BIBLIOTECHE LATINE D'OLTREMARE: LA BIBLIOTECA FRANCESCANA DI GERUSALEMME

Salterio di Melisenda, British Library, London, ms. 1139, f. 8
Salterio di Melisenda, British Library, London, ms. 1139, f. 8

Sissi Mattiazzo

 

in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 241-251.

 

 

Chiunque si sia mai perso per le vie di Gerusalemme, osservando i suoi edifici ed i suoi abitanti, sarà certamente rimasto colpito dalla varietà umana e architettonica della Città Santa: ogni religione, cultura, costume, tradizione, razza percorre le sue strade. Tuttavia, più ancora sarà rimasto colpito dal fatto che questa incredibile varietà umana conviva senza produrre significativi fenomeni di sincretismo culturale: anche il viaggiatore più distratto si accorgerà di passare dal quartiere ebraico a quello mussulmano, come ad abiti diversi corrispondano confessioni differenti, fino alla polifonia delle preghiere al Santo Sepolcro, dove le maggiori confessioni cristiane tradizionali hanno puntigliosamente regolamentato ogni pietra, ogni canto, ogni scansione temporale.

Gerusalemme, proprio perché culla non solo delle tre Religioni Monoteiste ma anche delle loro varietà interne, porta ciascuno a conservare e rafforzare la propria identità, anziché mescolarla e confonderla con le altre.

Questo è un fenomeno che continua da secoli, e che si conferma vero anche e soprattutto durante l’esperienza Crociata in Terra Santa: all’indomani della conquista di Gerusalemme nel 1099, i crociati scoprono la complessità della cristianità orientale, suddivisa in diverse confessioni (greco-ortodossa, giacobita, armena, maronita, melkita, copta, abissina, nestoriana e georgiana), di cui alcune persino considerate eretiche [1].

Occuparsi di scriptoria e biblioteche latine d’Oltremare significa quindi mettere a fuoco una realtà parziale e limitata rispetto al panorama offerto dalla Terra Santa, ma una realtà ben definita nei suoi contorni [2]. Si propone allora un viaggio tra i codici latini medievali conservati dai Frati Minori presso la Biblioteca generale della Custodia di Terra Santa (altrimenti detta Biblioteca di San Salvatore), che dal 2011 è al centro del progetto Libri, Ponti di pace promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dal CRELEB (Centro di Ricerca Europeo Libri Editoria Biblioteche), in sinergia con ATS Pro Terra Sancta e la Custodia di Terra Santa. Molti di questi codici sono già stati ampiamente studiati, soprattutto i codici liturgici miniati; altri invece trovano spazio per la prima volta nella mostra online consultabile da maggio 2017 sul sito della biblioteca all’indirizzo www.bibliothecaterraesanctae.org/cataloghi-di-mostre.html.

 

 Lo studio della produzione e circolazione libraria bassomedievale in Terra Santa è resa difficile dal tramonto del Regno Crociato. Con la conquista di Gerusalemme 1198 da parte del Saladino e la caduta nel 1291 di San Giovanni d’Acri, date che segnano la fine dell’impresa dei Regni d’Oltremare, l’esperienza occidentale in Terra Santa conosce una drastica interruzione. La distruzione e la dispersione del materiale non solo librario, ma anche di paramenti religiosi, tuniche, oggetti di culto, sono enormi. Ricoldo da Montecroce, frate domenicano che a ridosso della caduta di Acri si fa cronista di questi avvenimenti, annota che alcuni frammenti di questo patrimonio raggiungono persino Mosul, nell’odierno Iraq [3].

A questo, si aggiunga che l’identificazione dei codici confezionati in Terra Santa, quando non esplicita, è resa difficile dalla mancanza di una propria identità grafica. I copisti attivi negli scriptoria d’oltremare infatti, riproducono le caratteristiche grafiche della propria regione d’origine. Un metodo interessante, ma certamente problematico e limitato, per rintracciare alcuni dei prodotti di questi scriptoria latini è quello dell’integrazione delle fonti storiografiche con quelle filologiche. I codici liturgici sono i migliori candidati per questa strategia, poiché possono essere stati adattati alle celebrazioni nei Luoghi Santi e pertanto tradire una particolare attenzione verso i luoghi testimoni dell’Incarnazione del Verbo [4]. Ad oggi, la spinta più significativa nell’indagine della produzione codicologica nei Regni Latini del Levante è offerta dalla storiografia artistica, che ha saputo riconoscere alcune caratteristiche stilistiche proprie dell’Oriente latino e ad individuare alcuni atéliers [5].

Sono stati riconosciuti infatti, tra i codici confezionati in Terra Santa, degli esemplari di squisita fattura e destinati a committenti di rilievo. Il codice forse più noto è il ms. London, British Library, Francis Henry Egerton 1139, conosciuto come il Salterio della Regina Melisenda. Databile al XII secolo, è un codice di dimensioni medio-piccole, destinato alla preghiera personale della sovrana, e di gran lusso, con ben ventiquattro illustrazioni a piena pagina, iniziali in oro e numerose miniature; in origine, il codice era protetto da una coperta in seta e avorio, degna custodia di tale capolavoro. Un altro codice prodotto presso lo scriptorium gerosolimitano del Santo Sepolcro è il ms. Paris, BNF, Lat. 12056, un messale del XII secolo, anch’esso risultato di maestranze europee competenti ed abili: il ciclo iconografico, purtroppo non interamente sopravvissuto, resta comunque importante contando ben quattro iniziali maggiori e trentacinque medie miniate. Proprio per l’alto profilo codicologico di questo manoscritto, Buchtal e Folda propongono, consapevoli della fragilità della loro tesi, che il codice fosse in origine un dono della regina Melisenda al Santo Sepolcro [6].

[1] Minervini, Tradizioni linguistiche, 163, 172.

[2] Minervini, Biblioteche e scriptoria, 79.

[3] Ibidem.

[4] Tessera, Liturgia del Santo Sepolcro, 408.

[5] Buchtal, Miniature Painting; Folda, Crusader, 21-24; Minervini, Biblioteche e scriptoria, 81-82; Tessera, Liturgia del Santo Sepolcro, 408.

[6] Folda, Crusader, 137-138, 162.

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