IMPERI FUORI DALL'IMPERO: ESPERIENZE IMPERIALI IN SPAGNA E IN INGHILTERRA (IX-X sec.)

Chiesa di Santa Maria de Naranco, Oviedo (Spagna), IX secolo (Wiki Commons License)
Chiesa di Santa Maria de Naranco, Oviedo (Spagna), IX secolo (Wiki Commons License)

 

Giovanni Collamati

in "II Ciclo di Studi Medievali - Atti del Convegno", 27-28 Maggio 2017, pp. 57-85

 

 

Nel X secolo, termini quali imperium e imperator sono presenti nelle fonti documentarie e cronachistiche relative sia ai monarchi anglosassoni, sia a quelli ispanici. Tale coincidenza non può che sorprenderci, dal momento che stiamo parlando di due contesti storici estremamente differenti e lontani nello spazio: eppure, durante i primi secoli del Medioevo, la Spagna e l’Inghilterra hanno vissuto due storie per certi versi confrontabili, sebbene separate [1]. Nel caso della Spagna si assiste alla nascita di quello che gli storici moderni hanno definito Imperio Astur-leonés o Imperio Hispanico. Nelle fonti della penisola iberica ritroviamo il titolo di imperator attribuito ad alcuni monarchi della dinastia asturiano-leonese – e, successivamente, castigliano-leonese – ed il loro potere descritto con termini appartenenti al campo semantico imperiale, come imperium, imperante e regnum-imperium. L’uso di tali termini ebbe inizio nel IX secolo e si protrasse fino a metà del XII secolo, accompagnando così i regni cristiani negli anni cruciali della Reconquista [2]. Sempre nel X secolo, nei diplomi dei re anglosassoni compaiono le parole imperator, rex regum e – più frequentemente di quanto si penserebbe – basileus. Inoltre le fonti ci forniscono le prove per sostenere che questi monarchi esercitarono sugli altri popoli dell’isola un’effettiva sovra-signoria, che gli storici anglosassoni, non volendola definire con il termine “impero”, hanno preferito chiamare overlordship. Lo scopo del seguente contributo è quello di fare chiarezza su questi due fenomeni imperiali (li chiamerò così per semplicità) cercando di delinearne un profilo generale e di stimarne l’entità. Sebbene entrambi si siano sviluppati principalmente nel X secolo, occorre risalire all’ultima parte del secolo precedente, poiché fu allora, infatti, che tanto in Spagna quanto in Britannia, si gettarono le basi di quel rapporto di sovra-signoria che venne poi interpretato come impero [3].

 

Iniziamo dalla Spagna. Per molto tempo si è considerato l’anno 722 come il punto di svolta della storia medievale spagnola.  Secondo la vulgata in quell’anno Don Pelayo, membro di una famiglia gota, insieme ad alcuni suoi prodi compagni che si erano rifugiati tra i monti asturiani, si erse come ultimo baluardo della cristianità della penisola iberica resistendo alle forze islamiche nella battaglia di Covadonga. Da questo personaggio sarebbe discesa la dinastia dei re di Asturia, i quali utilizzarono queste nobili origini per giustificare la Reconquista e vantare una certa preminenza storica sugli altri regni cristiani. Si sviluppò dunque un ideale di restaurazione dell’antico regno visigoto, conosciuto come neogoticismo, che riappare all’interno della produzione cronachistica scritta nell’ultimo terzo del IX secolo. Le cronache in questione sono: la Crónica Albeldense [4], la Crónica Profetica [5] e la Crónica di Alfonso III [6]. Le tre opere sono strettamente collegate tra loro, condividono periodo e luogo di nascita, formando parte dello stesso ciclo, detto de las Crónicas Asturianas [7]. Non si è potuto stabilire con certezza dove e da chi sia stata scritta ciascuna cronaca; gli storici spagnoli hanno però ragione di credere che tutte e tre circolassero alla corte di Alfonso III (866-909), il quale, come vedremo, fu il primo dei monarchi asturiani a comparire nella documentazione del tempo con il titolo di imperator: ulteriore prova di quanto neogoticismo e impero ispanico fossero legati tra loro [8]. Se nella Crónica Albeldense si presenta forse per la prima volta il personaggio di Pelayo ricollegandolo direttamente alla monarchia asturiana, nella Crónica Profetica Alfonso III acquisisce caratteri messianici, divenendo il re che riconquisterà la penisola e regnerà su tutta la Hispania [9]. La terza e ultima cronaca, oltre ad essere la più estesa e la più dettagliata delle tre, è anche l’unica che possa essere attribuita direttamente al sovrano [10]. La paternità della fonte permette di comprendere con maggiore cognizione di causa il valore ideologico e politico del suo contenuto. Si può affermare che è grazie a quest’opera che nacque il mito di Pelayo e della battaglia di Covadonga come inizio della Reconquista [11]. Quindi guardando a queste tre cronache nella loro totalità vediamo Pelayo come figura di passaggio tra la Spagna visigota e quella ispanica cristiana – come si ricava dalla Crónica de Alfonso III –, collegato in linea dinastica agli stessi sovrani che ne fanno scrivere le gesta – come nella Albeldense, in cui il collegamento passa per Alfonso II –, per legittimare l’aspirazione a regnare nuovamente sull’intera penisola (Crónica Profetica). Per quanto possa apparire un collage, vista la diffusione che le tre cronache ebbero nello stesso periodo all’interno del regno di Asturia, risulta verosimile che fosse questa l’idea che circolava in quei tempi [12].

 

[1] Tanto la penisola iberica quanto l’isola britannica hanno formato parte dell’impero romano, ma non di quello carolingio. Entrambe hanno sofferto un’invasione per mano di nemici della fede cristiana: i musulmani nel 711 e i danesi a partire dalla fine dello stesso secolo. La Cristianità, in entrambi i casi, è stata sul punto di essere annientata, ma è riuscita a resistere e ha potuto addirittura reimpossessarsi delle terre perdute. I due paesi hanno vissuto sia momenti di grande unità, sia momenti di notevole frammentazione. In Spagna, ad esempio, nell’VIII secolo, si è consumato il passaggio dall’unità dello stato visigoto alla pluralità dei regni ispanici. In Inghilterra, al contrario, le invasioni danesi comportarono la fine del sistema eptarchico – divisione dell’isola in sette regni germanici – ma, allo stesso tempo, diedero inizio al processo che portò alla formazione di un unico regno degli anglosassoni.

[2] Normalmente si fa coincidere il suo inizio con la datazione del più antico documento in cui compare la parola imperator – una lettera di Alfonso III alla chiesa di Mondoñedo dell’866 o 867 – e la fine con la incoronazione imperiale del re Alfonso VII nella cattedrale di León, il 26 maggio 1135. Per mantenere il confronto con il caso inglese ho ritenuto necessario delimitare lo studio al X secolo e porre come termine ultimo il regno di Vermudo II (985-999).

[3] Per sovra-signoria si intende un potere esteso anche al di sopra di altre comunità ed altri regni, oltre a quelli propri del monarca che lo detiene. In questa ottica il “sovra-signore” acquisisce i caratteri del rex regum

[4] La Crónica Albeldense è la prima cronaca scritta in regni cristiani conservatasi fino ai giorni nostri. Terminata tra l’anno 881 e l’anno 883, non è stato possibile identificarne il luogo di origine. Prende il nome dal monastero di San Martín de Albelda, dove probabilmente fu copiata nel 976 dal monaco Vigilán (J. Rodriguez-Muñoz, Colección de textos y documentos para la historia de Asturias, vol. I, p. 46). La Crónica narra la storia della penisola dai tempi dei romani fino ai suoi giorni e fornisce un chiaro resoconto dei fatti immediatamente successivi l’invasione: Primum in Asturias Pelagius regnavit in Canicas annis XVIII. Iste [ut supra diximus] a Uitizane rege de Toleto expulsus, Asturias [est] ingressus et postquam a sarrazenis Spania occupata est, iste primum contra eos sumsit reuellionem in Asturias. Regnante Juzeph in Cordoba et in Legione civitate sarrazenorum jussa, super astures procurante Monnuza sicque ab eo hostis ysmaelitarum cum Alcamane interficitur, et Oppa episcopus capitur. Postremoque Monnuza interficitur sicque ex tunc reddita est libertas populo xpistiano. Tunc etiam qui remanserunt gladio de ipsa oste sarrazenorum in Libana monte ruente judicio Dei opprimuntur et asturorum regnum diuina prouidentia exoritur. Obiit quidem predictus Pelagius in locum Canicas, era DCCLXXV, (M. Gómez-Moreno, Las primeras crónicas, p. 601). Il passaggio citato costituisce, all’interno della Crónica Albeldense, il primo punto di un elenco definito “ordo Gotorum obetensium regum”, cioè la lista dei re di Asturia da Pelayo fino a Alfonso II il Casto (791-842). L’autore non spende molte parole per gli altri sovrani, ma riacquista la sua loquacità al momento di parlare di quest’ultimo. Di Alfonso la cronaca ricorda che si dedicò a ricostruire Oviedo, rendendola degna del suo nuovo ruolo di capitale, avendo ben chiaro in mente il modello toledano. Infatti come afferma il testo: Omnemque gotorum ordinem sicuti Toleto fuerat, tam in ecclesiam quam in palatio in Obeto cuncta statuit (Gómez-Moreno, Las primeras crónicas, p. 602). Alfonso dunque fu l’autore di una vera translatio regni. La Crónica Albeldense attesta un’effettiva consapevolezza da parte dei monarchi asturiani di essere gli eredi dei goti e il conseguente desiderio di imitarli.

[5] Già in parte conosciuta come appendice dell’Albeldense, la cronaca completa venne scoperta da Manuel Gomez-Moreno nel 1932 nel manoscritto conosciuto come Códice de Roda (ed. in Gómez-Moreno, Las primeras crónicas de la Reconquista). Secondo Gomez-Moreno l’autore sarebbe un mozarabe rifugiatosi alla corte di Alfonso III e quasi sicuramente un chierico, visto il contenuto dell’opera. Infatti, come l’aggettivo “profetica” suggerisce, il testo si sviluppa come una reinterpretazione dell’invasione e della caduta del regno goto in chiave apocalittica.

[6] La Crónica de Alfonso III ci è giunta in due versioni: la versione Rotense, così chiamata perché presente anch’essa nel Códice de Roda, e la versione Sebastianense, che deve il suo nome alla lettera posta all’inizio del testo indirizzata dallo stesso sovrano a Sebastián, vescovo di Orense (secondo Rodriguez-Muñoz non si tratta di Sebastiano vescovo di Orense, bensì dell’omonimo vescovo di Salamanca, nipote del re, di cui si ha notizia nella documentazione: v. Rodriguez-Muñoz, Colección de textos y documentos, vol. I, p. 48). Nessuna delle due cronache ci è giunta in originale, ma solo tramite manoscritti successivi; in compenso conosciamo il luogo d’origine di entrambe. Gli storici ritengono che sia la Sebastianense sia la Rotense debbano essere state redatte in Oviedo, a causa dell’utilizzo del vocabolo latino hanc riferito a questa città. Non si è riuscito ancora a dimostrare quale delle due versioni sia stata scritta prima.

[7] La produzione cronachistica di questo periodo è stata oggetto di approfonditi studi durante il secolo scorso, che hanno prodotto un buon numero di edizioni: Z. García Villada, Crónica de Alfonso III, Madrid, 1918; A. Ubieto Arteta, Crónica de Alfonso III, Valencia 1971; M. Gómez-Moreno, Las primeras crónicas de la Reconquista, in ‹‹Boletín de la real Academia de la Historia››, C, (1932), pp. 562 ssg; J. Prelog, Die Chronik Alfons III. Untersuchung und Kritische Edition der vier Redaktionen, Frankfurt-Berna-Cirencester 1980; J.I. Ruiz De La Peña, J.Gil, J.L Moralejo, Crónicas asturianas, Oviedo 1985. A queste edizioni si sono aggiunti con gli anni numerosi studi monografici, vedi: L. Barrau-Dihigo, Recherches sur l’histoire politique du royaume asturien (718-910), in ‹‹Revue Hispanique››, LII (1921), pp. 1-360; M. Defourneaux, C. Sánchez-Albornóz, Investigaciones sobre historiografía hispana medieval (siglo VIII al XII), Buenos Aires 1967; R. Menéndez Pidal, “La historiografía medieval sobre Alfonso II”, in Estudios sobre la Monarquía Asturiana, ed. A.A. V.V., Oviedo 1971, pp. 9-41; M. C. Díaz Y Díaz, La historiografía hispana desde la invasión árabe hasta el año 1000, in De Isidoro al siglo XI: ocho estudios sobre la vida literaria peninsular, a cura di Díaz Y Díaz, M. C., Barcelona 1976, pp. 203-234; A. Dacosta Martínez, Notas sobre las crónicas ovetenses del siglo IX. Pelayo y el sistema sucesorio en el caudillaje asturiano, in ‹‹Studia histórica. Historia medieval››, X, (1992), pp. 9-46.

[8] Le tre cronache sono collegate tra loro. Secondo quanto afferma Gomez-Moreno alcune parti della Crónica Profetica vennero prese e copiate letteralmente nella Crónica de Alfonso III. Malgrado le somiglianze (dovute al fatto di trattare gli stessi avvenimenti storici), non sono presenti nella Crónica de Alfonso III espliciti riferimenti testuali all’Albeldense. Nell’ultima carta del manoscritto di metà X secolo mediante il quale questa ci è giunta compare un frammento della Crónica Profetica. Questo ha portato gli storici a pensare che, agli occhi dei successori di Alfonso, le tre opere formassero parte di un ciclo unico. C’è stato poi chi, come Sánchez-Albornoz, ha ipotizzato l’esistenza di una cronaca precedente, perduta, risalente al regno di Alfonso II, da cui sarebbero derivate tanto l’Albeldense quanto la Crónica de Alfonso III: v. C. Sánchez-Albornoz, La crónica de Albelda y la de Alfonso III, pp. 305-325.

[9] L’autore della cronaca cita la Profezia di Ezechiele, dove la Spagna viene identificata con la terra di Gog: Terra quidem Gog Spania designatur sub regimine gotorum in qua ismaelite propter delicta gotice gentis ingressi sunt (et) eos gladio conciderunt atque tributarios sibi fecerunt sicut et presenti tempore patet (Gómez-Moreno, Las primeras crónicas, p. 623). Secondo la profezia, il dominio islamico, sebbene disastroso, era però solo temporaneo e sarebbe dovuto durare 170 anni. È da notare che l’opera si conclude il giorno 11 di aprile del 883, cioè appena sette mesi prima dell’inizio del centosettantesimo ed ultimo anno della profezia. Il testo introduce dunque Alfonso III in una prospettiva messianica e afferma: Multorum christianorum revelationibus atque ostensionibus hic princeps noster gloriosus domnus Adefonsus proximiori tempore in omni Spanie predicetur regnaturus (Gómez-Moreno, Las primeras crónicas, p. 623).

[10] In un passaggio della Rotense si fa infatti riferimento al ripopolamento della città di Viseo, nella provincia di La Coruña, come “iussum nostrum esset populatus”. Dall’Albeldense sappiamo che tale ripopolamento fu voluto da Alfonso III e, anche se nella Sebastianense il “iussum nostrum” appare come un più generico “a nobis”, il senso è lo stesso, ed è da ritenere che, senza semmai scrivere di suo pugno la cronaca, il re abbia diretto i lavori personalmente. Rodriguez-Muñoz, Colección de textos y documentos, vol. I, p. 47; Gómez-Moreno, Las primeras crónicas, p. 586.

[11] La narrazione riporta la conversazione tenutasi tra Pelayo, insediato all’interno della grotta di Covadonga assieme ai suoi prodi, e il vescovo Oppa. Oppa era un vescovo visigoto, di estrazione aristocratica, appartenente alla casa di Witiza, nemica di Pelayo, e dopo l’invasione era passato dalla parte dei Saraceni. Durante il colloquio Oppa cercò di persuadere il suo recalcitrante conterraneo a sottomettersi, facendogli notare che se l’intero esercito goto, nel pieno delle sue forze, non era riuscito a fermare all’inizio gli invasori, lui e i suoi sparuti compagni avevano ben poche possibilità. A queste parole Pelayo rispose: Spes nostra Xpistus est quod per istum modicum monticulum quem conspicis sit Spanie salus et gotorum gentis exercitus reparatus (Gómez-Moreno, Las primeras crónicas, p. 614).

[12] Per dirlo con le parole dello studioso spagnolo José Antonio Maravall: “Cualesquiera que sean las relaciones entre sí de estas dos Crónicas de que acabamos de tratar, y de ambas con la Crónica escrita o inspirada por el propio rey Alfonso III, no cabe duda de que, […], las diferencias, en lo que respecta al esquema de la herencia goda, son tales que pueden considerarse como versiones diferentes de un mismo tema, tema que por aparecer tres veces en las tres, y en las tres en forma diferente, nos sentimos autorizados a pensar que es algo que pertenece a la época y que se daba en ésta con independencia de la labor historiográfica que estas Crónicas representan” (J.A. Maravall, El concepto de España en la Edad Media, pp. 310-311).

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