L'ELEFANTE IMPERIALE TRA BISANZIO E L'OCCIDENTE

da sinistra, Cattedrale di Bari, Cattedrale di Altamura, Basilica di San Nicola, Cattedrale di Trani: dettagli degli elefanti stilofori in faccita e nelle aree absidali.
da sinistra, Cattedrale di Bari, Cattedrale di Altamura, Basilica di San Nicola, Cattedrale di Trani: dettagli degli elefanti stilofori in faccita e nelle aree absidali.

 

Francesco Calò

 

da Porphyra, n. 23, XII, pp. 37-86

 

 

 

 

 

Nel Medioevo all’elefante erano attribuite varie virtù: castità, carità, coraggio, pazienza, bontà, una più ammirevole dell’altra. Sin dagli autori antichi, Aristotele e Plinio in primis, era considerato l’animale più grande e forte tra quelli terrestri, tanto che poteva portare sul dorso una torre con persone all’interno. La sua stessa esistenza, a leggere i bestiari medievali, era un susseguirsi di comportamenti da cui l’umanità peccatrice avrebbe dovuto trarre esempio.

Nei bestiari era ampiamente descritto l’animale e nel Physiologus questo occupava il maggior spazio, divenendo base imprescindibile per le successive opere moraleggianti. Plinio affermava come fosse l’essere «proximum humanis sensibus», paradigma estremo dell’umanizzazione del mondo animale. Una delle doti maggiori che lo distingueva era l’intelligenza, affermazione spesso seguita da incredibili aneddoti in cui si riconosceva all’animale la capacità di comprendere il latino o il greco, saper leggere e scrivere; ma anche l’estrema obbedienza ai comandi e la docilità, il senso della giustizia [1], ma soprattutto uno spiccato sentimento religioso.

Fu forse tale aspetto, spesso rimarcato negli autori classici, che nella tradizione cristiana fece sì che esso fosse eletto a emblema del buon fedele, sino a una sua assimilazione nel tempo con l’immagine stessa del Cristo. L’animale era descritto come il più pio tra quelli esistenti, già in età classica si credeva fosse devoto alla luna e al sole, di cui si diceva fosse certo della divinità [2], e pregasse invocando la Terra come testimone mentre sventolava rametti di palma alla volta della luna piena [3]. Non stupisce dunque che l’animale nelle opere moraleggianti cristiane, che dagli autori classici avevano tratto la maggior parte delle informazioni, sia divenuto emblema positivo e religioso. Giovanni di Efeso nel VI secolo narra, nella sua storia della Chiesa, di due casi che testimoniano la religiosità degli elefanti a Costantinopoli. Nel primo, l’autore dichiara di aver visto personalmente alcuni pachidermi passare innanzi a una chiesa, fermarsi, volgersi a est e abbassare il capo in preghiera e, solo dopo aver tracciato il segno della croce con la proboscide, allontanarsene. Nel secondo caso, durante i giochi nell’ippodromo, assistette a una scena che ammutolì il pubblico: i pachidermi entrarono nell’arena, si diressero verso il centro del circo di fronte al palco imperiale, si fermarono in preghiera e dopo si fecero il segno della croce con la proboscide innanzi all’imperatore che, ammirato, li ricoprì di doni [4]. Un animale tanto religioso non poteva che esser portatore di sani e virtuosi valori, per cui nell’analisi dell’elefante nei vari bestiari era ricorrente l’affermazione che, oltre a ignorare l’adulterio, fosse così casto da non avere istinto sessuale. A tal fine la femmina offriva al maschio il frutto della mandragola e solo allora si accoppiavano, non prima di aver raggiunto l’estremo Oriente, in un luogo prossimo al giardino dell’Eden [5]. La femmina era talmente pudica che partoriva solo in acqua, in modo che nessuno la vedesse. Tali immagini venivano spesso sovrapposte, nella mentalità degli autori, con le vicende del Peccato Originale: Eva offriva il frutto proibito ad Adamo con la conseguente caduta nel peccato, come la nascita del piccolo nell’acqua poteva essere accostata al fedele che rinasce nel battesimo [6]. Nell’attesa del parto in acqua, su di lei vegliava sempre il maschio, che stava di guardia sulla riva per difenderla dal drago, acerrimo nemico dell’elefante. Il drago, infatti, a causa della sua natura calda si credeva fosse ghiotto del sangue molto freddo degli elefanti, tanto che la loro lotta divenne l’immagine più rappresentativa per entrambi gli animali nelle miniature dei bestiari. Già gli autori antichi quali Giuba, Eliano, Plinio e Solinus [7] parlavano dell’atavica inimicizia tra i due, tematica cara al Medioevo, ma che si era già sviluppata in epoca romana, basti ricordare il mosaico cartaginese con un elefante ghermito da un pitone [8]. Lo scontro tuttavia si concludeva il più delle volte con la morte di entrambi; il drago uccideva l’animale che nel cadere in terra lo schiacciava con il suo peso [9]. Tale immagine non poteva che evocare la lotta tra vizio e virtù dove il drago, simbolo ancestrale del maligno, cercava di soffocare l’anima del giusto, l’elefante [10]. Il sangue stesso versato dal pio animale aveva per i commentatori medievali una valenza pratica e simbolica: infatti si credeva esso potesse guarire dal morso del serpente e simbolicamente era inteso come sangue di Cristo stesso che si sacrificava per generare la chiesa [11]. Nel salterio di San Pietroburgo è riportata inoltre la tradizione secondo la quale come la visione del sangue accende di furor guerriero l’elefante prima della battaglia così san Tommaso, solo dopo aver messo la mano nella piaga sanguinante del Cristo crocifisso, si infiammò di amore per lui [12]. La castità, la purezza e la pudicizia dell’animale, la forza incrollabile e la torre che poteva trasportare, ne fecero emblema anche della Vergine Maria, casta e pura per antonomasia, spesso ricordata come incrollabile ‘torre d’avorio’, con allusione sia al prezioso materiale generato dalle zanne del pachiderma sia ai testi biblici dei Maccabei 6,37 e del Cantico 4,4 dove vi sono paragoni con torri [13]. Un altro degli aneddoti spesso riportati nei bestiari era il tentativo di cattura dell’elefante a opera dei cacciatori indiani. Credendo che l’animale non avesse giunture alle gambe [14], si pensava che i pachidermi dormissero appoggiati a un albero; i cacciatori quindi segavano il tronco, cosicché, una volta appoggiatosi, questo si spezzasse e facesse cadere l’elefante in terra rendendolo una facile preda. L’aneddoto proseguiva con i vani tentativi dei suoi compagni di branco di sollevarlo da terra, e come solo l’elefantino, incuneando la piccola proboscide sotto il genitore, riuscisse a rialzarlo. Tale immagine, al pari della castità dell’animale e del frutto della mandragola datogli dalla femmina, era ancora una volta associata alla vicenda della caduta di Adamo e dell’umanità intera con lui. Gli elefanti del branco, spesso in numero di dodici, venivano identificati con i Profeti dell’Antico Testamento, mentre il piccolo elefante con il Cristo che da solo aveva risollevato l’umanità caduta nel peccato con il suo sacrificio. Ma l’identificazione simbolica tra l’elefante e il Cristo andava ben oltre e si faceva sempre più stringente. Basti ricordare una delle attitudini attribuite all’animale che, nel caso in cui avesse visto un uomo smarrito per strada, gli avrebbe indicato la giusta via, difendendolo lungo il percorso dal drago che, sempre in agguato, poteva tentare di ghermire l’uomo [15]. Anche attraverso le concordanze tra Antico e Nuovo Testamento gli esegeti fecero di un particolare episodio del libro dei Maccabei, in cui un elefante era protagonista, la prima potente prefigurazione della morte di Cristo sulla croce [16]. Quando l’esercito di Antioco Epifane invase Israele, durante la battaglia di Beth-Zechariah, si compì l’atto di eroismo di Eleazaro: egli si scagliò con una lancia contro un elefante, ma il pachiderma, ferito a morte, cadde sopra al suo uccisore schiacciandolo. Agli inizi del XIV secolo lo Speculum humanae salvationis [17], popolarissimo testo anonimo di teologia in cui si evidenziavano le concordanze tra Vecchio e Nuovo Testamento, accostava questo episodio non solo alla morte di Cristo ma alla crocifissione stessa. Come tale, l’episodio venne riportato spesso nelle decorazioni delle chiese, o con Eleazaro schiacciato sotto la mole del pachiderma, come nei mosaici pavimentali di Bobbio [18] e Casale Monferrato [19] dell’XI secolo, o nell’affresco (metà XV secolo) posto nella volta del chiostro del duomo di Bressanone [20] (Bolzano), oppure a mio parere con la semplice immagine dell’elefante turrito, sintesi estrema di tutto l’episodio veterotestamentario e del suo significato cristologico.

 

1 Eliano cita un esemplare che sapeva comprendere il greco e scrivere in latino, Plinio afferma che a Roma ve ne era uno che scriveva in greco e narra come il senso di giustizia dell’elefante fosse tale che i pachidermi di Bocco si rifiutarono di divenire strumenti di crudeltà contro altri elefanti, come il re aveva ordinato loro, mentre Strabone parla dell’esemplare che si era lasciato morire di fame per aver ucciso inavvertitamente il padrone: P.F. MORETTI, “Elefanti, serpenti e bachi da seta”, riflessioni su qualche aspetto del repertorio zoologico ambrosiano, Acme, 57/2004, pp. 12-13.

2 Gli elefanti si pensava fossero sacri ad Apollo e consacrati al sole, come già Alessandro Magno aveva fatto, consacrando a Helios l’elefante del re Poros sconfitto. Su tale scia Giuba, Plutarco ed Eliano affermano che erano gli animali più amati dagli dei e che quando Tolomeo Filopatore, sconfitto Antioco nel 217 a.C., per onorare il Sole volle sacrificarne quattro, il dio gli apparve in sogno adirato per il suo intento sacrilego e il re, pentito, ne offrì quattro in bronzo al suo tempio in sostituzione di quelli vivi: H. SCULLARD, The elephant in the Greek and Roman World, Cambridge 1974, pp. 218-219, 231; M.J. STRAZZULLA, Il principato di Apollo: mito e propaganda nelle lastre "Campana" dal tempio di Apollo Palatino, Roma 1990, p. 92.

3 Così in Giuba, Plinio, Plutarco, Cassio Dione, Celso ed Eliano cfr: A PASSERINI, L’origine della tradizione sul culto degli elefanti per la luna, Athenaeum, 11/1933, pp. 142-149; A. MOMIGLIANO, Ancora sul culto degli elefanti per la luna, Athenaeum, 11/1933, pp. 267-268.; P.F. MORETTI, Elefanti, serpenti…, cit. nota 55, p. 13.

4 H. SCULLARD, The elephant in the Greek…, cit., p. 256 e ss.

5 M. PASTOUREAU, Bestiari…, cit., p. 92.

6 G. HEINZ-MOHR, Lessico di iconografia cristiana, Milano 1984, p. 146.

7 Giuba II re della Mauritania, sposo di Cleopatra Selene figlia di Marcantonio e Cleopatra, era uomo dalla vasta cultura, scrisse molti libri in greco su svariati argomenti inclusi geografia, storia naturale e mitologia e fu particolarmente interessato agli elefanti. Plinio ed Eliano attingono dalle sue opere molte informazioni sull’animale, e il primo nella sua opera maggiore dedica ben tredici capitoli all’elefante, risultando la più lunga trattazione sull’argomento degli autori antichi (vol. VIII - 1-35): H. SCULLARD, The elephant in the Greek…, cit., p. 208.

8 IVI, p. 217.

9 G.C. DRUCE, The elephant in the medieval legend and art, Journal of the Royal Archeological Institute, 76/1919, p. 29; M. PASTOUREAU, Bestiari…, cit., pp. 92, 258.

10 F. UNTERKIRCHER, Bestiarium. Die Texte der Handschrift Ms. Ashmole 1511 der Bodleian Library Oxford, Graz 1986, p. 164.

11 Cadendo e schiacciando il drago il sangue dei due animali si mischiava creando il ‘cinabro’, l’unico colore, si credeva, che rendesse l’effetto del sangue in pittura: G.C. DRUCE, The elephant in the medieval…, cit., p. 33. Mentre raccogliendo il sangue di drago puro, si otteneva il ‘sandragon’ che serviva per dipingere la faccia del diavolo, il corpo dei demoni o le fiamme dell’inferno: Le Bestiaire. Reproduction en fac-similé des miniatures du manuscrit du Bestiaire Ashmole 1511 de la Bodleian Library d’Oxford, a cura di X. MURATOVA - D. POIRION, Paris 1988, p. 157.

12 L. RÉAU, L’iconographie…, cit., p. 103.

13 L. RÉAU, L’iconographie…, cit., p. 100; G. HEINZ-MOHR, Lessico…, cit., p. 146; J. BASSEGODA NONELL, Una gargola de la catedral de Barcelona el elefante torreado del abside, Academia: boletin de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, 62/1986, p. 113; G. ZAPPELLA, Codici e allusioni simboliche nella figura dell’elefante, Rara Volumina, rivista di studi sull’editoria di pregio e il libro illustrato, I/1996, p. 57.

14 M. PASTOUREAU, Bestiari…, cit., p. 94.

15 Bestiari medievali…, cit., p. 606.

16 L. RÉAU, L’iconographie…, cit., p. 205.

17 A. WILSON, J. LANCASTER WILSON, A Medieval Mirror: Speculum Humanae Salvationis 1324–1500, Berkeley 1984, p. 189.

18 H. BALDUCCI, Il grande mosaico della chiesa di S. Colombano a Bobbio, Ticinum, 5/1935, p. 1. ss; IDEM, Bobbio-La Chiesa, il Monastero e il Mosaico di San Colombano in Bobbio, Milano, 1992.

19 La scena mosaicata nel duomo della città ci è giunta solo attraverso i disegni del conte Mella; cfr E. COMELLO, Avanzi di antichi mosaici nel Duomo di Casale, illustrati da E. Comello e da G. Ottolenghi, Casale Monferrato 1917; E. CECCHI GATTOLIN, I tessellati romanici a figure del duomo di Sant’Evasio a Casale Monferrato, in Scritti di storia dell’arte in onore di Roberto Salvini, a cura di C. De Benedictis, Firenze 1984, pp. 33-44.

 20 K. WOLFSGRUBER, Il duomo e il chiostro di Bressanone, Bolzano 1989, p. 31.

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Commenti: 4
  • #1

    elisa pastore (mercoledì, 23 novembre 2016 10:53)

    Interessante!

  • #2

    Marc83 (mercoledì, 23 novembre 2016 11:07)

    contributo davvero notevole, complimenti Francesco

  • #3

    ada l (mercoledì, 23 novembre 2016 18:07)

    luoghi incantevoli, ed il fascino di un animale ricco di significato

  • #4

    angela (venerdì, 10 febbraio 2017 18:39)

    Molto molto interessante ..grazie