BANDIERE, SIGILLI E SIMBOLI. UN NUOVO MODO DI FARE LA GUERRA

 

Federico Canaccini

 

(titolo originale "Bandiere, sigilli e simboli. "A New Model Army" del Medioevo toscano", in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 166-181)

 

  

 

Sulla piana ai piedi del castello dei conti Guidi di Poppi, forse il giorno avanti il sanguinoso sabato di San Barnaba, ovvero all’alba di quel fatidico 11 giugno 1289, stando alle parole di Dino Compagni che partecipò allo scontro, “messer Barone de’ Mangiadori da san Miniato, franco et esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: “Signori, le guerre di Toscana si sogliano vincere per bene assalire; e non duravano, e pochi uomin vi moriano, che non era in uso l’ucciderli. Ora è mutato modo, e vinconsi per stare bene fermi. Il perché io vi consiglio, che voi siate forti, e lasciateli assalire” [1]. Il cronista fiorentino, tramite il discorso del cavaliere di San Miniato, ci informa di come sia certamente cambiata la prassi militare nel corso del Duecento. Ma scorrendo le cronache di quei decenni a cavaliere tra il XIII e il XIV secolo notiamo che negli eserciti comunali, oltre al progressivo ritorno della fanteria, è cambiato anche qualcosa d’altro che affiora tra le righe della cronachistica del tempo.

Assume infatti sempre più importanza un elemento precedentemente anonimo e che invece, tra XII e inizio XIII, inizia a colorare le schiere degli eserciti, per poi divenire elemento imprescindibile e addirittura distintivo: l’araldica. Agli inizi del XII secolo, specie nell’area tra Reno e Loira, si diffonde l’uso di dotarsi di un’arme, ma è nel primo ventennio del XIII secolo che l’uso delle arme si diffonde al punto da investire le diverse classi sociali e le differenti categorie di lavoratori ed è allora che il codice dell’araldica conosce la sua normativa. Non sono esclusi da questo richiamo i vari reparti militari che già in epoca classica venivano inquadrati da un vexillifer e naturalmente dalla bandiera o dall’insegna che costui portava [2].

In effetti la documentazione iconografica che riguarda insegne, vessilli, bandiere e gonfaloni è per lo più connessa con la pratica della guerra. Le bandiere che sventolano tra i vari reparti degli eserciti comunali, cavalleria, fanteria, arcieri e balestrieri, e che compaiono nelle miniature del Basso Medioevo vanno colorandosi e complicandosi poiché le singole famiglie e poi varie istituzioni e società, iniziano sempre più ad adottare stemmi, via via più complessi, per adornare scudi e gualdrappe per distinguersi nella zuffa e per fare sfoggio di sé in città, in parata, nei tornei e in battaglia.

Negli anni centrali del XIII secolo il vessillo, la bandiera, lo stemma e il sigillo, diventano in Italia nuovi spazi di confronto politico e assumono sempre più importanza. Un episodio relativo alla la battaglia di Montaperti eccitò la fantasia di Dante e la penna di Giovanni Villani [3]. “E come la schiera de’ Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de’ cavalieri de’ Fiorentini ov’era la ‘nsegna della cavalleria del comune, la quale portava messer Iacopo del Nacca della casa de’ Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch’era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ciò fatto la cavalleria e popolo veggendo abbattuta l’insegna, e così traditi da’ loro, e da’ Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta”. Nei paragrafi precedenti della Cronaca, Villani, riferendo di un altro scontro, quasi causa della battaglia di Montaperti, segnala che i cavalieri tedeschi di re Manfredi erano stati uccisi dai Guelfi fiorentini “e la sua insegna strascinata e vergognata per lo campo e in Firenze e intorno”. I due episodi, relativi allo stesso conflitto tra Siena e Firenze, ci permettono però di fare alcune riflessioni utili ai nostri fini.

C’è infatti un’enorme differenza tra i due vessilli di cui si parla in questi brani: il primo, quello relativo all’insegna abbattuta per mano di Bocca degli Abati, il “malvagio traditor”, e il secondo, la insegna di re Manfredi, “strascinata e vergognata”. Nel primo caso, infatti, la bandiera ha un valore prettamente militare, trattandosi di una bandiera di reparto: la caduta del vessillo della cavalleria fiorentina provoca lo scompiglio tra le fila e questo episodio ne decreta (in parte) la sconfitta. Nel secondo caso, invece, il gesto denigratorio di trascinare per le strade (non ancora acciottolate e, ovviamente, coperte dello sterco dei cavalli) provoca l’indignazione di “Manfredi il quale, intesa la novella, fu crucciato e (…) mandò in Toscana il conte Giordano suo maliscalco con ottocento cavalieri tedeschi”. Certamente l’invio del contingente non sarà ascrivibile al solo vilipendio del gonfalone, ma ci informa di quale valore simbolico rivestisse oramai una bandiera.

 

[1] D. Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, introduzione e note di G. Luzzato, Torino, 1978, cap. X.

[2] M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Roma-Bari 2009, pp. 193-243.

[3] G. Villani, Nuova Cronica, ed. G. Porta, 2 voll., Parma, 1990-1991, l. VI, c. 75.

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