LA SCELTA ARTISTICA DI UN CAPITANO DI VENTURA: IL CICLO ARTURIANO DI FRUGAROLO

Camilla Baldi

 

in "III Ciclo di Studi Medievali", Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 25-39

 

Nel 1971[1] viene ritrovato e recuperato in una torre a Frugarolo, un piccolo centro vicino ad Alessandria, un ciclo di affreschi a tema cavalleresco, uno dei più antichi esempi di camera picta giunta praticamente integra fino a noi.

Dopo essere stati strappati e aver passato molti anni nei depositi, gli affreschi di Frugarolo sono stati restaurati ed esposti nel 1999 all’interno della mostra Le Stanze di Artù, per poi trovare la propria definitiva collocazione all’interno dei Musei Civici di Alessandria. La scoperta appare eccezionale poiché, soprattutto in ambito lombardo, le dimore medievali sono state quasi sempre spogliate dei loro apparati decorativi, che secondo le fonti erano assai numerosi e raffinati, a causa delle mutate destinazioni d’uso e dei cambiamenti di gusto o di moda. Queste pitture si sono invece miracolosamente salvate rimanendo dimenticate per secoli nella colombaia che era diventata la sala che le ospitava. Costituiscono, come ha efficacemente affermato Maria Luisa Meneghetti, un “aneddoto”[2]: non si tratta  di capisaldi artistici in virtù della loro qualità o delle novità che contengono, ma rappresentano indizi, testimonianze che aiutano a fare luce sul contesto storico e socio culturale in cui sono stati prodotti, poco indagato perché periferico e spesso oscurato da opere di artisti più importanti, committenti prestigiosi, fatti storici rilevanti. Gli affreschi non decoravano infatti un importante palazzo nobiliare, ma una modesta torre ai confini del dominio visconteo. La storia della famiglia alessandrina dei Trotti e in particolare quella di Andreino, probabile committente dell’opera, si rende finalmente visibile grazie all’opera superstite, che getta nuova luce su una parte poco illuminata della Storia. Gli affreschi sono datati tra il 1393, anno in cui Andreino fece innalzare di un piano la torre di Frugarolo, e l’inizio del secolo seguente, secondo l’analisi stilistica. Le XV scene del ciclo, alte circa due metri e mezzo, ricoprivano le pareti della sala quadrangolare da un metro e mezzo di altezza circa fino al soffitto cassettonato, probabilmente anch’esso decorato, al penultimo piano della torre di Frugarolo; erano intervallate da sei finestre e un camino a cappa trapezoidale[3]. Ognuna delle scene, di dimensione variabile, è contornata da un doppio bordo rosso e bianco ed è corredata da rubriche, alcune delle quali purtroppo illeggibili. Il soggetto prescelto è tratto da uno dei romanzi in prosa più famosi e letti al tempo: il Lancelot du Lac[4], parte della summa del ciclo arturiano detta appunto Lancelot-Graal, di cui la storia di Lancillotto occupa il terzo libro. Le scene selezionate mettono in evidenza in particolare l’amore adulterino tra Lancillotto e Ginevra e lo stretto rapporto d’amicizia tra il cavaliere e Galehot, colui che aveva favorito l’amore tra i due.

¹ I risultati qui esposti sono frutto delle ricerche condotte per la stesura della mia tesi di laurea nell’anno accademico 2013/2014, per i quali ringrazio il mio relatore, il professor Marco Collareta. Per una disamina completa e dettagliata del ciclo e del suo contesto, confronta il catalogo della mostra tenutasi in occasione della presentazione degli affreschi ad Alessandria Le Stanze di Artù a cura di Enrico Castelnuovo (Milano: Electa, 1999), oltre che il recente contributo di Maria Luisa Meneghetti, Storie al muro (Torino: Einaudi, 2015), 110-145.

² M. L. Meneghetti, Storie al muro, 129.

³ Giorgio Rolando Perino, “Restituzione grafica della sala con gli affreschi del ciclo arturiano” in E. Castelnuovo, Le Stanze di Artù, 66-69.

⁴ Il testo del Lancelot du Lac che ho usato per contestualizzare le scene è contenuto nei seguenti volumi: François Mosès, Lancelot du Lac (Parigi: Livre de Poche, 1991); Marie-Luce Chênerie, Lancelot du Lac II (Parigi: Livre de Poche, 1993); François Mosès, Lancelot du Lac III- La Fausse Guenièvre (Parigi: Livre de Poche, 1998).

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