PRIMI APPUNTI PER UNA STORIA DELLA SIGNORIA LOCALE IN CANAVESE

Castello di Malgrà, Rivarolo, 1333-1336 (Creative Commons license)
Castello di Malgrà, Rivarolo, 1333-1336 (Creative Commons license)

Alberto Sanna

 

(titolo originale: "La patrimonializzazione del potere fra XI e XIV secolo: primi appunti per una storia della signoria locale in Canavese", in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 28-55.

 

 

 

 

 

 

In queste pagine presento una rassegna dei primi risultati derivanti da un sondaggio sui caratteri e sugli esiti del processo di patrimonializzazione del potere e dei diritti pubblici in Canavese nei secoli XI-XIV[1]. Sotto quest’aspetto il territorio canavesano[2] non è stato studiato in modo soddisfacente: nella ricerca storica la riflessione sulla signoria rurale e sulle sue dinamiche interne è stata spesso elemento accessorio cui ricorrere per l’analisi di altre dinamiche, forse perché, per i caratteri che presenta, il fenomeno della patrimonializzazione del potere in Canavese si è rivelato un tema d’indagine poco fertile[3]. L’intento è quindi suggerire un’integrazione, inserire un ulteriore tratto di complessità in un panorama di studi – quello canavesano – comunque articolato e che si sta guadagnando poco per volta un proprio spazio all’interno della storiografia piemontese.

 

 Quest’indagine è soggetta principalmente a due difficoltà. La prima è di natura documentaria: molti dei casi qui studiati, infatti, si riferiscono a un periodo che parte dagli ultimi decenni del XII secolo e arriva fino al primo quarto del XIV. L’analisi delle diverse tipologie diritti, dei casi in cui fosse assente la distinzione fra dimensione pubblica e natura signorile o fondiaria del potere esercitato dai signori rurali canavesani è ancora in larga parte possibile soltanto per questo periodo[4]. Per compiere questa ricognizione le fonti maggiormente indagate sono stati gli atti di natura privata, prodotti principalmente in ambiente ecclesiastico e comunale: assai poco offre la lettura di diplomi imperiali[5] e, d’altro canto, l’esiguo numero di monasteri e le travagliate vicende che interessarono i loro patrimoni documentari complicano un’indagine in questa prospettiva[6]. Oltre alle carte di compravendita, divisione patrimoniale, permuta o alienazione, utili informazioni provengono dalla documentazione di matrice contenziosa, nella fattispecie verbali di testimonianze e atti di sentenza, carte di franchigia, atti alla base di concordiae e statuti. Per il Canavese, come per gran parte del resto d’Italia, questa documentazione comincia a essere disponibile nel periodo di maturità della signoria rurale o territoriale di banno: una fase particolarmente importante[7] – che qui non può essere affrontata in maniera approfondita – e che tuttavia copre soltanto un segmento del complesso fenomeno signorile.

La seconda difficoltà si deve a una consolidata tradizione, che individua le radici di diverse casate nobiliari del Piemonte tardomedievale nella famiglia degli Anscarici, la dinastia marchionale di Ivrea fra IX e X secolo[8], e – in particolare per il Canavese – nel suo presunto discendente Arduino, marchese d’Ivrea negli ultimi anni del X secolo ed eletto re d’Italia nel febbraio del 1002[9]. Già al volgere del Cinquecento si era persa ogni memoria delle vicende genealogiche che nel tardo medioevo[10] avevano portato alla suddivisione di quelle casate, tra cui anche quelle che condizionarono maggiormente la storia canavesana e la stessa conoscenza delle altre famiglie di questa regione[11]. Non è questa la sede per dare una rassegna dei diversi studi che negli ultimi vent’anni hanno saputo aggiornare le soluzioni raggiunte dall’erudizione tardo-ottocentesca e primo-novecentesca, riempiendone i vuoti o – all’opposto – smontandone le ricostruzioni fantasiose e arricchendone le trattazioni di spunti problematici attraverso metodi di analisi maggiormente avvertiti[12]. Basti qui dire che grazie ad essi queste difficoltà sono oggi in gran parte superabili: la provvisorietà dei risultati che qui si presentano saranno pertanto da imputare unicamente allo stadio iniziale di questo sondaggio, e ai suoi caratteri di ricerca in fieri.

 

Attraverso l’osservazione dei fattori che innescarono il fenomeno di signorilizzazione in Canavese e con l’esame della qualità o degli «elementi costitutivi» delle diverse signorie, considererò il grado di influenza avuta dai connotati signorili nei rapporti intrattenuti da alcune famiglie con i poteri maggiori, o con la società locale del territorio in cui essi ebbero il proprio radicamento fondiario e signorile, senza dimenticare la validità di categorie concettuali come quelle di «signoria domestica», «signoria fondiaria» e «signoria territoriale di banno» suggerite e ormai accettate dalla medievistica, sulla base soprattutto della natura dei diritti esercitati dai loro signori[13]. Infine, ho cercato di dare una lettura dello ‘stato di salute’ del panorama signorile canavesano in quei momenti di chiarificazione del quadro politico e giurisdizionale complessivo promossa a inizio Trecento da principati territoriali e da altri soggetti dominanti.

 

[1] Per una panoramica delle ricerche italiane sulla signoria si rinvia a Strutture e trasformazioni della signoria rurale nei secoli X-XIII, a cura di G. Dilcher, C. Violante, Bologna 1996; La signoria rurale nel medioevo italiano, a cura di A. Spicciani, C. Violante, 2 voll., Pisa 1997-98; La signoria rurale in Italia nel medioevo (Atti del II Convegno di studi, Pisa 6-7 novembre 1998), Pisa 2006; L. Provero, L’Italia dei poteri locali. Secoli X-XII, Roma 1998; S. Carocci, I signori: il dibattito concettuale, in Señores, siervos, vasallos en la Alta Edad Media (XXVIII Semana de Estudios Medievales, Estella, 16-20 julio 2001), Pamplona 2002, pp. 147-181; Id., Signoria rurale, prelievo signorile e società contadina (sec. XI-XIII): la ricerca italiana, in "Pour une anthropologie du prélèvement seigneurial dans les campagnes médiévales. Réalités et représentations paysannes", a cura di M. Bourin, P. Martinez Sopena, Paris 2004, pp. 63-82; S. Collavini, I signori rurali in Italia centrale (secoli XII- metà XIV): profilo sociale e forme di interazione, in "I poteri territoriali in Italia centrale e nel Sud della Francia. Gerarchie, istituzioni e linguaggi (secoli XII-XIV): un confronto", a cura di G. Castelnuovo, A. Zorzi, Roma 2011, pp. 301-318.

[2] È ormai invalso l’uso di indicare con il nome Canavese territori distinti, sebbene legati da diversi elementi, soprattutto storico-politici, che insieme coincidono grossomodo con il distretto diocesano di Ivrea: il Canavese ‘storico’, la fascia territoriale solcata dal torrente Orco e compresa fra il torrente Malone, le prealpi Graie e i rilievi sud-occidentali dell’Anfiteatro morenico d’Ivrea; l’Eporediese, la zona interna all’Anfiteatro morenico; la pianura fra Caluso e Chivasso, che si estende dai rilievi meridionali dell’Anfiteatro morenico e il Po, avendo come confine orientale la Dora Baltea. Sul concetto di «Canavese» maturato durante i secoli XI-XIV e i vari lessici politici usati dai poteri di quel periodo per determinarlo come territorio autonomo o coinvolto con le vicende eporediesi si ricorra a P. Buffo, Autonomie intorno alla civitas di Ivrea. Poteri comitali e nozioni del territorio in Canavese fra Due e Trecento, Cuorgnè 2013. Per brevità, mi atterrò all’uso corrente, rinviando fin da ora alle carte topografiche che accompagnano questa relazione.

[3] Basti ricordare che nei principali volumi dedicati a questo territorio (Storia della Chiesa di Ivrea dalle origini al XV secolo, a cura di G. Cracco, Roma 1998; Ivrea. Ventun secoli di storia, a cura di G. S. Pene Vidari, Pavone 2001) è assente un capitolo che si occupi unicamente del fenomeno signorile fra il XI e il XIV secolo.

[4] Si segnala che vi sono diversi fondi documentari inediti e in larga parte inesplorati presso ASTo, Sezione Corte e ASTo, Sezioni Riunite, riguardanti o prodotti da famiglie signorili canavesane. Molti altri sono confluiti in archivi familiari di lignaggi piemontesi e valdostani e conservati in altre sedi oltre a quella torinese: per questo si rimanda a Archivi di famiglie e di persone. Materiali per una guida, voll. II-III, Roma 1998, ad indicem. Una ricognizione delle fonti utili alla storia del Canavese è presentata anche in Buffo, Autonomie intorno alla civitas cit. (sopra nota 2), pp. 18-31.

[5] Per il periodo considerato in queste pagine, non v’è traccia di diplomi prodotti dalla cancelleria imperiali destinati direttamente, o per tramite della Chiesa vescovile, alle famiglie signorili del Canavese: è questo un chiaro segno della perdita di caratura politica e pubblica dei lignaggi comitali di questa regione. Benché sia confluita in alcune delle edizioni più citate (BSSS 5, BSSS 6 e BSSS 9/1), la documentazione ecclesiastica di ambiente eporediese non offre molti dati riguardanti il tema qui affrontato: fra gli atti prodotti da notai al servizio dell’episcopio di Ivrea, gli unici qui richiamati interessano infatti famiglie vassalle o che ebbero propri membri fra gli ecclesiastici al servizio del palazzo vescovile.

[6] Il principale monastero della regione, l’abbazia di S. Benigno di Fruttuaria, forte del prestigio derivatole da un modello di vita e di organizzazione interno assai simile a quello cluniacense, estese a tutto il nord Italia la propria rete di dipendenze e il vasto patrimonio fondiario e signorile, mentre le sue consuetudini furono accolte anche nell’Europa continentale e soprattutto in Germania: a riguardo, è doveroso il rinvio ai contributi di Alfredo Lucioni, Da Warmondo a Ogerio, in "Storia della Chiesa di Ivrea" cit. (sopra nota 3), pp. 119-189; L’evoluzione del monachesimo fruttuariense tra la fine dell’XI e la metà del XIII secolo: dalla «ecclesia» all’«ordo», in "Il monachesimo italiano nell’età comunale" (Atti del IV Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, Abbazia di S. Giacomo Maggiore, Pontida, 3-6 settembre 1995), a cura di F. G. B. Trolese, Cesena 1998 (stampa 1999), pp. 97-138; Il processo di formazione delle consuetudini fruttuariensi, in "Regulae – Consuetudines – Statuta. Studi sulle fonti normative degli ordini religiosi nei secoli centrali del Medioevo" (Atti del I e II Seminario internazionale di studio del Centro italo-tedesco di storia comparata degli ordini religiosi. Bari – Noci – Lecce, 26-27 ottobre 2002 – Castiglione delle Stiviere, 23-24 maggio 2003), a cura di C. Andenna, G. Melville, Münster 2005, pp. 105-139; Presenze fruttuariensi nel Piemonte meridionale dei secoli XI-XIII. Ricerche per un inventario degli insediamenti, in "All’ombra dei signori di Morozzo: esperienze monastiche riformate ai piedi delle Marittime" (XI-XV secolo) (Atti del Convegno, S. Biagio Mondovì – Rocca de’ Baldi – Mondovì, 3-5 novembre 2000), a cura di R. Comba, G. G. Merlo, Cuneo 2003, pp. 57-86; L’abbazia, l’episcopato, il papato e la formazione della rete monastica di S. Benigno di Fruttuaria nel secolo XI, in "Il monachesimo del secolo XI nell’Italia nordoccidentale" (Atti dell’VIII Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, San Benigno Canavese, 28 settembre – 1 ottobre 2006), a cura di A. Lucioni, Cesena 2010, pp. 237-308. Purtroppo, però, tale prestigio non trova conforto nelle fonti, la cui dispersione non ha permesso in passato la creazione di un cartario abbaziale – discostandosi in questo dalla tradizione editoriale subalpina – ed è testimone anche del paradosso che rende Fruttuaria ancora oggi meno documentata rispetto ad alcuni istituti che da essa dipendevano: ho affrontato questo e altri problemi in A. Sanna, Gli studi su S. Benigno di Fruttuaria: una storiografia frazionata, in «BSBS», in corso di stampa. Fra i pochi altri cenobi canavesani, S. Tommaso di Busano, S. Maria di Belmonte e S. Stefano di Ivrea, soltanto di quest’ultimo si conserva una ricca documentazione, che copre anche le lacune degli archivi ecclesiastici eporediesi: l’edizione di riferimento è Le carte dell’abazia di S. Stefano d’Ivrea fino al 1230 con una scelta delle più notevoli dal 1231 al 1313, a cura di F. Savio, G. Barelli, Pinerolo 1902 (Biblioteca della Società storica subalpina, IX), vol. II; per la storia e alcuni problemi documentari si veda A. Faloppa, Un insediamento monastico cittadino: Santo Stefano d’Ivrea e le sue carte (secoli XI-XII), in «BSBS», XCII/1 (1995), pp. 5-60; i documenti conservati appartenuti agli altri due enti sono pubblicati in Cartario di S. Maria del Belmonte e di S. Tommaso di Buzzano (1059-1326), a cura di G. Frola, in "Cartari minori", a cura di E. Gabotto, G. Frola, V. Ansaldi, L. C. Bollea, Pinerolo 1911 (Biblioteca della Società storica subalpina, XLIII), vol. II, pp. 59-104 (ma ve ne sono altri in fondi esplorati per questa ricerca, come ad esempio ASTo, Corte, Archivi privati, San Martino di Parella, mazzo 32). Sono state studiate anche la storia e le carte di un altro istituto monastico eporediese: C. Sereno, Il monastero cistercense femminile di S. Michele di Ivrea: relazioni sociali, spazi di autonomia e limiti di azione nella documentazione inedita dei secoli XIII-XV, Torino 2009 (Biblioteca Storica Subalpina, CCXXII).

[7] Basti qui ricordare che il crescente risvolto economico incarnato dal potere signorile orientò i suoi detentori a concepirne in modo unitario la gestione e a estenderne le prerogative di esercizio; ciò diede adito a dispute e rivendicazioni con il conseguente intensificarsi della produzione documentaria e dell’impegno della cultura notarile a meglio definire gli ambiti di esercizio e i contenuti e tentare una classificazione dei diritti che costituivano la base della signoria. Su questi sforzi derivano le riflessioni della medievistica. Lo storico impegnato su questo fronte deve sovente «integrare le non abbondanti informazioni dei secoli XI e XII, relative soprattutto a signorie monastiche, con la documentazione del secolo XIII», fase in cui alcuni connotati della signoria sono ­ ormai giunti a maturazione ­ possono essere attribuiti «ad età ben precedenti», poiché a quel lontano passato risale la loro comparsa e il loro sviluppo. Il rinvio questa volta è a G. Sergi, Lo sviluppo signorile e l’inquadramento feudale, in "La storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea", a cura di N. Tranfaglia, M. Firpo, I, vol. 2, Torino 1986, pp. 369-393.

[8] G. Sergi, Il declino del potere marchionale anscarico e il riassetto circoscrizionale del Piemonte settentrionale, in «BSBS», LXXIII (1975), pp. 441-492 ora in Id., "I confini del potere. Marche e signorie fra due regni medievali", Torino 1995, pp. 39-55.

[9] L’appartenenza di Arduino al gruppo parentale anscarico è frutto di interpretazioni erudite, convinte che il padre, il «comes Mediolanensis» Dadone, fosse membro del «ramo anscarico», ma la documentazione relativa a questo «non permette assolutamente simili conclusioni», G. Andenna, Grandi patrimoni, funzioni pubbliche e famiglie su di un territorio: il «comitatus plumbiensis» e i suoi conti dal IX all’XI secolo, in "Formazione e strutture dei ceti dominanti nel Medioevo: marchesi, conti e visconti nel Regno Italico (sec. IX-XII)" (Atti del I Convegno di Pisa, 10-11 maggio 1983), Roma 1988, pp. 210-212. «Sono stati talora avanzati dubbi», ma la tesi «ha continuato a prevalere in modo tacito e quindi acritico fino a tempi recenti», lasciando spazio a elucubrazioni genealogiche di quanti lo volevano, insieme con i figli (quelli realmente esistiti e quelli inventati), capostipite delle famiglie comitali del Canavese e di altre regioni: Sergi, I confini del potere cit., pp. 193-194 e nn. 18-19; ma si vedano anche pp. 195-198, in cui si dà prova dell’estraneità di Arduino dalla famiglia marchionale anscarica. Sulla figura storica di Arduino confrontata a quella mitica delle speculazioni erudite, Id., Arduino marchese conservatore e re rivoluzionario e soprattutto F. Quaccia, Genesi e prime testimonianze del mito arduinico, entrambi in L. Levi Momigliano, F. Quaccia, G. Sergi, Arduino mille anni dopo. Un re tra mito e storia, Torino Londra Venezia 2002, pp. 16-18 e pp. 26-42. Il desiderio di ricondurre tutta la storia canavesana al re-marchese non risparmiò nemmeno l’abbazia di Fruttuaria: diversi passi del Chronicon di Fruttuaria furono rimaneggiati nei secoli tardomedievali, affinché anche gli abati di S. Benigno figurassero come membri di famiglie comitali e signorili del Canavese e quindi discendenti dei figli di Arduino: di questo problema se n’è occupato A. Piazza, I racconti sulla Vergine di Belmonte e i signori del Canavese nel «Chronicon» dell’abbazia di Fruttuaria, in «Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento», 26 (2000), pp. 579-594, p. 581 sgg; per la cronaca fruttuariense si rinvia a G. Calligaris, Un’antica cronaca piemontese inedita, Torino 1889, avvisando però che Paolo Buffo sta portando a termine una nuova edizione condotta su diversi manoscritti, alcuni precedenti a quelli su cui si basò Calligaris.

[10] Come mostrano alcuni documenti conservati presso ASTo, Corte: due fondi su tutti, cioè Archivi privati, San Martino di Parella e Archivi privati, San Martino d’Agliè. Riguardo alla pretesa dei lignaggi comitali canavesani di essere parte della stirpe di un re si vedano A. Barbero, Corti e storiografia di corte nel Piemonte tardomedievale, in "Piemonte medievale. Forme del potere e della società. Studi per Giovanni Tabacco", Torino 1985, pp. 249-279 e Id., La memoria dell’ufficio pubblico nelle famiglie nobili tardomedievali, in "Formazione e strutture dei ceti dominanti nel medioevo: marchesi conti e visconti nel regno italico (sec. IX-XII)" (Atti del secondo convegno di Pisa, 3-4 dicembre 1993), Roma 1996, pp. 45 sgg.

[11] Oltre a quanto citato a nota 9, si legga l’agile articolo di A. Faloppa, Come ti costruisco un mito, in «Medioevo», 69 (2002), pp. 34-43.

[12] Alcuni esempi: L. Baietto, Vescovi e comuni: l’influenza della politica pontificia nella prima metà del secolo XIII a Ivrea e Vercelli, in «BSBS», C/2 (2002), pp. 459-546; P. Buffo, Lessico e prassi dell’affermazione signorile entro l’area d’influenza dei Valperga. Il caso Busano, in «BSBS», CVI/2 (2008), pp. 399-441; Id., Autonomie intorno alla civitas cit. (sopra nota 2); A. Faloppa, Ivrea dalla “civitas” al primo comune, in «BSBS», CVIII/2 (2010), pp. 417-481.

[13] I caratteri delle quali, com’è noto, sono stati per la prima volta proposti organicamente da G. Duby, L’economia rurale nell’Europa medievale. Francia Inghilterra Impero (secoli IX-XIV), Roma-Bari 1988 (prima ed. Bari 1966): sull’importanza della «Terza parte», quella relativa ai poteri signorili e alle tipologie di signoria, non sfruttata come meriterebbe dagli storici italiani si legga G. Sergi, Il tema dei poteri signorili nell’Economia rurale di Duby, in "Medioevo e oltre: Georges Duby e la storiografia del nostro tempo", a cura di D. Romagnoli, Bologna 1999, pp. 47-58 (in particolare 49-54). Per un’applicazione a studi e sintesi, con diversi propositi orientati a complicare le tipologie signorili, oltre a Sergi, Lo sviluppo signorile cit. (sopra nota 7), si vedano C. Violante, La signoria «territoriale» come quadro delle strutture organizzative del contado nella Lombardia del secolo XII, in "Histoire comparée de l’administration (IVe-XVIIIe siècles)" (Actes du XIVe colloque historique franco-allemand, Tours, 27 marzo-1° aprile 1977), a cura di W. Paravicini, K. F. Werner, München 1980, pp. 333-344; Id., La signoria rurale nel secolo X. Proposte tipologiche, in "Il secolo di ferro. Mito e realtà del secolo X" (Atti della XXXVIII Settimana del Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 19-25 aprile 1990), Spoleto 1991, pp. 329-385; Id., La signoria rurale nel contesto storico dei secoli X-XII, in "Strutture e trasformazioni" cit. (sopra nota 1), pp. 7-56; Provero, L’Italia dei poteri locali cit. (sopra nota 1), pp. 101-105, 133-136, 153-155, 205-211. Meno convinto dell’efficacia di queste categorie è invece Carocci, Signoria rurale cit. (sopra nota 1), p. 82, la cui rilettura nelle pagine precedenti muove principalmente dagli aspetti economici e produttivi interni alla signoria.

 

ASTo = Archivio di Stato di Torino; «BSBS» = «Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino»; BSSS 5 = Le carte dell’archivio vescovile di Ivrea fino al 1313, a cura di F. Gabotto, Pinerolo 1900 (Biblioteca della Società storica subalpina, V), vol. I; BSSS 6 = Le carte dell’archivio vescovile di Ivrea fino al 1313, a cura di F. Gabotto, Pinerolo 1900 (Biblioteca della Società storica subalpina, VI), vol. II; BSSS 8 = Documenti dell’archivio comunale di Vercelli relativi ad Ivrea, a cura di G. Colombo, Pinerolo 1901 (Biblioteca della Società storica subalpina, VIII); BSSS 9/I = Le carte dell’archivio capitolare d’Ivrea fino al 1230 con una scelta delle più notevoli dal 1231 al 1313, a cura di E. Durando, Pinerolo 1902 (Biblioteca della Società storica subalpina, IX), vol. I; BSSS 74 = Il Libro Rosso del Comune di Ivrea, a cura di G. Assandria, Pinerolo 1914 (Biblioteca della Società storica subalpina, LXXIV); Buffo 110/1 = P. Buffo, I documenti dell’Archivio storico del comune di Ivrea (1142-1313), in «BSBS», CX/1 (2012), pp. 201-308; HPM, Ch. I = Historiae Patriae Monumenta, Chartarum tomus I, Augustae Taurinorum 1836; HPM, Ch. II = Historiae Patriae Monumenta, Chartarum tomus II, Augustae Taurinorum 1854.

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