NOTIZIE DA VENEZIA E DALL’ORIENTE NEGLI INEDITI DISPACCI SFORZESCHI DI LEONARDO BOTTA

 

Giulia Calabrò [1]

 

in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 275-291.

 

Nel Quattrocento, il ducato di Milano rappresentava una delle realtà più importanti del quadro politico italiano. Prima sottoposta al dominio dei Visconti dalla fine del XIII secolo al 1450, e poi a quello degli Sforza, la città ambrosiana fu indiscussa protagonista delle vicende della Penisola. Visto questo ruolo di primo piano, pertanto, è facile comprendere come fosse direttamente e indirettamente coinvolta in molte vicende che la misero in relazione con gli altri stati peninsulari, una su tutti la vicina repubblica di Venezia.

La pace di Lodi del 1454, sancita fra le maggiori potenze italiane, aveva contribuito a rasserenare solo parzialmente i rapporti tra il ducato ambrosiano e la Serenissima, che negli anni Settanta del Quattrocento restavano tesi. Due le principale ragioni di ciò: alcune dispute territoriali in Lombardia e la presenza nel Bergamasco del condottiero Bartolomeo Colleoni, all’epoca al soldo di Venezia, che era diventato acerrimo nemico di Galeazzo Maria Sforza[2], duca di Milano dal 1466.

Alla luce di ciò era fondamentale che il signore di Milano fosse costantemente informato su quanto succedeva a Venezia e nei suoi domini, con lo scopo di tenere sotto controllo una vicina così potente e pericolosa.

Le fonti diplomatiche quattrocentesche provenienti dalla Serenissima repubblica di Venezia conservate presso l’Archivio di stato di Milano sono prevalentemente di due forme, una privata e una pubblica. Della prima fanno parte tutte quelle missive informative dirette al duca di Milano Galeazzo Maria Sforza o a personaggi a lui vicini vergate da non professionisti della diplomazia. Gli autori di queste lettere erano mercanti, militari, ufficiali sforzeschi, che informavano il loro signore di quello che succedeva nel luogo in cui si trovavano. L’altra forma, quella pubblica, era affidata agli ambasciatori, inviati ufficiali del duca in Laguna[3], e in questo studio sono prese in esame le lettere inedite spedite a Milano dall’oratore presso la Serenissima, Leonardo Botta, nel periodo che va da aprile a giugno del 1474.

 

1. Leonardo Botta: gli occhi, le orecchie e la bocca del duca a Venezia

 

Figlio di un ufficiale sforzesco di nobile famiglia cremonese, Leonardo Botta nacque a Cremona nel 1431[4]. Seguendo le orme del padre Giovanni, il giovane entrò al servizio degli Sforza di Pesaro, dove è attestato almeno fino al 1471[5]. All’inizio degli anni ’70, Botta divenne ambasciatore del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, che rappresentò una prima volta a Venezia nel 1470, quando, insieme a un altro inviato sforzesco, Gerardo Colli[6], ottenne il rinnovo della lega generale del 1455[7]. Probabilmente fu grazie a questa esperienza pregressa che il Cremonese fu rimandato presso la Serenissima dal duca di Milano verso la fine del 1473[8]. Le prime istruzioni ducali a Botta in merito a questa missione sono datate 11 agosto 1473[9]: in esse lo Sforza spiegava che l’ambasciatore veniva inviato in Laguna per migliorare i rapporti con Venezia, che erano peggiorati negli ultimi anni principalmente a causa dei diversi conflitti tra le due potenze per il possesso della Lombardia[10], al punto che per lungo tempo era mancata in città la figura fissa di un inviato sforzesco[11].

Le disposizioni proseguivano specificando che il duca Galeazzo pretendeva di essere informato su tutto quello che succedeva in Laguna e delle notizie che là giungevano — Botta aveva l’ordine di scrivere «più spesso che sia possibile» — , con particolare attenzione alle vicende legate ai Turchi e all’Ungheria[12].

Una seconda istruzione, posteriore di un giorno alla prima[13], specificava che sarebbe stato compito dell’ambasciatore adoperarsi affinché Venezia si allontanasse politicamente da Roma e Napoli[14].

Ricevuto questo incarico, quindi, Botta si preparò a partire: ritengo sia da collocare in questi giorni dell’agosto 1473 la carta senza data, conservata nell’archivio di stato di Milano, tramite cui, probabilmente l’ambasciatore stesso o un suo cancelliere, inoltrò delle richieste alla corte ducale[15]: come avrebbe dovuto comportarsi con gli ambasciatori degli altri signori? A Venezia avrebbe trovato qualche persona di fiducia con cui confidarsi? In casa di chi e dove avrebbe abitato durante la sua missione? Con che linguaggio avrebbe dovuto rivolgersi al doge e ai patrizi veneziani? Avrebbe avuto servi e abiti? Avrebbe avuto una cifra? E una patente? E delle lettere credenziali?

Queste sono, dunque, le preoccupazioni dell’ambasciatore prima di partire per la sua missione. A tal proposito, il duca aveva richiesto ad Aloisio Marliano, ufficiale sforzesco che si trovava a Venezia[16], di preparare per l’oratore una dimora, la quale, però, non piacque al Cremonese, che la ritenne poco comoda per la sua missione[17]. Marliano, quindi, ne cercò un’altra, e Botta vi prese alloggio, finché la Serenissima non gli offrì una residenza in San Marco, provvista di molte suppellettili e comodità[18]. Qualche mese dopo la definitiva sistemazione, il duca, in segno di stima nei confronti di Botta, permise alla moglie di questi di raggiungerlo nella casa in San Marco[19].

Altri interrogativi, invece, riguardavano più da vicino l’attività diplomatica: innanzitutto era necessario che Botta sapesse come lo Sforza voleva che si rivolgesse alle importanti personalità di Venezia, in primis il doge e i patrizi di San Marco, poi ai rappresentati delle altre potenze presenti in città.

Nel relazionarsi con questi personaggi, all’oratore venne raccomandato in primo luogo l’uso della prudentia[20], specialmente con il rappresentante del re di Napoli, Angelo Probo d’Atri[21]. Oltre alla prudentia, la diligentia era un’altra delle qualità richieste a un ambasciatore quattrocentesco[22]; lo stesso Botta assicurò al duca che nel suo rapportarsi con la Serenissima avrebbe usato tutta la «diligentia possibile», ovvero si sarebbe attenuto precisamente a quanto gli era stato ordinato[23].

L’ambasciatore, poi, chiese se durante il suo servizio si sarebbe potuto servire di una cifra o meno, in modo tale da impedire la lettura delle missive a soggetti indesiderati. Sarebbe stato poi compito della cancelleria ducale, che coordinava la diplomazia sforzesca[24], sciogliere la cifra per rendere leggibile l’intero testo.

Infine, con le ultime domande, Botta voleva sapere se il duca gli avrebbe fornito una patente e/o lettere credenziali[25]: lo Sforza gli fece avere queste ultime, che poi il Cremonese avrebbe presentato di persona al doge durante la cerimonia ufficiale di inizio servizio[26].

Dopo aver ricevuto tutte le istruzioni, dunque, Botta lasciò Cremona[27] e raggiunse Venezia[28]; qui, venne ufficialmente accolto dal doge, che, in occasione del primo incontro, gli chiese come stesse il duca di Milano e lo fece sedere alla sua destra, com’era usanza[29]. Dopo la lettura delle credenziali, vennero ammessi in sala i senatori della città, e Botta illustrò loro la ragione della sua venuta. Seguirono parole di benvenuto e di ringraziamento per l’invio dell’oratore, che iniziò così il suo ufficio. Il Cremonese rimase a Venezia in maniera continuata fino al 1480, quando venne richiamato a Milano da Ludovico il Moro[30].

L’esperienza di Botta si evidenziò per la sua lunga e peculiare continuità, conseguita grazie ai suoi successi diplomatici[31]. Il più brillante di questi fu probabilmente la firma della lega tra Venezia, Milano e Firenze il 2 novembre 1474[32], per cui Botta lavorò diplomaticamente in maniera molto sollecita, come si evince da numerose sue missive.

A tal proposito, il modus operandi dell’ambasciatore era solitamente il seguente: non appena riceveva istruzioni da Milano, richiedeva un colloquio con il doge e i patrizi veneziani. Dopo di che, l’oratore riferiva le istruzioni ricevute e ascoltava le risposte della Serenissima, affrettandosi a comunicarle al duca, spesso anche vocabolo per vocabolo[33], nella maniera più precisa possibile. Infine poteva accadere che, mentre lasciava il palazzo ducale, Botta fosse fermato da qualche segretario veneziano, il più delle volte Febo Capella[34], che gli comunicava ulteriori informazioni da scrivere a Milano[35]. Era uso di Botta rivolgersi a Capella quando voleva ottenere un colloquio col senato[36]. Un ottimo momento per esporre le richieste del duca di Milano ed ascoltare le risposte veneziane era durante l’assemblea del senato, certo, ma l’oratore sforzesco si dimostrò piuttosto versatile, tanto che ebbe modo di ricordare al doge che aveva promesso una risposta sulla questione del rinnovo della lega generale anche durante gli «officii» in San Marco, ovvero durante la messa[37].

Per cercare di rendere la repubblica accondiscendente alle richieste dello Sforza, il Cremonese operò anche tramite canali non ufficiali: in città si era affrettato a conoscere nobiluomini influenti, e talvolta rivelò al duca di aver avuto con loro dei colloqui privati, durante i quali aveva cercato di renderli disponibili a un’attività di persuasione del senato veneziano in favore delle richieste milanesi[38]. Alcuni di questi personaggi non sono chiaramente identificati: per celarne l’identità, Botta usò alle volte la cifra, altre il generico sostantivo «amico»[39]. Per riferire al suo signore le voci che circolavano in Laguna, inoltre, l’oratore sfruttò anche personaggi non veneziani, come ad esempio un mercante genovese, che gli riportò delle dicerie, o stratagemmi sottili, come quello di far infiltrare un uomo d’arme a lui fedele in un gruppo di soldati sudditi della Serenissima, per carpire da loro informazioni[40]. Questa rete di delatori era funzionale all’ambasciatore anche perché, spesso, egli si trovò dinanzi a un muro costruito dalle istituzioni veneziane fatto di segretezza e lungaggini[41].

Il destinatario preferenziale dell’oratore era il duca stesso, ma quattro delle sue lettere inviate fra aprile e giugno 1474 furono dirette al segretario ducale Cicco Simonetta, considerato un tramite tra l’ambasciatore e il signore. In una di queste missive, ad esempio, il Cremonese ringraziava il segretario per un dono ricevuto dal duca, un panno di velluto, sicuramente una testimonianza dell’apprezzamento ducale dell’operato di Botta[42]. Per aumentare il proprio credito presso il suo signore, l’oratore poteva contraccambiare, e così pensò di fare Botta il 23 aprile 1474, quando scrisse al duca che avrebbe voluto omaggiarlo di un barattolo di frutti zuccherati, provenienti dall’Oriente. Purtroppo, però, i frutti sapevano di rancido perché erano vecchi, quindi l’ambasciatore non li inviò a Milano[43].

 

[1] Nel corso di questo lavoro sono state usate le seguenti sigle: ASMi = Archivio di stato di Milano; DBI = Dizionario biografico degli Italiani; SPE = Fondo sforzesco potenze estere.

[2] Galeazzo Maria era nato nel 1444 da Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti; successe al padre come duca della città ambrosiana nel 1466 e mantenne la carica fino alla morte, giunta nel 1476 a seguito di una congiura nobiliare. Galeazzo Maria era conosciuto soprattutto per il suo spirito turbolento e irrequieto, che fino all’ultimo aveva impensierito il padre: Simonetta, Rinascimento, pp. 111-125. Causata, in parte, da questa personalità irruenta fu anche la celebre “sfida” che il duca lanciò a Bartolomeo Colleoni (sulla sua vita si veda Belotti, La vita): nel 1471, durante le trattative tra quest’ultimo e Venezia per il rinnovo della sua condotta, il condottiero aveva cercato di convincere la Serenissima a muovere guerra a Milano, mettendo lui alla guida delle operazioni belliche. Non appena il Colleoni mosse le sue truppe, Galeazzo Maria intervenne, inviandogli una lettera scritta di propria mano il 23 agosto, per sfidarlo: veniva proposto uno scontro armato fra le due parti, ognuna delle quali formata da 1000 uomini. Il premio, in caso di vittoria, per il duca sarebbero stati 100.000 ducati, per il condottiero una città della Romagna. Anche se da molti questo gesto fu giudicato come uno sciocco retaggio feudale, il re di Napoli e il papa si impegnarono per placare le acque, consci del fatto che uno scontro del genere avrebbe potuto coinvolgere prima Venezia e poi tutto il resto della Penisola. La grande inimicizia dei due non si placò che alla morte del Colleoni, avvenuta nel 1475. Per una trattazione dettagliata di questo episodio si veda Belotti, La vita, pp. 343-352; per la vita di Galeazzo Maria Sforza, invece, rimando a Santoro, Gli Sforza, pp. 111-173.

[3] Sulle diverse forme delle fonti diplomatiche sforzesche rimando, tra gli altri, a Senatore, Uno mundo, pp. 25-83.

[4] Per l’intera biografia dell’ambasciatore si veda la voce curata da Zapperi per il DBI, 13 (1971), pp. 374-379.

[5] Dal 1467 Botta fu segretario del signore di questa città, Alessandro Sforza, fratello di Francesco, condottiero e primo duca di Milano della famiglia Sforza a partire dal 1450. Per ulteriori notizie riguardo la figura di quest’ultimo rimando a Santoro, Gli Sforza, pp. 14-110.

[6] Per il profilo di questo personaggio si veda nel DBI, 27 (1982), la voce curata da Petrucci, pp. 36-39.

[7] A seguito della pace di Lodi (1454), venne stipulata la cosiddetta “lega italica” nel 1455, la più importante tra le leghe strette nella Penisola tra il XV e l’inizio del XVI secolo. Questo accordo, voluto da papa Niccolò V, era definito “generale”, nel senso che vi presero parte, anche se con tempi diversi, tutte o quasi le potenze italiane. Per ulteriori informazioni in merito rimando a Margaroli, Diplomazia, e a Calabrò, «È gionto qua uno grippo…», p. XXVII. 

[8] A differenza di Venezia, dove l’elezione di un oratore era formalizzata e avveniva per votazione da parte del senato, a Milano era il duca che sceglieva, a suo piacimento, gli ambasciatori: cfr. Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 144.

[9] Queste istruzioni sono conservate in ASMi, SPE, Venezia, 358, c. 92.

[10] L’area lombarda, durante tutto il Quattrocento, fu “zona calda” a lungo contesa tra Venezia e Milano; a riprova di ciò, nelle lettere di Botta, compare tutta una serie di piccole questioni di rivalità tra vicini, che non erano una novità, e alle quali non aveva certo posto fine la pace di Lodi del 1454: anche dopo la firma di questo patto, rimase sempre presente in Italia il timore che Venezia volesse riprendere la sua espansione verso la terraferma, quindi soprattutto verso Milano: cfr. De Filippo, Ferrante d’Aragona, p. 12.

[11] Il duca imputò la causa dell’assenza da diverso tempo di un ambasciatore sforzesco a Venezia a un consiglio malevolo di Ferrante, re di Napoli: ASMi, SPE, Venezia, 358, cc. 140-141. Covini (Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 143), afferma che dal 1471 la presenza diplomatica sforzesca a Venezia fu revocata a causa dei cattivi rapporti fra i due stati. Questa venne ristabilita proprio tramite l’ambasceria di Botta a partire dal 1473.  

[12] Nel 1474 Venezia era occupata in una guerra contro i Turchi nella penisola balcanica: nella prima metà dell’anno, infatti, costoro si erano spinti fino nell’odierna Albania e avevano cinto d’assedio Scutari, cittadella fortificata veneziana (sulle operazioni belliche in questa zona si veda Babinger, Maometto il Conquistatore, pp. 358-362). Proprio per fare fronte a questo pericolo, la Serenissima stava cercando in quei mesi l’alleanza di Mattia Corvino, re d’Ungheria, inviando presso la sua corte diversi ambasciatori (cfr. Calabrò, «È gionto qua uno grippo…», pp. LIII-LV).

[13] «[…] dicimo che questo che havimo dicto facimo ad fine che Venitiani piglieno umbra et suspecto del re, et non se fideno de’ facti suoi, quando vederano che tu, quale sei ad nostro nome là, te stringe col ambassador del re, et pensarano che, nel secreto, il re et noi se intendamo inseme». La minuta di questa istruzione di Galeazzo Maria Sforza è conservata in ASMi, SPE, Venezia, 358, c. 86.

[14] Lo scopo dello Sforza era quello di isolare Venezia, in modo tale da indebolirla diplomaticamente e convincerla a stipulare un’alleanza “particolare” con Milano.

[15] La carta in questione è quella conservata in ASMi, SPE, Venezia, 358, c. 93. Non è firmata, ma ho dedotto sia stata scritta o dettata da Botta perché la scrittura con cui è vergata è una delle due che compaiono nelle missive dell’ambasciatore da Venezia. Di queste grafie si dirà più avanti.

[16] Cfr. Del Bo, “Élite” bancaria a Milano, p. 182.                                                                

[17] Lo stesso ufficiale comunicò ciò a Galeazzo il 6 novembre 1473: ASMi, SPE, Venezia, 358, c. 147. Questa dimora ritengo possa essere il palazzo oggi noto come Ca’ del Duca, nel sestiere di San Marco, visto che Marliano la nomina come la «la caxa de vostra excellentia». L’edificio, acquistato da Francesco Sforza nel 1461, era appartenuto in precedenza alla nobile famiglia veneziana dei Corner: Schofield, Sebregondi, Bartolomeo Bon.

[18] L’oratore informò lo Sforza di questo cambio di residenza il 7 novembre 1473: ASMi, SPE, Venezia, 358, cc. 171-172-173. Come specificato nella lettera, il vitto della casa in San Marco fu pagato dalla repubblica. Questo trattamento non deve sorprendere: Venezia solitamente forniva agli inviati sforzeschi dimora, barca, barcaiolo e denaro: Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 143.

[19] Nella missiva del 2 gennaio 1474, contenuta in ASMi, SPE, Venezia, 358, c. 200, l’oratore ringraziava il suo signore «che, per sua clementia, se sia contentata faci condure mia mogliere qua».

[20] Questa è anche una caratteristica topos del buon signore: in alcune missive, infatti, il duca viene rappresentato come dotato di grande prudentia, che l’ambasciatore deve emulare nel suo operato (cfr. lettere conservate in ASMi, SPE, Venezia, 359, cc. 18-19, 87, 197, 231).

[21] Ambasciatore aragonese in Laguna: Barbaro, Dispacci, p. 128. I rapporti tra lo Sforza e Ferrante d’Aragona, re di Napoli, allora erano piuttosto turbolenti, anche a causa della diversità di carattere dei due uomini: sempre controllato il re, iroso e vendicativo il duca, che era anche vent’anni più giovane del sovrano. L’atteggiamento insofferente di Galeazzo Maria nei confronti dei tentativi di controllo di Ferrante era stato peggiorato da un trattato anti-ottomano stipulato nel 1471 tra Napoli e Venezia: nonostante le rassicurazioni del re sul fatto che quella con la Serenissima non era una lega nata con l’intento di isolare, o peggio, colpire Milano, lo Sforza covò sempre risentimento verso Ferrante, che gli aveva preferito la repubblica veneta, e si relazionò con lui con sempre maggior sospetto: cfr. De Filippo, Ferrante d’Aragona, pp. 97-98.

[22] Cfr. Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 119.

[23] Cfr. lettera del 31 maggio 1474 (ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 51).

[24] Dell’uso della cifra nelle lettere di Botta si parlerà in seguito. Per il compito della cancelleria ducale cfr. Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 138.

[25] La lettera patente era un atto con cui un signore o un sovrano rendeva nota e operativa una sua decisione, mentre una lettera credenziale era un documento con cui si autorizzava una persona, in questo caso un ambasciatore, a fungere da proprio rappresentante presso terzi.

[26] Lo Sforza comunicò in data 9 ottobre 1473 a Botta che gli avrebbe fatto avere lettere credenziali: cfr. ASMi, SPE, Venezia, 358, cc. 140-141. Per il cerimoniale di inizio e fine servizio di un ambasciatore rimando a Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 132.

[27] Da questa città l’ambasciatore firmò il 31 ottobre 1473 la sua ultima lettera prima di giungere a Venezia: cfr. ASMi, SPE, Venezia, c. 150.

[28] Botta giunse in Laguna il 4 novembre 1473, come da lui affermato il 7 dello stesso mese: ASMi, SPE, Venezia, 358, cc. 170-171-172-173. In questa lettera si trova anche la descrizione dell’accoglienza riservata dalla Serenissima a Botta.

[29] È il Cremonese stesso che scrisse che era «de usanza» il fatto che un ambasciatore appena giunto a Venezia venisse fatto accomodare alla destra del doge durante la sua presentazione.

[30] Con questa data concordano sia la voce su Botta del DBI, pp. 374-379, sia Cerioni, La diplomazia, p. 114. Per ulteriori notizie in merito alla partenza di Botta da Venezia nel 1480 rimando a Fossati, Sulla partenza.

[31] Nel 1474 Botta ricevette da Galeazzo Maria, come ricompensa per la buona riuscita della sua missione a Venezia, un aumento di stipendio e la nomina a membro del consiglio segreto ducale. Anche la Serenissima apprezzò il suo operato e gli conferì la dignità di cavaliere: cfr. la voce su Botta nel DBI, curata da Petrucci, pp. 36-39.

[32] Questa fu una delle tante leghe che le potenze italiane strinsero fra di loro fra il XV e l’inizio del XVI secolo, e che venivano utilizzate come uno strumento, parzialmente inefficace, per mantenere un clima di pace all’interno della Penisola. La lega generale nata in seguito alla pace di Lodi nel 1455 non era stata più rinnovata a partire dal 1471, soprattutto a causa delle mire personali del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza. Nonostante ciò, perdurò a lungo in Italia la speranza di poter rinnovare l’accordo generale fra gli stati: un esempio di ciò possono essere anche le lettere dell’ambasciatore Botta da Venezia, nelle quali, più volte, è menzionata una «renovatione della liga generale». Viste le grandi difficoltà, causate spesso dall’ambizione dei singoli principi, nel rinnovare la lega generale, i governi italiani cominciarono a interagire con l’intento di stipulare fra loro accordi particolari, fra i quali è collocabile anche quello del 2 novembre 1474. Sulle leghe generali e particolari si vedano anche Fubini, Italia quattrocentesca, pp. 101-102, 186, 238 e Calabrò, «È gionto qua uno grippo…», pp. XXVIII-XXXIII.

[33] Quando avveniva ciò, l’ambasciatore lo segnalava al duca con l’espressione de verbo ad verbum.

[34] Diplomatico e segretario della Serenissima. Sulla sua vita si veda la voce curata da Prete per il DBI, 18 (1975), pp. 470-473.

[35] Cfr. lett. del 18 aprile 1474, conservata in ASMi, SPE, Venezia, 359, cc. 226-227.

[36] Cfr. lett. del 2 giugno, conservata in ASMi, SPE, Venezia, 359, cc. 70-71.

[37] Questo è raccontato da Botta in una missiva del 7 aprile 1474 (cfr. ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 200).

[38] Un esempio è l’incontro di Botta con il patrizio veneziano Andrea Vendramin, testimoniato nella missiva del 4 giugno 1474 (ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 73); conoscendo l’importanza di quest’uomo a Venezia, l’ambasciatore fece in modo di «parlare privatamente» con lui, e gli riferì che si stupiva del tergiversare della repubblica nella conclusione della lega generale, proprio allora che i Turchi erano penetrati in Albania. Da Vendramin Botta ottenne informazioni interessanti: il senato stava discutendo animatamente riguardo il rinnovo della lega, poiché lo desiderava molto, ma voleva prima sapere il parere dei suoi ambasciatori da Napoli e Roma, e il Veneziano stesso non era «molto regio», segno che i rapporti fra la Serenissima e Ferrante erano ancora cattivi dopo il fallito tentativo napoletano del 1473 di appropriarsi dell’isola di Cipro, allora interesse veneziano. Su questo fatto, denominato “questione di Cipro”, si vedano Calabrò, «È gionto qua uno grippo…», pp. XXIV-XXVII e De Filippo, Ferrante d’Aragona, pp. 216-232. 

[39] Con la cifra nelle lettere è nascosto in diverse occasioni l’arcivescovo di Candia (ovvero Creta), Geronimo Landi, che si rivelò spesso un prezioso delatore per Botta. Per riferirsi a lui, l’oratore usò anche il sostantivo “amico”: cfr. lettera del 14 maggio 1474 (ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 17). Sugli “amici” come fonte d’informazioni per gli ambasciatori si veda Senatore, Uno mundo, pp. 282-295.

[40] L’oratore raccontò questi fatti rispettivamente in una missiva del 18 giugno 1474 (ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 115) e in una dell’11 dello stesso mese (ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 101).

[41] Cfr. Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 145. Botta si dimostrò paziente nei confronti delle lungaggini veneziane; anche quando il 21 giugno 1474 il senato veneziano lo fece aspettare in una saletta con altri due gentiluomini prima di riceverlo, egli attese con calma il momento della sua udienza: cfr. ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 123. Chiaramente sapeva che non poteva permettersi altrimenti, se voleva ottenere qualcosa dalla Serenissima.

[42] La pratica del dono agli ambasciatori era molto diffusa, soprattutto a Milano, e aveva come scopo quello di ricompensarli per i loro servigi, qualora questi avessero soddisfatto il duca: Covini, Figliuolo, Lazzarini e Senatore, Pratiche e norme, p. 147.

[43] Si veda la lettera del 23 aprile 1474: ASMi, SPE, Venezia, 359, c. 233.

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