Maestro dei ritratti Baroncelli, Ritratto di Pierantonio Bandini Baroncelli e Maria Bonciani, fine del XV secolo, Firenze, Galleria degli Uffizi, particolare.

Serena Franzon

in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 53-65

 

Le pietre preziose e i metalli nobili ebbero nel Medioevo un valore inestimabile non solo dal punto di vista monetario, ma anche da quello religioso: sentiti come elementi di raccordo tra mondo sensibile e ultrasensibile, hanno costituito i materiali d’elezione per reliquiari e oreficerie liturgiche[1].

Nello sforzo delle elites politiche per dotare i luoghi di culto di arredi preziosi, è però possibile rintracciare anche un altro tipo di produzione aurificiaria. Tra i doni alla cappella degli Scrovegni di Padova, Jacopina d’Este, moglie di Enrico degli Scrovegni, include nel 1365 anche la sua corona, messa a disposizione per lo svolgimento del dramma sacro del 25 marzo[2]. Allo stesso modo Caterina, figlia di Bernabò Visconti aveva nel 1397 donato i suoi monili al Duomo di Milano. In quest’ultimo caso la volontà di utilizzare i preziosi come arredo sacro è testimoniata dalla commissione a Giovannino del Grassi di un paliotto che contenesse tali gioielli, consentendone così la pubblica esposizione all’interno della chiesa[3].
Nei due esempi considerati, i gioielli non necessariamente avevano in origine uno scopo devozionale: indossati dalle nobildonne, erano stati donati solo in seguito a un loro utilizzo in qualità di ornamento personale.
La produzione di monili pensati per un uso funzionale alla preghiera costituisce però un fenomeno rilevante nel panorama artistico tardo medievale. Manufatto apotropaico per eccellenza, il gioiello raccoglieva inoltre una serie di connotazioni protettive e taumaturgiche che lo collegano ulteriormente alla sfera religiosa.
Come si dirà poco oltre, il Quattrocento italiano è un periodo in cui questi elementi si riscontrano in continuità con il secolo precedente[4], assistendo nel contempo alla comparsa di nuove tipologie di monili e di innovazioni nel campo della pittura, che rendono possibile la documentazione delle oreficerie anche tramite le fonti iconografiche[5].

Specifiche virtù riconducibili ai materiali con i quali i preziosi erano realizzati, secondo il sapere tramandato dai lapidari[6], potevano essere accresciute dalla presenza di reliquie all’interno dei monili. Inoltre l’accostamento dei gioielli ai resti mortali dei santi garantiva l’acquisizione dei medesimi poteri miracolosi attribuiti a questi ultimi[7]. L’efficacia di queste cosiddette reliquie di contatto era assicurata dalla continua adiacenza dei monili al corpo di chi li indossava[8]. Un ruolo indispensabile era inoltre riservato alle iscrizioni di carattere devozionale che venivano incise sui gioielli perché ritenute in grado di esaltarne i poteri[9].

Un piccolo nucleo di anelli che sono giunti sino ai nostri giorni, realizzati nella penisola tra xiv e xv secolo, presenta incisi alcuni versetti tratti dai vangeli di Luca e di Giovanni, utilizzati rispettivamente contro i pericoli incontrabili in viaggio e per la protezione del corpo[10]. Le parole Verbum caro dall’incipit del testo giovanneo, si ritrovano inoltre in un altro gioiello italiano, una croce pendente realizzata verso la fine del Quattrocento, di cui si parlerà ancora poco oltre (Londra, British Museum, inv. AF2907)[11].

Il riutilizzo di un’opera di glittica antica incastonata in uno di questi monili permette di aggiungere un’ulteriore considerazione. Lo scorpione presente sull’anello del Victoria and Albert Museum (inv. 724-1871) è infatti confrontabile con alcune gemme incise nell’ambito del culto gnostico (tra cui il Diaspro con scorpione, datato iii secolo d. C. al Museo archeologico di Bologna, inv. GL 150). Pietre come questa sono state prodotte tra ii e iv secolo per assicurare salute e protezione a chi le indossava, e furono assai ricercate nel Medioevo e nel Rinascimento. Il recupero di tali gemme in epoche successive è testimoniato persino nel lapidario cinquecentesco di Ludovico Dolce, che descrive alcune gemme gnostiche, attribuendo ad esse una serie di poteri proprio in virtù delle immagini incise[13].

 

1.     Treasures of heaven. Saints relics and devotion in Medieval Europe, catalogo della mostra a cura di M. Bagnoli, H. A. Klein, C. G. Mann, J. Robinson, (Cleveland 17 ottobre 2010-17 gennaio 2011, Baltimora 18 febbraio 2011-15 maggio 2011, Londra 23 giugno 2011-9 ottobre 2011), New Haven-London 2011. C. Walker Bynum, Christian Materiality. An essay on Religion in Late Medieval Europe, Brooklyn 2011. Le stesse tematiche sono state riprese per quanto concerne il xvi e xvii secolo in S. Ivanič, Early modern religious objects and materialities of belief, in The Routlendge Handbook of Material Culture in Early Modern Europe, a cura di C. Richardson, T. Hamling, D. Gaimster, New York 2017, pp. 322-337.
2.     G. Baldissin Molli, La cappella degli Scrovegni tra devozione privata e culto cittadino, in Pregare in casa, atti del convegno (Padova, 21-22 giugno 2016), in corso di stampa.
3.     P. Venturelli, Gioielli dei Visconti (1387-1403), in Dalla testa ai piedi: costume e moda in età gotica, atti del convegno a cura di L. Dal Prà, P. Baldi, (Trento, 7-8 ottobre 2002), Trento 2006, p. 556.
4.     C. A. Patitucci, La fortuna del gioiello magico e terapeutico in Italia, in Gioielli in Italia. Sacro e profano dall’antichità ai giorni nostri, atti del convegno a cura di L. Lenti, D. Liscia Bemporad, (Valenza, 7-8 ottobre 2000), Venezia 2001, pp. 27-39. Si tratta di un aspetto rilevato anche in area inglese: J. Cherry, Healing through faith: the continuation of medieval attitudes to jewellery into the Renaissance, «Renaissance Studies», 15-2 (2001), pp. 154-171.
5.     D. Liscia Bemporad, Il rapporto gioiello abito nel costume rinascimentale, in Il costume nell’Età del Rinascimento, a cura di D. Liscia Bemporad, Firenze 1988, pp. 59-66. M. C. Di Natale, I gioielli nella pittura e nella miniatura nell’età rinascimentale in Sicilia, in Medioevo umanistico e umanesimo medievale, testi della 10a Settimana residenziale di studi medievali (Palermo-Carini, 22-26 ottobre 1990), Palermo 1993, pp. 279-291; Y. Hackenbroch,Renaissance jewellery, London 1979, pp. 2-58. S. Zuffi, Dettagli di stile: moda, costume e società nella pittura italiana, Milano 2004. A. De Simone, Gioie dipinte: il ritratto rinascimentale, in Ori nell’ArtePer una storia del potere segreto delle gemme, a cura di S. Macioce, Roma 2007, pp. 66-88.
6.     D. Liscia Bemporad, Funzione e significato delle gemme e delle montature dal Medioevo al Rinascimento in Cristalli e gemme. Realtà fisica e immaginario. Simbologia, tecniche e arte, atti del convegno di studio a cura di B. Zanettin (Venezia, 28-30 aprile) 1999, Venezia 2003, p. 321-341. P. Castelli, Le virtù delle gemme, in , L’Oreficeria nella Firenze del Quattrocento, catalogo della mostra a cura di M. G. Ciardi Duprè Dal Poggetto, Firenze 1977, pp. 307-364. S. Macioce, Delle pietre preziose e dei talismani, in Ori nell’Arte. Ori nell’Arte. Per una storia del potere segreto delle gemme, a cura di S. Macioce, Roma 2007, pp. 12-25.
7.     O. Niccoli, La vita religiosa nell’Italia moderna: secoli XV-XVIII, Roma 1998, pp. 37-42. Esempi di reliquiari pendenti e grand joyaux contenenti reliquie sono reperibili all’interno di alcuni inventari italiani: Venturelli, Gioielli dei Visconti (1387-1403) cit. p. 550-551. I gioielli dei Medici: dal vero e in ritratto, catalogo della mostra (Firenze, 12 settembre 2003-2 febbraio 2004), a cura di M. Sframeli, Livorno 2003, pp. 12, 92. R. Delmoro, Un gioiello in oro a smalto en ronde-bosse in un documento milanese del primo Quattrocento, «Arte Lombarda», 158-159 (2010), pp. 17-21.
8.     Cherry, Healing through faith cit., pp. 154-171., J. Musacchio, Lambs, coral, teeth, and the intimate intersection of religion and magic in Renaissance Tuscany, in Images, Relics, and Devotional Practices in Late Medieval and Renaissance Italy, a cura di S. J. Cornelison, S. B. Montgomery,Tempe 2006, pp. 139-156.
9.     Riguardo a questo uso delle iscrizioni si veda D. C. Skemer, Binding Words: Textual Amulets in the Middle Ages, Pennsylvania University Park 2006.
10.  Tre di essi si trovano al British Museum (inv. AF.1023, inv. AF. 1010, inv. AF.568) e due al Victoria and Albert Museum (inv. M.275-1962, inv. 724-1871) le schede sono visibili online ai siti: http://www.britishmuseum.org/research/collection_online/search.aspx e http://collections.vam.ac.uk. A riguardo si veda anche Il gioiello gotico nell’Italia centro-settentrionale, in Dalla testa ai piedi: costume e moda in età gotica, atti del convegno a cura di L. Dal Prà P. Baldi, (Trento, 7-8 ottobre 2002), Trento 2006, p., p. 566. Madonnas & Miracles. The Holy Home in Renaissance Italy, catalogo della mostra a cura di M. Corry, D. Howard, M. Laven (Cambridge, 7 marzo-4 giugno 2017), Cambridge 2017, p. 112. D. Scarisbrick, Rings. Symbols of Wealth, Power and Affection, London 1993, pp. 21-24.
11.  Su questa croce e sulle iscrizioni apotropaiche: Madonnas & Miracles, cit., pp. 14-15, 110-117.
12.  L. Dolce, Libri tre di m. Lodovico Dolce; ne i quali si tratta delle diverse sorti delle gemme, che produce la natura, della qualità, grandezza, bellezza, et virtù loro, In Venetia, Appresso Gio. Battista, Marchio Sessa et fratelli 1568, iii, pp. 72-73, 88, consultato al link https://archive.org/details/libritredimlodov00leon. Dolce descrive i tipi di incisioni che accrescono il potere delle pietre, tra cui lo scorpione, e «una figura, che ha la testa di gallo, e tutto il corpo infino alla coscia d’huomo armato di corazza, nella man sinistra tenendo uno scudo, e nella sinistra (sic) un frustatoio; e per coscie, gambe e piedi suppliscono due vipere» la cui descrizione corrisponde esattamente alle rappresentazioni di Abraxas. Questa divinità, legata al culto gnostico, è visibile in un eliotropo inciso del Museo Archeologico di Bologna (inv. GL 19, iii secolo d. C).

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