SEGNI DEL POTERE, VISIONI DI SALVEZZA: CARLO MAGNO, AQUISGRANA E LE TRE ‘CAPITALI CRISTIANE’

Cappella Palatina, Aquisgrana, interno (Creative Commons license)
Cappella Palatina, Aquisgrana, interno (Creative Commons license)

Leonardo Marchetti

in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 28-55.

 

 

Acme dell’architettura carolingia, la cappella palatina di Aquisgrana-Aachen-Aix la Chapelle è forse una delle più celebri chiese d’Occidente, certamente un’opera architettonica capace di tradurre ed esaltare nella pietra e nel mattone, una ad una, tutte le linee programmatiche della politica di Carlo Magno rileggendo ciascuna di esse attraverso la fascinazione gerosolimitana del mondo franco infine coronato dalla imperialis dignitas christiana.

 

Luogo di assoluta ed esclusiva rappresentatività, il santuario della memoria stessa del sovrano franco con la tomba le reliquie, nella cappella di Aquisgrana è ancora possibile penetrare il codice architettonico, l’ordinatio e la dispositio delle singole parti dell’edificio, ed intravvedere in controluce l’intrinseco desiderio carolingio di compendiare e in qualche modo possedere in un’unica struttura i tre centri della cristianità: Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, le ‘tre capitali cristiane’, per citare ‒ parafrasandolo ‒ Richard Krautheimer[1]. Una costruzione ‘trinitaria’ dalla carica semiotica ed estetica a tal punto eccezionale ed evidente per i territori legati al luogo in cui venne realizzata da comunicarsi nella stupefazione dell’immaginario politico-culturale dell’Impero (e franco e germanico), specialmente nelle regioni reno-mosane, come un modello prevalente da scomporre e ricomporre in citazioni mimetiche e/o mitetiche delle eterogenee emergenze strutturali, politiche e religiose connaturate alla costruzione chiesastica[2]; non ultima la capacità della cappella, opus mirabilis, di innestarsi nel caleidoscopio delle devozioni cristiano-latine da e verso Gerusalemme figurando tra le prime architetture altomedievali evocative del complesso del Santo Sepolcro[3]. Aspetto non secondario nella funzione archetipica riconosciuta alla Palatina, almeno fino al XII sec., quando con la rinnovata e sempre crescente circolazione di pellegrini alla volta della Terra Santa la mediazione architettonico-concettuale gerosolimitana della cappella di Aquisgrana, non più sufficiente né politicamente necessaria, venne gradualmente superata da altri exempla e soprattutto dal ricorso diretto agli originali[4].

 

Un processo ancora lontano dalla città regale e poi imperiale di Carlo, l’ambita capitale dell’impero cristiano, il centro di quell’organismo aspro e intenso, il regnum Francorum, che a suo modo intese confrontarsi con il perdurante e impreteribile primato della βασιλεύουσα πολις, Costantinopoli, νέα Ίερυσαλήμv, e con il suo inquilino, l’Autokrator d’Oriente, legittimo erede e successore degli imperatori romani, il capo dell’ecumene cristiana, Occidente compresovi. 

 

[1] Cfr. KRAUTHEIMER 1983, testo che si concentra notoriamente su Roma, Costantinopoli e Milano tra IV e V sec. d.C.

[2] Sulla capacità della cappella di Aachen di generare copie parziali ‒ o anche solo nominali ‒ prima ancora che totali, oltre agli edifici chiesastici a pianta centrale di Thionville, Compiègne e Germigny des Près, risalenti al IX sec., in aggiunta agli esempi di Digione, Liegi, Groningen, Brugge, Ottmarsheim, Nijmegen, Muzzen, Bonn, Essen, e la cappella del vescovo Roberto di Lorena a Hereford, appartenenti ai secoli XI e XII (sui quali si veda lo studio ancora attuale di KLEINBAUER 1962), valga qui l’esempio di San Fedele a Como su cui in sintesi si veda SCHENKLUHN 2006, p. 68. In particolare sulla fortuna del Westwerk carolingio, o église-porche, organismo architettonico diffuso fino alla metà dell’XI sec., oltre a D’ONOFRIO 1983, pp. 146-173, è impossibile non rinviare allo studio di HEITZ 1963, punto di partenza obbligato di ogni discussione sull’influsso irrefutabilmente esercitato dalla semantica carolina del potere sulla coeva edilizia religiosa.

[3] Sebbene la prima architettura europea dichiaratamente concepita a imitazione dell’Anastasis dovrebbe essere la cappella sepolcrale a impianto centrale di Corrado vescovo di Costanza (morto nel 975) dedicata a san Maurizio, santo patrono della dinastia ottoniana, cfr. SPATH 2007. La somiglianza tipologica della cappella di Aquisgrana alla chiesa della Resurrezione o Anastasis è tema lungamente dibattuto, cfr. ad esempio BANDMANN 1965, p. 452; sulla questione si veda adesso LEY 2015, p. 137, fig. 7.a, che mostra la piena conformità della planimetria dell’edificio di Aquisgrana rispetto a una parte significativa dell’ambulacro dell’Anastasis.

 

[4] Si pensi all’impianto architettonico della Rotonda della basilica bresciana (prima metà dell’XI sec.), probabile sintesi tra il Pantheon (divenuto nel VII sec. S. Maria Rotunda) e l’edificio dell’Anastasi il cui diametro esterno, 36,50 m, è molto vicino a quello della Rotonda bresciana, 34,20 m. (così come del resto quello del vano centrale, 19,40 m contro i 22,50 m del suo omologo gerosolimitano). Un procedimento di raccordo planimetrico e strutturale già sperimentato nella Rotonda anch’essa dedicata alla Vergine annessa alla chiesa di S. Benigno di Digione (cfr. la ricostruzione d’insieme di CONANT 1959, pp. 84-87, con le relative spiegazioni), abbazia cluniacense consacrata nel 1018 e costruita su progetto del celebre Guglielmo da Volpiano (prima metà dell’XI sec.), da tempo ritenuto il vero artefice della diffusione in ambito padano dei principi costruttivi borgognoni, cfr. MALONE 2005. 

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