Catino absidale della chiesa di Santa Maria in Foro Claudio a Ventaroli di Carinola (CE)

Marianna Cuomo

(titolo originale: I plinti affrescati nella Campania altomedievale. La pittura decorativa tra VI e XI secolo, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 41-51

 

La pittura decorativa campana non è mai stata oggetto di uno studio dedicato, nonostante le potenzialità in ambito metodologico ed una significativa importanza sotto il profilo storico-artistico.
L’argomento è stato affrontato per la prima volta in maniera sistematica nella mia tesi di laurea magistrale[1], dove i primi risultati ad essere resi noti sono stati quelli relativi ai plinti affrescati con finti vela – imitazioni pittoriche di tessuti – in quanto la vastità della tematica presa in analisi non ci avrebbe permesso di approfondire correttamente un fenomeno tanto complesso.
La particolarità del caso ci ha infatti spinto a ripercorrerne le origini iconografiche e simboliche ed ad indagare i rapporti con i modelli, ovvero le stoffe realmente esistite e diffuse in Occidente nel periodo preso in analisi.
Parallelamente, ci siamo interrogati sulla funzionalità dei sistemi decorativi nella liturgia romana altomedievale, soffermandoci, se pure sinteticamente, sul problema del significato dell’ornamentazione rispetto alla produzione figurativa.

 

Metodologia di analisi

Il lavoro è iniziato con il censimento delle strutture che conservano vela affrescati; per facilitare la contestualizzazione temporale e territoriale delle evidenze analizzate è stato realizzato un indice cronologico delle pitture, mentre le coordinate geografiche degli edifici sono state inserite in una base GIS allo scopo di elaborare due mappe tematiche, di cui una per i comuni, l’altra per le strutture.
Tale cartografia è stata di grande aiuto per comprendere chiaramente l’estensione del fenomeno ed i rapporti spaziali che intercorrono tra i partiti decorativi, in modo da poter facilmente individuare le assonanze e le differenze che intercorrono tra i fenomeni, sul piano iconografico e stilistico.
Individuate le strutture si è proceduto ai sopralluoghi ed alla produzione di un nuovo apparato fotografico, utilizzato per ricostruire i velari, dato che lo stato conservativo di molti, non ne permetteva una chiara lettura.
Le restituzioni grafiche hanno permesso di salvare dati quantitativi (ci riferiamo soprattutto a casi caratterizzati da pochi lacerti, ampie lacune oppure strati sovrapposti d’intonaco), inoltre, hanno facilitato le operazioni di confronto, permettendo di stabilire con una certa precisione le tipologie maggiormente diffuse e, indirettamente, immaginare i tessuti di riferimento presenti in Campania.
La dimostrazione della derivazione diretta dei vela affrescati dalle stoffe, è stato un altro obiettivo del lavoro; la comparazione con i tessili è stata agevolata dalla creazione di tabelle dedicate alle loro caratteristiche, ovvero, la cromia dei fondi, lo schema compositivo/disegno, infine i pattern.
Sulla base dei dati emersi dalla lettura delle tabelle, abbiamo confrontato i vela con alcune stoffe e, dato lo scarso numero di esemplari conservati in Occidente, anche con altre imitazioni pittoriche; il risultato è stata la dimostrazione dell’effettiva corrispondenza tra gli affreschi ed i modelli tessili.
Le evidenze censite ed analizzate sono confluite all’interno di un database relazionale creato dal Dott. Nicodemo Abate, con l’intenzione di collegarle e di permetterne un’immediata consultazione.
L’idea di un sistema informatico che legasse  i dati si è rivelata funzionale alla loro corretta comprensione, sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo; il database utilizzato è stato realizzato su un modello progettato dal Dott. Fabio Scirea[2], per uno studio sulla pittura ornamentale lombarda, in quanto corrispondeva perfettamente alle esigenze di questo lavoro.

 

Il ruolo del plinto come spazio decorativo

Generalmente considerato uno spazio marginale, il plinto affrescato – anche detto “zoccolo”– non ha goduto di una buona fortuna critica, per causa di un’ideale “gerarchia delle immagini” alimentata dall’interesse quasi esclusivo che gli studiosi rivolgono alla pittura figurativa; inoltre, non ha facilitato il suo studio nemmeno il numero piuttosto esiguo di testimonianze risparmiate dai fenomeni di degrado, come l’umidità o le azioni dell’uomo a cui gli intonaci del plinto sono più esposti.
La scarsa attenzione dedicata all’ornamentazione di questo spazio non trova una ragionevole motivazione, sia per questioni di tipo conservativo, perché andrebbero salvaguardate le testimonianze che più facilmente rischiano di scomparire, sia perché sul piano della percezione visiva il plinto si trova ad occupare una posizione “privilegiata”, essendo localizzato poco al di sotto dell’occhio.
Dunque, non sembra credibile che la decorazione di un’area così facilmente intercettabile dallo sguardo rivestisse un ruolo marginale.
Quest’idea ha iniziato ad essere pian piano smantellata a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, ovvero in seguito alla pubblicazione di un articolo di John Osborne[3], dedicato all’ornamentazione dello zoccolo e, precisamente, al tema dei vela.
Successivamente, Osborne pubblicherà un secondo studio sul significato del plinto dipinto[4], aprendo la strada a nuovi studi[5], tuttavia, l’attenzione nei confronti di questo fenomeno s’inquadra in un più generico interesse verso la pittura non figurativa, che molto deve alle recenti ricerche sull’integrazione tra i sistemi decorativi ed i loro contesti di appartenenza, come anche allo sviluppo del concetto di “funzionalità” dell’ornamentale rispetto alla produzione iconica.
Le metodologie di analisi di Eric Palazzo ed Yves Hameline hanno infatti aperto una nuova strada allo studio della percezione dei fenomeni artistici nei contesti religiosi medievali, individuando per essi il ruolo di “amplificatori” della natura del cerimoniale, definita sensoriale sulla base dell’impatto che esercitava sull’emotività dei fedeli[6].
La pittura decorativa partecipava a questo processo chiamato «mise en action»[7] e, contemporaneamente, esercitava un compito specifico nei confronti dei gruppi iconografici e ambientali a cui era legata; nei suoi studi Jean Cloude Bonne ha portato avanti l’ipotesi dell’inseparabilità dei sistemi ornamentali da ciò che decorano, in quanto capaci di potenziarne l’effetto sull’osservatore e, dunque, di garantirne il corretto funzionamento[8].
In questo dibattito, lo zoccolo affrescato è stato oggetto di riflessioni specifiche volte a sottolineare il rapporto con lo spazio decorato superiore, il cui significato verrebbe in alcuni casi rafforzato proprio dall’ornamentazione del plinto, soprattutto se figurato; Osborne, come anche Maria Antonietta Formenti e Laila Olimpia Pietrabiasi hanno infatti proposto alcuni casi di studio, in cui il significato del plinto è servito ad irrobustire i contenuti delle scene soprastanti, attraverso rimandi spesso abbastanza chiari[9].
Negli edifici campani censiti in quest’analisi, la massiccia presenza di zoccolature affrescate – principalmente con finti vela, ma anche con sporadici esempi di specchiature marmoree – ha dimostrato quanto sia stata sentita la necessità di decorare questo spazio, per le ragioni appena illustrate, come anche per assecondare una volontà estetica in linea con il gusto decorativo del periodo, infine, per motivi probabilmente legati al rapporto con i tessuti presenti all’interno delle chiese e suggeriti dall’impressionante somiglianza con il loro design.

[1] Cuomo, 2015-2016
[2] Scirea, 2005-2006
[3] Obsorne, 1992
[4] Osborne, 2007
[5] Davanzo-Poli 2004; Formenti, 2012; Pietrabiasi 2007
[6] Palazzo, 1998; Palazzo, 2010; Hameline, 1997
[7] Palazzo 2017, 47
[8] Bonne, 2010-2011; Bonne 2015
[9] Formenti, 2012, 12; Osborne, 277; Pietrabiasi, 2007, 116

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