PRESENZA MONASTICA A RAVENNA

 

Mila Bondi

 

in  "II Ciclo di Studi Medievali", Atti del Convegno, Firenze 27-28 Maggio 2017, pp. 413-421.

 

 

Per poter comprendere quale ruolo svolsero i monasteri all'interno della città di Ravenna, risultano particolarmente utili le carte prodotte dai cenobi - o a loro destinate - e conservate negli archivi degli stessi enti religiosi [1]. Perlopiù i documenti riguardano i possedimenti urbani di cui disposero le monache e i monaci, mentre assai più rari sono i riferimenti relativi alle comunità religiose che scelsero di vivere secondo una Regola. A queste testimonianze vanno aggiunti i riferimenti contenuti in alcune fonti di tipo narrativo, in particolare le lettere di Gregorio Magno e il Codex Pontificalis Ecclesiae Ravennatis di Andrea Agnello [2], indispensabili per avere un quadro più completo del monachesimo ravennate. Purtroppo, non risultano altrettanto numerosi i dati materiali disponibili relativi agli edifici monastici, in quanto non sono molti i complessi indagati archeologicamente e in molti casi i risultati devono ancora essere pubblicati [3]. In più, occorre aggiungere che l'attenzione è stata spesso riservata ai soli edifici di culto, rimanendo scarsamente indagate le strutture abitative. Ciò rende difficile comprendere l'impatto delle fabbriche monastiche (e non solo) nelle aree urbane nelle quali sorgevano, oltre che individuarne eventuali differenze nell'organizzazione degli spazi e nei modi di vita.

L'arco cronologico preso in considerazione va dal secolo VIII, periodo al quale risalgono le prime attestazioni certe di monasteri a Ravenna, e il XIII secolo, quando la comparsa in città degli ordini mendicanti modificò la realtà del fenomeno monastico e del paesaggio urbano. Limitando l'attenzione ai soli cenobi regolari posti in città o immediatamente fuori le mura (ed escludendo, dunque, quelli attestati nel sobborgo di Cesarea e a Classe), per i secoli indicati è possibile individuare poco meno di una ventina di monasteri [4].

Le prime comunità regolari documentate a Ravenna sono costituite dal cenobio femminile di San Giovanni ad navicula, di cui si conserva un solo atto, e da quella di Santa Maria in Cosmedin, da molti ritenuto di monaci greci [5]. Nel secolo successivo compaiono nuove comunità, una delle quali (Santa Maria ad memoriam regis o ad farum)  posta poco fuori la cinta muraria, dove era stato edificato il mausoleo di Teoderico, abbazia fondata dall’arcivescovo Giovanni (anche se non vi è certezza su quale). Entro le mura sono invece attestati il monastero femminile di Santa Maria ad cereseo e quello maschile di Santo Stefano ad fundamenta, eretto nell'area occupata dal Palazzo di Teoderico [6]. E' nel X secolo che il numero di monasteri cresce significativamente, soprattutto per quanto riguarda comunità non testimoniate prima [7], mentre dall'XI secolo in poi, sebbene non diminuisca il numero complessivo di cenobi documentati, si riduce quello delle nuove fondazioni. Allo stesso periodo è databile una serie di interventi (probabilmente di matrice arcivescovile) relativo alle comunità femminili: i già esistenti cenobi di Santa Maria in cereseo e di San Martino post ecclesiam maiorem furono uniti, nel giro di un decennio, all'abbazia di Sant’Andrea maggiore, inizialmente maschile; in più, nella prima metà del secolo, fu istituita una ulteriore comunità di monache presso la chiesa peri-urbana di San Giorgio che, prima del 1098, ottenne la chiesa cittadina dei Santi Mercuriale e Grazio [8]. Complessivamente, il numero di  monasteri risulta piuttosto elevato, anche se non tutti gli enti religiosi sopravvissero per l’intero periodo considerato (e non ebbero tutti la medesima fortuna). Le ragioni sono ancora da indagare approfonditamente, ma appare verosimile individuarne un legame col ruolo svolto da Ravenna, prima capitale esarcale e poi sede regia e arcivescovile. Parallelamente, la capacità di sostenere un numero elevato di enti religiosi può essere messa in relazione con il ruolo assunto dalla carriera religiosa all'interno della società e della Chiesa ravennati, divenendo uno dei modi per poter partecipare alla gestione del potere e alla ricchezza. Infine, non va trascurata la disponibilità di numerosi luoghi di culto già edificati, di cui le comunità monastiche si sarebbero potute prendere cura; allo stesso tempo, l’istituzione di un monastero in una determinata area urbana poteva contribuire al mantenimento o recupero della zona, come accertato per Roma [9].

Sebbene i documenti conservati per i vari monasteri siano - in genere - numerosi, nella maggior parte dei casi risulta estremamente difficile individuarne il fondatore. Nonostante ciò, è comunque possibile riscontrare l'interesse pressoché costante dell'arcivescovo nei confronti dei cenobi ravennati, per quanto diversificato nei singoli casi. Ciò può trovare spiegazione nel fatto che gli enti religiosi regolari furono uno dei modi adottati dai presuli per gestire il patrimonio della Chiesa e per controllare i territori nei quali erano collocate le proprietà fondiarie. Anche papi e imperatori intervennero più volte in favore delle varie comunità monastiche, concedendo loro protezione o intervenendo per consolidarne la dotazione patrimoniale o riformarne la vita cenobitica. Nel complesso, tale attenzione sembra dipendere dal ruolo svolto da Ravenna all'interno del Regnum e dalla ricchezza del patrimonium della sua Chiesa, collocato in una posizione strategica, soprattutto rispetto a Roma [10].

 

[1] La maggior parte dei documenti è conservata nell'Archivio Arcivescovile e in quello Storico Comunale di Ravenna.

[2] Italia Pontificia sive Repertorium privilegiorum. Vol. V Aemilia sive provincia Ravennas, a cura di P. F. KEHR, Berolini, 1906; Agnelli Ravennatis, Codex Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, cura et studio D. MAUSKOPF DELIYANNIS, Turnhout 2006.

[3] M. BONDI, Proprietà e spazi monastici tra VIII e XIII secolo. Area ravennate, Bologna c.s., p. 10.

[4] Per l'utilizzo del termine monasterium nei documenti ravennati si veda: P. NOVARA, “Ad religionis claustrum construendum”. Monasteri nel Medioevo ravennate: storia e archeologia, Ravenna 2003, pp. 31-32; M. BONDI, Fondazioni monastiche in area esarcale, in P. GALETTI (a cura di), “Fondare” tra Antichità e Medioevo, Spoleto 2016, pp. 225-226.

[5] G. MONTANARI, Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa nella diocesi di Ravenna, in Storia di Ravenna, III. Dal Mille alla fine della signoria polentana, a cura di A. VASINA, Venezia 1993, pp. 296-298.

[6] E. CIRELLI, Ravenna: archeologia di una città, Firenze 2008, p. 240.

[7] Per questo secolo si è parlato di 'decollo del monachesimo' (A. AUGENTI - M. FICARA - E. RAVAIOLI, Atlante dei beni archeologici della provincia di Ravenna, Bologna 2012, p. 22). In aggiunta ad alcuni dei monasteri testimoniati nei secoli precedenti, compaiono anche quelli di Sant'Eusebio, San Martino post ecclesiam maiorem, Sant'Apollinare Nuovo, San Giovanni evangelista, San Vitale, Santo Stefano ad Balneum Gothorum e Santo Stefano Iuniore. A questi, verosimilmente va aggiunta anche l'abbazia di Sant'Andrea maggiore, il cui primo documento è dell'anno 1000 (BONDI, Fondazioni monastiche cit., pp. 231-232).

[8] Nel XII secolo venne fondato San Pietro de Cruciatis, in quello successivo Santo Stefano degli Ulivi e Santa Maria in domo ferrata.

[9] BONDI, Fondazioni monastiche cit., pp. 234-235; L. SPERA, Le forme della cristianizzazione nel quadro degli assetti topografico-funzionali di Roma tra V e IX secolo, Mantova, in PCA postclassicalarcheologies, 1 (2011), pp. 334-335.

[10] BONDI, Fondazioni monastiche cit., pp. pp. 234-235.

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Commenti: 1
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