LA COSTRUZIONE DELLA FRONTIERA ABRUZZESE NELLA TERRITORIALIZZAZIONE NORMANNA DEL XII SECOLO

Castello di Pereto (AQ), X-XI secolo (Creative Commons license)
Castello di Pereto (AQ), X-XI secolo (Creative Commons license)

Davide Del Gusto

 

in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 144-165.

 

  

 

Basandosi sull’analisi delle fonti a disposizione, la storia delle migrazioni dei Normanni dalla nativa Scandinavia verso alcune aree europee completamente diverse tra loro risalta in modo particolare per la possibilità di approcciare il tema attraverso la lettura geoculturale del datum storico. Furono del resto gli stessi cronisti della conquista a sottolineare in che modo l’XI e il XII secolo avessero finito per caratterizzarsi come periodi di transizione da un contesto sociale a un altro; lo stesso Amato di Montecassino, autore della perduta Historia Normannorum (di cui si ha il volgarizzamento in antico francese intitolato Ystoire de li Normant), testo fondamentale per lo studio dell’insediamento normanno nel Mezzogiorno d’Italia[1], asseriva nell’incipit della sua opera che lo spirito di esplorazione proprio di quegli uomini fosse stato alla base del loro modo di vedere il mondo e di relazionarsi con esso per riportare all’interno della loro specificità alcuni dei parametri sociali precedentemente già strutturati da altri.

Amato scriveva che «en tant estoit cressute la moltitude de lo peuple, que li champ né li arbre non souffisoit a tant de gent de porter lor necessaires dont peussent vivre. Adont par diverses parties del munde s’espartirent sa et là, c’est en diversez parties et contrées. […] Et se partirent ceste gent, et laisserent petite choze pour acquester assez. Et non firent second la costumance de molt qui vont par lo monde, liquel se metent à servir autre, més, simillance de li antique chevalier, voilloient avoir toute gent en lor subjettion et en lor seignorie. Et pristent l’arme, et rompirent la ligature de paiz, et firent grant exercit et grant chevalerie. Et por ce vouz dirons coment il s’espartirent par lo monde, et coment faisoient lor vie»[2]: seguendo questa politica, i Normanni avrebbero così imposto una nuova caratterizzazione del potere e del territorio nelle terre conquistate, apportando comunque elementi di novità afferenti a una certa normannitas fondata sulla «apertura all’avventura esterna»[3], una contrapposizione netta tra i Nordman, i “pagani del Nord”, e i popoli europei[4]. Ciononostante, attraverso lunghi processi di integrazione, essi finirono per introdursi sempre di più nelle dinamiche socio-culturali delle alterità con cui venivano in contatto[5], prospettando progetti di costruzione “statale” verticistica e militare presto espressi in Normandia, in Inghilterra e, seppur con un processo più lungo, nell’Italia meridionale, dove fu con il loro arrivo che si sviluppò una serie di istituzioni di carattere feudale fino ad allora ancora ben poco frequentate a sud delle Alpi[6].

Così come Amato di Montecassino, anche gli altri cronisti italici dell’XI e del XII secolo manifestarono il proprio interesse intorno agli ultimi arrivati, riconoscendone spesso i caratteri spiccatamente allotri, sia in senso negativo che positivo[7]. Esemplare al riguardo è quanto raccontato sempre sia nella Ystoire de li Normant che nel Chronicon casinense relativamente alla liberazione nel 999 della “opulenta Salernum” dalle angherie saracene grazie all’aiuto dei cavalieri normanni di ritorno da un pellegrinaggio presso il saint Sepulcre de Jerusalem: accolti da Guaimario III come liberatori, essi rifiutarono tuttavia di stabilirsi nella zona preferendo tornare in Normandia, asserendo di aver combattuto contro il nemico e di aver soccorso i salernitani «por lo amor de Dieu»[8].

Cominciava così la lunga storia delle relazioni normanne con il Mezzogiorno, capaci di cambiarne ampiamente i modi di vivere lo spazio e di razionalizzare attorno ad una feudalità ben strutturata la frammentazione di territori in cui per secoli si erano incrociati linguaggi culturali locali, greci, germanici e arabi con una territorializzazione basata essenzialmente sul provincialismo delle piccole realtà[9]. A fronte della conquista islamica della Sicilia, infatti, il resto dell’Italia meridionale era rimasto caratterizzato da discontinuità e contaminazioni di diversa origine, rese possibili sia da una poco sviluppata sperimentazione urbana che dalle difficoltà relazionali dovute alla morfologia della catena appenninica, principale motivo di un’interessante e massiccio sviluppo del fenomeno dell’incastellamento[10]. Ciò avrebbe portato, prima dell’arrivo dei Normanni, a continui processi di mutazione spaziale legati a modalità di insediamento e controllo strutturale del territorio, riflettendosi nell’esperienza delle frontiere fisiche ed esistenziali delle comunità locali del tempo[11]: in un certo senso, nonostante l’endemica frammentazione territoriale delle varie realtà del Mezzogiorno, i Normanni si trovarono ad operare in un contesto in cui era possibile inserire pratiche di insediamento prettamente feudali e razionalizzare il “caos creativo” dei particolarismi localistici [12].

Come detto, però, l’andamento della “normannizzazione” dell’Italia meridionale rivelò tutte le sue complessità nella fase della conquista portata avanti su più fronti tra gli anni ’30 dell’XI secolo e gli anni ’40 del XII. Inoltre, contrariamente a quanto affermato dalla critica storica crociana, i Normanni del Sud non furono in assoluto un corpo estraneo e non accettato dalle popolazioni locali fino all’età sveva [13], dato che attraverso uno specifico agire territoriale e con gradualità riuscirono a rimodulare sensibilmente l’intero assetto del Mezzogiorno già nel XII secolo, a partire dall’utilizzo di simboli propri della loro sensibilità espressi in una strutturazione del territorio ben precisa. Bisognava proporre nuove frontiere, riuscendo in prospettiva sia a separare l’altro da sé sia ad assimilarlo nelle fase di più capillare e profonda integrazione. Le vie percorse per raggiungere tale scopo furono allora quella dell’espansione militare [14] e di una nuova fase di incastellamento, potendo così permettere alle singole realtà locali di accettare l’inserimento sempre più massiccio di elementi e landmark ben precisi, capaci di modificare la percezione del paesaggio insieme con i cambiamenti istituzionali [15].

In questo modo, a partire dalla metà dell’XI secolo e con la legittimazione papale passata per il campo di battaglia di Civitate nel 1053, i Normanni del Mezzogiorno poterono effettivamente perseguire la propria politica di agire territoriale: Riccardo Drengot conquistò Capua nel 1058, ponendo il proprio potere in una delle zone più ricche e strategicamente importanti dell’Italia meridionale; Guglielmo d’Altavilla indirizzò i suoi cavalieri alla volta del Principato di Salerno; Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero si lanciarono alla conquista della Calabria, venendo infine insigniti del titolo di Duca di Puglia e Calabria da Niccolò II nel 1059 [16]. Preso possesso della maggior parte del Mezzogiorno, tra gli anni ’60 del secolo e il 1091 ebbe luogo la riconquista della Sicilia musulmana [17] e, all’incirca nel medesimo periodo, anche la Puglia venne definitivamente tolta agli ultimi Bizantini; Giordano di Capua risalì dalla Terra di Lavoro verso le aree controllate dai Conti dei Marsi, nell’Abruzzo interno, mentre Ugo Malmozzetto e Roberto di Loritello salirono in modo quasi parallelo dalla regione pugliese verso il comitato teatino. Nel 1080, insomma, a seguito della conquista definitiva di Salerno da parte del Guiscardo, tutto il Mezzogiorno era nelle mani dei cavalieri normanni, condizione riconosciuta dallo stesso papa Gregorio VII con il trattato di Ceprano [18]. Nel 1130, all’atto di fondazione del Regnum Siciliae da parte di Ruggero II, mancavano ancora l’indipendente Ducato di Napoli (rimasto tale fino al 1137) e gran parte dei territori abruzzesi prima che l’Italia meridionale fosse per la prima volta unita sotto un’unica corona; tuttavia l’atto territorializzante dei Normanni aveva già raggiunto un risultato di capitale importanza poiché essi «nell’XI e nel XII secolo, modificarono la carta politica e il profilo culturale dell’Europa. […] Il durevole successo dei normanni nel nord e nel sud dell’Europa si spiega dunque […] con la loro capacità di adattarsi ad ambienti geograficamente, politicamente e culturalmente differenti e di integrarsi in essi» [19], aggiungendo peraltro un proprio fondamentale contributo [20]. Non restava altro che delineare in modo netto e preciso quale fosse la loro politica relazionale con il Papato [21], con l’Impero e con i Bizantini stabilendo prima di tutto una leva militare attraverso la quale rendersi conto dello spazio locale territorializzato e gestire ogni tipo di minaccia esterna.

 

[1] Cfr. J. Kujawiński, Ystoire de li Normant una testimonianza del secolo XI?, in La reliquia del sangue di Cristo. Mantova, l’Italia e l’Europa al tempo di Leone IX, a cura di G.M. Cantarella e A. Calzona, Verona 2012, pp. 359-360.

[2] Amato di Montecassino I, 1-2.

[3] M. Arnoux, I Normanni prima della conquista. Costruzione politica e identità nazionale, in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno (1030-1130), Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve, Bari, 5-8 ottobre 2004, a cura di E. Licinio e F. Violante, Bari 2006, p. 59.

[4] M. Bloch, La società feudale, Torino 1999, pp. 28-29.

[5] Arnoux, op. cit., p. 60

[6] L. Musset, La questione normanna, in I Normanni popolo d’Europa. MXXX-MCC, a cura di M. D’Onofrio, Venezia 1994, p. 11.

[7] Guglielmo di Puglia I, 6-10. Si noti inoltre il caustico commento di un prete chiamato Stefano originario della Terra di Lavoro che, con una certa efficacia, non esitò a scrivere un eloquente «illi maledicti lormannis»: cfr. E. Cuozzo, «Quei maledetti normanni». Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989, p. 17.

[8] Amato di Montecassino I, 17-19; la fonte utilizzata da Amato è la medesima di Leone Marsicano, come si può facilmente riscontrare in Chron. Casin. CDMS (W) II, 37: «Guaimario maiore, qui tunc Salerni principabatur, equis armisque expostulatis inopinate super illos irruunt et plurimis eorum peremptis ceterisque fugatis mirabilem victoriam Deo prestante adepti sunt. Attolluntur ab omnibus in triumphum, donis a principe amplissimis honorantur, utque secum manere debeant, multis precibus invitantur. Illi vero se amore tantum Dei et christiane fidei hoc fecisse asseverantes et dona recusant et ibi manere posse se denegant. Princeps itaque habito cum suis consilio simul cum eisdem Normannis legatos suos in Normanniam dirigit et veluti alter Narsis poma per eos cedrina, amigdolas quoque et deauratas nuces ac pallia imperialia nec non et equorum instrumenta auro purissimo insignita illuc transmittens ad terram talia gignentem illos transire non tam invitabat quam et trahebat». Il medesimo episodio sarebbe stato appena accennato in un’altra redazione del Chronicon casinense, in occasione della descrizione dei primi contatti dei Normanni con Melo di Bari durante il settimo anno dell’abate Atenolfo, guida del cenobio di Montecassino dal 1011 al 1022: «Septimo huius abbatis anno ceperunt Normanni Melo duce expugnare Apuliam. Qualiter autem vel qua occasione Normanni ad istas partes primo devenerint et quis vel unde Melus hic fuerit quave de causa eisdem Normannis adheserit, oportune referendum videtur. Ante hos circiter sedecim annos quadraginta numero Normanni in habitu peregrino a Ierusolimis revertentes Salernum applicuerunt, viri equidem et statura proceri et specie pulchri et armorum experientia summi» (Chron. Casin. A II, 37).

[9] Si veda quanto scritto su questo tema da Luigi Provero, il quale sottolinea quanto il localismo politico italiano abbia assunto dei caratteri propri nell’agire territoriale delle popolazioni, in particolare nelle aree dell’Italia centrosettentrionale, molto più legate al sistema imperiale germanico rispetto al Mezzogiorno: L. Provero, L’Italia dei poteri locali. Secoli X-XII, Roma 2011; per un contesto ben più generale e, soprattutto, per la trattazione della lunga tradizione di studi al riguardo, cfr. G. Albertoni – L. Provero, Il feudalesimo in Italia, Roma 2003 e G. Albertoni, Vassalli, feudi, feudalesimo, Roma 2015. Riguardo, invece, gli studi sull’Italia meridionale e sui particolarismi locali nell’età prenormanna un importante punto di riferimento è B.M. Kreutz, Before the Normans. Southern Italy in the Ninth and Tenth Centuries, Philadelphia 1991.

[10] Cfr. C. Azzara, I precedenti prenormanni, in Alle origini del dualismo italiano. Regno di Sicilia e Italia centro-settentrionale dagli Altavilla agli Angiò (1100-1350), a cura di G. Galasso, Soveria Mannelli 2014, p. 35.

Sul fenomeno dell’incastellamento in Italia esiste una considerevole quantità di studi, specialmente di tipo archeologico. Per una prospettiva più legata alle dinamiche di territorializzazione castrense nell’Italia centromeridionale si veda in particolare C. Wickham, Studi sulla società degli Appennini nell’Alto Medioevo. Contadini, signori e insediamento nel territorio di Valva, Bologna 1982; Id., Castelli e incastellamento nell’Italia centrale: la problematica storica, in Civiltà medievale negli Abruzzi, a cura di S. Boesch Gajano e M.R. Bernardi, L’Aquila 1990, pp. 109-123; Id., Il problema dell’incastellamento nell’Italia Centrale: l’esempio di San Vincenzo al Volturno, in San Vincenzo al Volturno. Cultura, istituzioni, economia, a cura di F. Marazzi, Montecassino 1996, pp. 103-150.

[11] La mutazione in questione fu essenzialmente dovuta al superamento, nei secoli X e XI, della percezione dei “paesaggi della paura” tardoantichi a favore di un nuovo modo di intendere le relazioni con il milieu naturale: cfr. in particolare V. Fumagalli, Paesaggi della paura. Vita e natura nel Medioevo, Bologna 1994. Tra l’XI e il XII secolo, insomma, le diverse modalità d’incastellamento contribuirono alla riconsiderazione dello spazio umano, sperimentando sempre nuove forme di territorializzazione su scala locale: per il milieu naturale e le realtà rurali – in particolare del Lazio e della Sabina – cfr. P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IXe à la fin du XIIe siècle, I, Rome 1973, pp. 135-300 e, sul feudalesimo nell’Italia centromeridionale, Id., Dalla terra ai castelli. Paesaggio, agricoltura e poteri nell’Italia medievale, Torino 1995; infine, per una panoramica più generale sul rapporto tra il milieu e le società nei secoli centrali del Medioevo cfr. R. Rao, I paesaggi dell’Italia medievale, Roma 2015, pp. 85-106.

[12] M. Ascheri, Medioevo del potere. Le istituzioni laiche ed ecclesiastiche, Bologna 2005, pp. 153-175: 168-173. Sulle prime forme di potere istituzionalizzate dai Normanni cfr. V. von Falkenhausen, Il popolamento: etnie, fedi, insediamenti, in Terra e uomini nel Mezzogiorno normanno-svevo, Atti delle settime giornate normanno-sveve, Bari, 15-17 ottobre 1985, a cura di G. Musca, Bari 1987, pp. 39-73.

[13] Cfr. G. Cherubini, Popoli, etnie, e territorio alla vigilia della conquista. Il Mezzogiorno continentale, in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno (1030-1130), Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve, Bari, 5-8 ottobre 2004, a cura di E. Licinio e F. Violante, Bari 2006, pp. 68-69; 72.

[14] Cfr. E. Cuozzo, I Normanni, in Alle origini del dualismo italiano. Regno di Sicilia e Italia centro-settentrionale dagli Altavilla agli Angiò (1100-1350), a cura di G. Galasso, Soveria Mannelli 2014, p. 45. Un ulteriore elemento di diversità fu la pratica della guerra normanna, originatasi dal saccheggio per poi evolversi in una sorta di macchina da guerra basata sui milites, i cavalieri, vero e proprio nerbo della futura amministrazione giurisdizionale normanna in Italia: cfr. A.A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Roma-Bari 2004, pp. 19-20 e Id., Gli strumenti e la tattica della conquista, in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno (1030- 1130), Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve, Bari, 5-8 ottobre 2004, a cura di E. Licinio e F. Violante, Bari 2006, pp. 109-149.

[15] Cfr. G.A. Loud, How “Norman” was the Norman Conquest of Southern Italy?, in G.A. Loud, Conquerors and Churchmen in Norman Italy, Aldershot 1999, pp. 13-34. L’edificazione di nuovi castra in tutto il Mezzogiorno, specialmente nelle aree frontaliere settentrionali portò a una nuova visione del territorio meridionale, come ben argomentato in J.-M. Martin, L’“incastellamento”: mutation de l’habitat dans l’Italie du Xe siècle, in Actes des congrès de la Société des historiens médiévistes de l’enseignement supérieur public, 9e congrès, Dijon, 1978, pp. 235-249 e, più nello specifico, Id., L’impronta normanna sul territorio, in I Normanni popolo d’Europa. MXXX-MCC, a cura di M. D’Onofrio, Venezia 1994, pp. 214-216.

[16] I papi avrebbero sempre svolto un ruolo molto importante nelle relazioni con i Normanni nelle fasi della conquista; in particolare Roberto il Guiscardo colse sin da subito l’importanza della piena legittimazione del proprio potere da parte di Roma e nel 1059 giurò homagium e fidelitas a Melfi alla presenza di Niccolò II, promettendo inoltre di difendere il papato secondo la formula: «Et adiuvabo te ut secure et honorifice teneas papatum Romanum»; cfr. G. Andenna, Dalla legittimazione alla sacralizzazione della conquista (1042-1140), in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno (1030-1130), Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve, Bari, 5-8 ottobre 2004, a cura di E. Licinio e F. Violante, Bari 2006, pp. 384-393; si vedano anche H. Taviani Carozzi, La terreur du monde. Robert Guiscard et la conquête normande en Italie, Paris 1996, pp. 226-232; 237-244 e Ead., Le mythe des origines de la conquête normande en Italie, in Cavalieri alla conquista del Sud, a cura di E. Cuozzo e J.-M. Martin, Roma-Bari 1998, pp. 82-89.

[17] Sulla conquista normanna e sulle reazioni delle realtà siciliane si veda il De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius di Goffredo Malaterra, commentate in particolare in M.-A. Lucas-Avenel, Les populations de Sicile et les conquérants normands vus par Geoffroi Malaterra, in De la Normandie à la Sicile: réalités, représentations, mythes, Actes du colloque tenu aux archives départementales de la Manche du 17 au 19 octobre 2002, sous la direction de M. Colin et M.-A. Lucas-Avenel, Saint-Lô, 2004, pp. 49-66.

[18] Cfr. S. Carocci, Signorie di Mezzogiorno. Società rurali, poteri aristocratici e monarchia (XII-XIII secolo), Roma 2014, pp. 64-65.

[19] Cfr. H. Houben, I normanni, Bologna, 2013, pp. 115-116.

[20] L’impronta della normannizzazione sul territorio insediato tra l’XI e il XII secolo fu in effetti evidente sin nella riformulazione del paesaggio, adattando vari tipi di insediamento non solo alla conformazione morfologica dell’ambiente naturale, ma anche alle precedenti fasi di territorializzazione condotte da altri popoli: cfr. J.M. Martin, L’impronta normanna cit., p. 214. Sui problemi riguardanti il dialogo tra le diverse culture del Mezzogiorno continentale e insulare, in particolare rispetto al contributo normanno dell’XI-XII secolo si veda invece J.-M. Martin, Italies normandes (XIe-XIIe siècles), Paris, 1994, pp. 79-129: 117-128.

[21] Un importante contributo alla storia dei rapporti tra i nuovi signori normanni e le istituzioni ecclesiastiche è in J. Décarreaux, Normands, Papes et moines. Cinquante ans de conquêtes et de politique religieuse en Italie méridionale et en Sicile (Milieu du XIe siècle – début du XIIe), Paris, 1974.

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