IL PETRARCA UMANISTA E FILOSOFO NELL’INGHILTERRA TARDOMEDIEVALE

Andrea del Castagno, Ritratto di Francesco Petrarca, 1450, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Andrea del Castagno, Ritratto di Francesco Petrarca, 1450, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Omar Khalaf

 

titolo originale: Il Petrarca umanista e filosofo nell’Inghilterra tardomedievale: uno studio della traduzione medio inglese del Secretum

 

in in "II Ciclo di Studi Medievali, Atti del Convegno", Firenze 27-28 Maggio 2017, Monza 2017, pp. 329-342.

 

 

Dullness and the Fifteenth Century (‘Apatia e il quindicesimo secolo’). Questo è il titolo provocatorio di un articolo pubblicato nel 1987 da David Lawton[1]; il suo contributo ha rappresentato il primo tentativo di rivalutare un secolo che, secondo la critica tradizionale, fu caratterizzato da una scarsa attività culturale e da un’ancora più scarsa produzione letteraria.

Tuttavia, da Lawton in poi, un fiorire di studi ha dimostrato con sempre maggior chiarezza quanto questa ‘apatia’, in realtà, sia solo una percezione, data dall’assenza di grandi figure letterarie che possano reggere il confronto con i giganti del secolo precedente e successivo. È fuor di dubbio che il Quattrocento inglese non ha goduto dell’originalità a livello letterario che personaggi come Chaucer, Sidney e Shakespeare hanno offerto al panorama inglese e mondiale. Tuttavia, ad un’analisi più profonda, questo secolo risulta caratterizzato da movimenti sotterranei, non percepibili nell’immediato, ma che si sarebbero rivelati estremamente importanti, se non fondamentali, per lo sviluppo della cultura inglese e la sua definitiva inclusione nel più ampio contesto europeo del tempo. La vitalità di questo periodo, infatti, non si fonda sulla produzione attiva di opere letterarie, quanto, piuttosto, sull’introduzione di nuove istanze culturali derivanti dall’Europa continentale (soprattutto dall’Italia), che getteranno le basi per la fioritura del Rinascimento inglese nel secolo successivo. Fu infatti nel Quattrocento che, con relativo ritardo rispetto ad altre realtà, l’Inghilterra accolse le istanze umanistiche provenienti dall’Italia, le assorbì e le fece proprie, in un intenso lavoro di ricezione e di rielaborazione testuale.

Questo fenomeno determinò, tra le altre cose, una serie di contatti e connessioni tra i due Paesi che non sempre vengono presi dovutamente in considerazione. Un numero non trascurabile di umanisti italiani passò per l’Inghilterra, con gradi di successo variabili. Il primo fu Poggio Bracciolini, invitato nel 1418 dall’allora vescovo di Winchester Henry Beaufort, seguito alcuni anni dopo da Tito Livio de’ Frulovisi, che nel biennio 1437-38 fu al servizio del celebre Humfrey, duca di Gloucester[2]. Altri cultori degli studia humanitatis, invece, mantennero rapporti a distanza con il regno inglese: si pensi, per esempio, a Pier Candido Decembrio, il quale intrattenne una corrispondenza epistolare con Humfrey e che nel 1437 gli dedicò alcune sue opere. Altre figure riconducibili all’umanesimo italiano vissero e operarono sul suolo inglese nel corso di questo secolo, come Lorenzo Traversagni, che insegnò a Cambridge tra il 1478 e il 1480 e Pietro Carmeliano, che gravitò intorno alla corte di re Edoardo IV. Gli studi a Ferrara presso Guarino da Verona di John Tiptoft, conte di Worcester e di John Gunthorpe intorno al 1460, inoltre, dimostrano che, almeno in certi ambienti della cultura inglese, le istanze umanistiche provenienti dall’Italia iniziarono ad affondare le proprie radici.

Tuttavia, quanto profonde sono queste radici?

Fino a tempi molto recenti, la totalità degli studi sull’umanesimo inglese è stata condotta sul solco dell’opera di Roberto Weiss Humanism in England during the Fifteenth Century[3], la quale ha esercitato una fortissima influenza nella visione di questo movimento culturale. Secondo Weiss, in Inghilterra non è possibile riscontrare esempi di umanesimo “puro”, proiettato non solo verso un recupero filologico, linguistico e stilistico, ma anche ideologico dell'eredità classica. Al contrario, egli afferma che l’umanesimo insulare può essere ricondotto ad un mero esercizio di stile, privo di specifici risvolti pratici. La maggior parte degli umanisti italiani fu coinvolta nell’insegnamento ad Oxford e Cambridge, e solo raramente lo studio dei classici andò oltre un uso puramente funzionale, mirato all’apprendimento del latino in vista di una carriera a livello ecclesiastico o amministrativo. Ad essere esposta a queste istanze culturali, quindi, era una ristretta percentuale della popolazione alfabetizzata in Inghilterra, la quale, nella maggior parte dei casi, non ambiva ad una vita di erudizione, ma, piuttosto, ad una posizione in una diocesi o a corte.

Tuttavia, come dimostrato da David Rundle e Daniel Wakelin[4], tale interpretazione è stata fortemente influenzata dall'inevitabile attrazione degli studiosi verso le figure storicamente più rilevanti del Quattrocento inglese, in particolar modo aristocratici ed esponenti del mondo ecclesiastico. Nonostante sia indubbio che molte grandi figure intellettuali del Quattrocento abbiano dato una spinta fondamentale all'introduzione e alla diffusione dell'umanesimo in Inghilterra attraverso la loro opera di mecenatismo (imprescindibile, in questo senso, è la generosa donazione a più riprese da parte di Humfrey di quasi trecento codici all'università di Oxford, un'ottantina dei quali contenenti opere classiche ed umanistiche[5], ma anche quella, meno celebrata ma numericamente assai più significativa, di circa ottocento volumi alla medesima università effettuata nel 1483 da William Waynflete, vescovo di Winchester[6]), la considerevole mole di nuovi dati e materiali che sono stati scoperti dopo Weiss porta a sostenere che questa realtà culturale abbia trovato terreno fertile anche in altri ambiti, meno evidenti, ma altrettanto decisivi per la sua diffusione.

In particolare, parte della critica si è recentemente focalizzata sull'introduzione delle istanze umanistiche nell’ambito della Chiesa. Andrew Cole, ad esempio, si è soffermato sul tentativo da parte di alcuni ecclesiastici di applicare i valori umanistici del buon governo per la gestione delle loro istituzioni, mentre, allo stesso tempo, si prodigavano nella repressione delle pratiche eretiche, in special modo del lollardismo[7]. Wakelin, invece, si è concentrato a più riprese sugli effetti che l'umanesimo ebbe negli aspetti più prettamente religiosi, come la dottrina, la teologia e le pratiche devozionali[8]. Nello specifico, lo studioso ha messo in luce come alcune opere di natura inequivocabilmente umanistica siano state adattate all’ideologia cristiana per renderle più aderenti al contesto culturale inglese del tempo9.

La traduzione inglese del Secretum di Francesco Petrarca, che prenderò in considerazione in questo studio, si inserisce perfettamente nel contesto appena descritto. Si vedrà, infatti, come l'opera del traduttore sia mirata proprio ad adattare il testo alle esigenze culturali (in particolare didattiche e religiose) del suo possibile ambiente di fruizione.

 

[1] David Lawton, “Dullness and the Fifteenth Century”, English Literary History 54/4 (1987), pp. 761-799.

[2] Sulla figura di Humfrey e sul suo ruolo nell’introduzione dell’umanesimo in terra inglese (tanto fondamentale quanto, talvolta, oggetto di slanci decisamente entusiastici), si vedano Alfonso Sammut, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova, Antenore, 1980; Susanne Saygin, Humphrey, Duke of Gloucester (1390-1447) and the Italian Humanists, Leiden, Brill, 2002; Alessandra Petrina, Cultural Politics in Fifteenth-Century England. The Case of Humphrey, Duke of Gloucester, Leiden, Brill, 2004.  

[3] Roberto Weiss, Humanism in England during the Fifteenth Century, Oxford, Oxford University Press, Oxford, Blackwell, 1941.

[4] David Rundle, 'Humanism before the Tudors: on nobility and the reception of the studia humanitatis in fifteenth-century England', in J. Woolfson (a cura di), Reassessing Tudor Humanism, New York, Palgrave, 2002, pp. 22-42; Daniel Wakelin, “England: Humanism beyond Weiss”, in D. Rundle et al. (a cura di), Humanism in Fifteenth-Century Europe, Oxford, The Society for the Study of Medieval Languages and Literature, 2016, pp. 265-305. 

[5] Per maggiori dettagli, si vedano Saygin, Humphrey, Duke of Gloucester, cit., pp. 81 e ss. e Petrina, Cultural Politics, cit., pp. 153-224. Petrina giudica questo atto di generosità da parte del duca come dettato non solo da ideali di trasmissione del sapere tipicamete umanistici, quanto, anche (o piuttosto), da ragioni più contingenti: “The Duke might very simply have had problems of space in his manor [...], and have decided to get rid of a number of manuscripts in Latin, a language he knew but not so well as to make it matter of everyday reading”, p. 229.

[6] Virginia Davis, William Waynflete. Bishop and Educationalist, Woodbridge, The Boydell Press, 1993, pp. 91-92.

[7] Andrew Cole, “Heresy and Humanism”, in P. Strohm (a cura di), Middle English, Oxford, Oxford University Press, 2007, pp. 421-437.

[8] Wakelin, “England: Humanism beyond Weiss”, op. cit; Daniel Wakelin, “Religion, Humanism, and Humanity: Chaudler's Dialogues and the Winchester Secretum”, in V. Gillespie e K. Gosh (a cura di), After Arundel: Religious Writing in Fifteenth-Century England, Turnhout, Brepols, 2011, pp. 225-244.

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