INSEDIAMENTI FRANCESCANI FEMMINILI NELLE TRE VENEZIE

Trento, Pianta prospettica da ovest raffigurante la città di Trento. G. Braun, F. Hogenberg, S. Van den Neuvel, Civitates orbis terrarum, Colonia, 1588, f. 48.
Trento, Pianta prospettica da ovest raffigurante la città di Trento. G. Braun, F. Hogenberg, S. Van den Neuvel, Civitates orbis terrarum, Colonia, 1588, f. 48.

Davide Tramarin

 

(titolo originale: Insediamenti francescani femminili e tessuto urbano nelle Tre Venezie: i casi di Verona, Trento e Padova, in "II Ciclo di Studi Medievali", Atti del Convegno, Firenze 27-28 Maggio 2017, pp. 377-398)

 

Molte città italiane nei primi decenni del XIII secolo, furono soggette a un importante sviluppo. La Pace di Costanza del 1183 costituì una svolta e diede una spinta al percorso di affermazione politica delle istituzioni comunali da cui derivò il nuovo assetto della città medievale. Parallelamente alla crescita economica e demografica, iniziarono a emergere in modo più marcato le differenze di status nella popolazione e la “classe media” cominciò a distinguersi. A tale assetto sociale corrispose una modalità di trasformazione urbana ricorrente che accomuna un notevole numero di città italiane del periodo, in particolare al centro-nord. Si ricordino caratteristiche generali quali: l’erezione dei palazzi comunali, affiancati dalla comparsa o dalla funzionalizzazione di spazi aperti a piazze e mercati, nonché i nuovi progetti di fortificazione, spesso spinti dalla necessità di inglobare i nuovi borghi nati grazie allo sviluppo delle città[1].

In un siffatto contesto gli Ordini mendicanti, veicolando una religiosità che li fece percepire da tutte le estrazioni della popolazione come un riferimento spirituale più attrattivo del clero tradizionale o dei potentati vescovili considerati aristocratici, non solo trovarono un terreno fertile per la loro diffusione, ma si misero anche in relazione diretta con i nuovi strati socio-economici[2]. Le loro fondazioni sorsero allora appena fuori dai centri urbani, in zone adiacenti ai mercati o in corrispondenza delle principali vie di comunicazione, esercitando una profonda influenza sugli impianti delle città[3]. A tal proposito, il caso di Firenze, solo uno fra i molti esempi possibili, risulta emblematico: è sufficiente osservare le posizioni degli insediamenti sulla topografia delle città medievale per notare quanto essi contribuirono a espanderla verso direzioni ben precise. Il complesso dei domenicani di S. Maria Novella da una parte e quello dei francescani di S. Croce dall’altra, rispettivamente a ovest e a est della cinta muraria medievale, ampliarono il profilo dello spazio urbano e contribuirono alla riqualificazione delle aree in cui sorsero[4].

Ad oggi, l’influenza degli Ordini mendicanti sull’evoluzione della città medievale potrebbe essere ulteriormente approfondita attraverso indagini e raffronti di ambito territoriale, ma se il ruolo avuto dalle fondazioni maschili è maggiormente noto, occorre provare a porsi degli interrogativi su quelle femminili. Questo contributo non è che un primo tentativo, svolto su un campione preliminare, con l’ausilio di alcuni fondamentali contributi della critica e unitamente a una visualizzazione grafica che sfrutta le odierne possibilità di geolocalizzazione ed elaborazione digitale delle informazioni. Si intende allora proporre una lettura delle relazioni esistenti fra l’assetto urbano medievale e i primi insediamenti francescani femminili nella Provincia Marchiae Tarvisine. Con questa denominazione – oppure con Provincia Venetiarum e Provincia Sancti Antonii – era chiamata la circoscrizione dei fratres minores che sostanzialmente comprendeva tutto il territorio delle Tre Venezie e nella quale rientravano anche le fondazioni delle sorores[5]. 

Un ambito geografico che, come sottolineato dal Pellegrini, si contraddistingue per quanto concerne la precocità della documentazione relativa alle sedi minoritiche all’interno del panorama del primo francescanesimo e che, fra gli anni venti e gli anni cinquanta del XIII secolo, fu un’area soggetta a una rete insediativa dell’Ordine pressoché completa e con una configurazione distintiva che, salvo pochissime eccezioni, durò per tutto il XIV secolo[6].

All’interno di tale processo la diffusione delle pauperae sorores o damianite, divenute clarisse con la regola di Urbano IV del 1263, ebbe un andamento analogo, e in alcuni casi sostanzialmente parallelo, a quello delle comunità dei minores. Si tratta di un dato determinante per i fini di questa analisi che, dunque, non solo si orienterà all’interno di in un lasso cronologico funzionale alle comparazioni, ma che aprirà la strada alle valutazioni sulle possibili influenze reciproche nei processi di insediamento e, di conseguenza, sul loro impatto nel tessuto urbano.

Ma prima di procedere è opportuno chiarire brevemente alcuni aspetti legati alle radici del rapporto fra le mulieres religiosae e l’avvento del francescanesimo nel XIII secolo. Un secolo in cui il monachesimo femminile tradizionale ebbe delle serie difficoltà, se non una vera e propria crisi generalizzata soprattutto nelle città, dove, già a partire dalla seconda metà del XII secolo, a livello europeo, avevano iniziato a svilupparsi esperienze alternative in cui gruppi di donne vivevano in comune nei centri urbani o nei sobborghi, vicino alle porte, agli ospedali o ai cimiteri, per dedicarsi alla preghiera e alle attività caritatevoli. Si trattò di un fenomeno, il cosiddetto “movimento religioso femminile”[7], che fu composto, a seconda dei luoghi, da donne così definite dalle fonti: sorores, paenitentiae, binzochae, pyzocarae, mantellatae, vestitae, ma soprattutto beghinae[8].

Il gruppo di donne che si aggregò intorno a Chiara a S. Damiano può essere perciò considerato un risultato - ulteriormente rafforzato dal carisma di Francesco – da includere nella fase storica appena accennata. Ma altre ancora furono le esperienze che affiorarono in Italia sotto forma di gruppi pienamente radicati nelle proprie realtà sociali e urbane. A tal proposito, Clara Gennaro ha affermato: “è difficile stabilire quanto il sorgere della miriade di questi gruppi femminili in tutta l’Italia centro-settentrionale – che si impone all’attenzione di chi scorra il Bullarium Franciscanum – si debba all’Ordine francescano stesso. Tutto lascia supporre che il movimento francescano abbia avuto una funzione di catalizzatore di un movimento già pre-esistente”[9].

L’essenza delle origini, che fu dunque connotata da ampi margini di libertà, fu però ridimensionata. Infatti il processo di riconduzione di queste prime esperienze al francescanesimo fu attuato dalla Chiesa con una regolamentazione e una regolarizzazione che impose la stretta clausura e, dunque, ricondusse il tutto a uno stile di vita pienamente monastico[10].

Si trattò di un passaggio determinante e dirimente rispetto all’evoluzione della vita religiosa delle comunità, che tuttavia dovette incontrarsi, o forse venire anche a patti, con l’identità sociale iniziale dei primi gruppi di religiose che nelle città avevano aderito o erano state ricondotte al francescanesimo. Per questo è lecito chiedersi se, guardando in particolare alle prime fondazioni damianite, la dimensione originaria di tali formazioni religiose potesse aver lasciato le proprie tracce nella topografia delle città. Ne consegue che un’analisi del tessuto urbano medievale condotta su un piano cronologico che si concentri sui processi di insediamento delle prime fondazioni damianite potrebbe essere indicativa.

Tre monasteri nella Provincia Marchiae Tarvisine, Verona, Trento e Padova, il 18 agosto 1228 figurarono fra i primi ventiquattro complessi damianiti in Italia[11]. Si tratta dunque dei tre esempi più rappresentativi delle origini del francescanesimo femminile in questa circoscrizione territoriale.

 

1. Questo studio riporta alcune riflessioni emerse nel corso dei primi mesi di ricerca svolti, sotto la guida della Prof.ssa Giovanna Valenzano, sul progetto Architettura francescana femminile in Italia nelle province settentrionali dell’Ordine fra i secoli XIII e XV nell’ambito del dottorato di ricerca in “Storia, critica e conservazione dei beni culturali” (XXXII ciclo) che sto svolgendo presso il Dipartimento dei beni culturali: archeologia, storia dell’arte, del cinema e della musica all’Università degli Studi di Padova. Desidero inoltre ringraziare la dott.ssa Maria Teresa Dolso e la dott.ssa María Mercedes Pérez Vidal per i suggerimenti ricevuti nel corso dell’elaborazione di questo contributo. 

Riguardo a questa fase di trasformazione della città medievale, fra gli altri, si vedano: A. I. Pini, Città, comuni e corporazioni nel Medioevo italiano, Bologna, 1986; M. Miller, From Episcopal to Communal Palaces: Places and Power in Northern Italy (1000-1250) in «Journal of the Society of the Architectural Historians», 1995, 54, pp. 175-185.

2. Per un approfondimento delle dinamiche che interessarono il rapporto fra i francescani e la società medievale si veda: G. G. Merlo, Nel nome di san Francesco. Storia dei frati Minori e del francescanesimo sino agli inizi del XVI secolo, Padova, 2003. (Si vedano in particolare le pp. 28-118).

3. Sul tema si vedano i seguenti due volumi: Lo spazio dell’Umiltà, Atti del convegno di studi sull’edilizia dell’Ordine dei minori (Fara Sabina, 3-6 novembre 1982), Centro francescano di Santa Maria in Castello, Fara Sabina, 1984; C. Bruzelius, Preaching, Building and Burying. Friars and The Medieval City, Yale University Press, 2014 (In particolare le pp. 107-135).

4. Bruzelius, Preaching, pp. 116-117.

5. Aveva come zone estreme il Polesine (insediamento di Rovigo) a sud-est, il territorio mantovano (insediamento di Mantova) a sud-ovest, il trentino a nord-ovest (insediamenti di Riva e di Trento) e il Friuli fino a Gemona e Gorizia a nord-est». L. Pellegrini, Insediamenti francescani nell’Italia del Duecento, Roma, 1984, p. 217.

6. Va precisato che quando nel 1227 il celebre Antonio di Padova (1195-1231) divenne ministro provinciale, le Tre Venezie appartenevano ancora alla Provincia Lombardiae – circoscrizione dell’intera Italia settentrionale fino al 1229/1230 -. Pellegrini, Insediamenti francescani, pp. 192-204.

7. La definizione di tale fenomeno si ritrova in: H. Grundmann, Movimenti religiosi nel Medioevo. Ricerche sui nessi storici tra l’eresia, gli Ordini mendicanti e il movimento religioso femminile nel XII e XIII secolo e sulle origini storiche della mistica tedesca, Bologna, 1974, pp. 147-272.

8. Risulta tuttora utile e attuale la lettura della questione proposta in: J. Leclercq, Il monachesimo femminile nei secoli XII e XIII in Movimento religioso femminile e francescanesimo nel secolo XIII, Atti del VII convegno internazionale (Assisi, 11-13 ottobre 1979), Assisi, 1980, pp. 61-99. Un riepilogo del cambiamento del monachesimo femminile occorso nel XIII secolo è proposto in J. Hamburger, P. Marx, S. Marti, The Time of the Orders, 1200-1500 in Crown and Veil Female Monasticism from the Fifth to the Fitheenth Centuries, a cura di J. Hamburger e S. Marti, New York, 2008, pp. 41-45. Sulle beghine e sul fermento religioso femminile nel Medioevo si veda: D. Dufrasne, Donne Moderne nel Medioevo, Bierges, 2007.

9. C. Gennaro, Chiara, Agnese e le prime consorelle: dalle “pauperes dominae” di S. Damiano alle clarisse in Il monachesimo femminile nei secoli XII e XIII in Movimento religioso femminile e francescanesimo nel secolo XIII, Atti del VII convegno internazionale (Assisi, 11-13 ottobre 1979), Assisi, 1980, p. 168.

10. Fu soprattutto il cardinale Ugolino d’Ostia, divenuto Gregorio Nono nel 1227, ad iniziare il processo di catalizzazione del movimento religioso femminile verso l’ambito damianita. A lui si deve la formula religio pauperum dominarum de Valle Spoleti sive Tuscia che accompagnava un progetto di riconduzione delle varie comunità a forme di vita attinenti al monachesimo benedettino e cistercense. Attraverso vari passaggi, tra i quali va ricordata in particolare la Regola di Urbano IV del 1263, il processo normativo fu compiuto con la Periculoso di Bonifacio VIII del 1298. Fra i vari riferimenti su questo complesso argomento si ricordino: M.P. Alberzoni, Chiara e il papato, Milano, 1995; M.P. Alberzoni, Sorores Minores e autorità ecclesiastica fino al pontificato di Urbano IV in Chiara e la diffusione delle Clarisse nel secolo XIII, Atti del convegno di studi in occasione del VIII centenario della nascita di s. Chiara (Manduria, 14-15 dicembre 1994), a cura di G. Ardenna e B. Vetere, Galatina, 1998, pp. 165-194; Hamburger, Marx, Marti, Time of the Orders, p. 45.

11. Segue la trascrizione del documento presente nell’Archivium franciscanum historicum: «Cardinalis Raynaldus annuntiat viginti quatuor monasteriis clarissarum sua electionem in prorectorem ordinis, […]. Matris, sororibus et filiabus carissimis, ancilis Christi sponsi, filii Dei, abbatissis ac conventibus pauperum monasteriorum sancti Damiani de Assisio […], de Padua, de Tridento, de Verona. […]». L. Oliger, De origine regularum ordinis S. Clarae, AFH, 1912, V, pp. 207-208.

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