) una chiesa romanica del secolo XI, dall’altra (Santa Maria del Fiore) un edificio gotico-rinascimentale iniziato a fine Duecento e terminato nella prima metà del Quattrocento. Ma le differenze non sono solo determinate dal semplice mutare dei tempi, con i cambiamenti che necessariamente comporta. 

Un primo smacco l’antica Santa Reparata l’aveva subito proprio con la costruzione del battistero, avviata nel 1118, secondo la puntuale ricostruzione di Guido Tigler, quando non erano ancora trascorsi cento anni dalla consacrazione del vecchio duomo (1059). Mentre la cattedrale era ancora operante nel suo assetto romanico, dinanzi a essa venne a imporsi prepotentemente la mole del « mio bel San Giovanni », come Dante lo ricorda, con affetto e con orgoglio. Contrariamente alla regola, ovunque osservata, che vede un rapporto di subalternità della chiesa battesimale rispetto alla cattedrale (o alla chiesa plebana), di cui è una diretta dipendenza, a Firenze si arrivò quasi ad affermare un principio di segno opposto. Il battistero, con i suoi 26 metri di diagonale, era enorme. La sua superficie interna si avvicinava di molto a quella dell’aula del duomo. Ma erano soprattutto l’impegno tecnico e la ricercatezza decorativa del nuovo edificio a fare la differenza, mettendo in forte soggezione una chiesa di marca tradizionale che, con la sua aula basilicale e il suo transetto ad absidi scalate (échelonnées), si riconnetteva a uno stile architettonico di ampio raggio, testimoniato in molteplici siti più o meno prestigiosi al di qua e al di là delle Alpi. Nel 1128, quando ormai il battistero era in funzione (anche se non ancora completato), venne trasferito il fonte battesimale dal duomo al nuovo edificio. E per effetto di questa traslazione, la stessa dedica del duomo si smembrò. Il battistero assunse come di consueto la intitolazione al Battista, e si perdette di conseguenza l’uso di menzionare il duomo con il titolo corto originario di San Giovanni o con il titolo lungo di Santi Giovanni e Reparata. Semplicemente, San Giovanni « passava » al battistero, mentre al duomo rimaneva la sola Santa Reparata. Da quel momento in poi si fronteggiavano così due chiese perfettamente distinte: San Giovanni Battista (il battistero) e Santa Reparata (il duomo). Nello scontro tra il Santo precursore che aveva battezzato Cristo in persona, titolare del superbo battistero, e l’enigmatica martire di Antiochia, titolare « superstite » del vecchio duomo, San Giovanni ebbe la meglio. Mentre di santa Reparata nessuno si prese mai la briga di raccontare qualcosa per tener desta la memoria e la venerazione dei cittadini, il Battista aveva facile gioco, perché era noto a tutti, e perché il « suo » edificio era quello che rappresentava al meglio la bellezza e l’importanza di Firenze. Non dobbiamo quindi sorprenderci se il battistero acquisì per i cittadini la qualifica di rappresentanza che Santa Reparata aveva ormai perduto. Per loro, il duomo di Firenze era il battistero di San Giovanni, e ne era convinto ad esempio lo stesso Villani (che del Battista aveva il nome). Come naturale conseguenza, abbandonata ormai nel dimenticatoio la povera santa Reparata, la città comunale elesse il Battista stesso a patrono di Firenze.

 

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Commenti: 3
  • #1

    Marc83 (giovedì, 17 novembre 2016 10:55)

    Continuando a leggere sul profilo dello studioso, scopro relazioni che non immaginavo assolutamente. Grazie!

  • #2

    anna (giovedì, 17 novembre 2016 11:14)

    Bellissima opera, articolo interessante...

  • #3

    GAG16o (giovedì, 17 novembre 2016 11:25)

    Bell'articolo, grazie