Maestro dell’Altare di Rimini, Apostoli, Altare della Crocifissione (particolare), alabastro, 1420-1430 ca. Già Santa Maria a Covignano (RN), Francoforte, Liebieghaus Museum.

Martina Giulietti [1]

(titolo originale: Il singolare fenomeno della produzione scultorea alabastrina nordeuropea nel tardo Medioevo, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 67-84)

 

Lo studio di una scultura alabastrina raffigurante la Vergine col Bambino conservata ed esposta al Museo Nazionale del Bargello a Firenze[2], ma della quale l’indagine archivistica ne ha rivelato la provenienza dalla piccola chiesa di Santa Maria del Voto nei Romiti a Forlì[3], mi ha permesso di indagare un singolare fenomeno, ancora poco approfondito in campo storiografico, quale quello della produzione di sculture in alabastro al crepuscolo dell’età medievale nel nord Europa. L’utilizzo dell’alabastro, o per meglio dire degli alabastri[4], in scultura, ha origini molto antiche e una fortuna che potremmo definire intermittente. Se dal periodo egizio a quello ellenistico si assiste a un assoluto predominio del marmo, nella civiltà etrusca l’alabastro ne diventa un eccezionale surrogato. Con i Romani si nota, invece, un utilizzo concomitante, seppur differente, dei due materiali: mentre il marmo diventa il materiale d’eccellenza per la statuaria, l’alabastro trova un’applicazione maggiore nella scultura architettonica e nella produzione vascolare. In questi secoli si assiste a un uso pressoché esclusivo della variante calcarea. La situazione cambia di nuovo nel Medioevo, secoli durante i quali gli scultori si servono dei più svariati supporti lapidei. Ciò comporta un’eterogenea produzione attenta allo sfruttamento dei materiali disponibili in loco. Nei secoli iniziali e centrali dell’età medievale sono sporadiche, quasi inesistenti, le testimonianze dell’uso dell’alabastro in scultura, mentre agli albori dell’età moderna, si assiste a un rinnovato, nonché considerevole, interesse per questo materiale, nello specifico della variante gessosa. È possibile, difatti, individuare un periodo circoscrivibile indicativamente tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, in cui in determinate zone d’Europa la produzione di sculture in alabastro costituisce una parentesi singolare, tanto quanto importante, nell’eterogeneo panorama della scultura gotica internazionale.

Le due principali aree in cui si incrementa in maniera considerevole l’utilizzo dell’alabastro per una differenziata produzione artistica a cavallo tra Tre e Quattrocento sono l’Inghilterra e la vasta zona che si estendeva dal nord della Francia agli attuali Paesi Bassi e Germania centro-settentrionale. Come l’Inghilterra[5], anche quest’ultima area, risulta ricca di giacimenti di alabastro gessoso più o meno soggetti ad attività estrattiva in vari periodi storici, compreso il Medioevo. I principali giacimenti di gesso alabastrino francesi sono quelli di Berzé-la-Ville (Loira), in Borgogna, dai quali si estraeva un alabastro bianco-giallastro, di Flexbourg (Basso Reno)[6], in Alsazia, e nella bassa Linguadoca quelli nell’area di Gramont (Tarn e Garonna)[7]. Oltre a questi nel tardo Medioevo, sembra che acquisirono una importante rilevanza, distinguendosi per un’intensiva attività estrattiva finalizzata all’utilizzo del materiale in scultura, le cave nei pressi di Poligny, di Saint-Claude[8] e di Saint Lothain[9] (Giura), in Franca Contea, quelle di Luneville[10] (Muerthe-et-Moselle) in Lorena, e infine quelle di Vizille[11], vicino Grenoble[12] (Isère), nel Delfinato. Anche in Germania numerosi sono i depositi e cave di gesso alabastrino: quelli di Hohenstein, Osterode am Harz e Meißen[13] in Sassonia, di Schwarzbourg e Nordhausen nella Germania centrale, di Anspach in Assia (Germania centro-occidentale) e infine in Baviera nei pressi di Norimberga e Couburg [14]. Anche negli antichi Regni di Boemia, d’Ungheria e nelle vicinanze di Neuland, nella Bassa Slesia (ex Prussia, attuale Polonia) vengono menzionati, nei trattati, giacimenti di alabastro gessoso[15]. Malgrado ciò, il catalogo delle sculture alabastrine databili tra la fine del Trecento e la prima metà del XV secolo, in continuo aggiornamento, evidenzia un cospicuo numero di opere disseminate in vari stati europei: dalla Spagna alla Francia, dall’Olanda alla Polonia e in Italia.

Questa considerazione permette, già a primo acchito, di comprendere la portata di tale fenomeno che interessò e investì gran parte d’Europa in questo preciso periodo storico. Si tratta in generale di una scultura molto particolare che nel dibattito sulle opere d’arte minori e maggiori costituisce un caso molto singolare che vede contrapporsi vari punti di vista contrastanti. Questo perché la scultura alabastrina sembra essere stata a lungo avviluppata da una sorta di pregiudizio legato alla scarsa considerazione del materiale, dovuto a un’idea assai diffusa per la quale veniva riconosciuta una superiorità al marmo, tale da considerarlo materiale esclusivo per sculture di rilevante valore artistico[16]. Se da una parte ciò è indubbiamente incontestabile, anche per quanto riguarda motivi che esulano da aspetti legati meramente alla qualità del materiale, dall’altra, considerazioni “classiciste” di questo genere portano a mettere in ombra alcune tipologie di manufatti che, al contrario, rivestono un valore artistico considerevole e allo stesso modo degli altri, sono degni di attente valutazioni. Contestualizzare, risulta, pertanto, fondamentale. È documentato difatti, che nel nord Europa l’alabastro fosse considerato un materiale d’ élite. Emblematico in tal senso è un passo del De mineralibus di Alberto Magno, databile al 1260 circa, nel quale l’alabastro viene annoverato tra le pietre considerate preziose [17], per merito del suo “meraviglioso potere”.

[1] Questo contributo è tratto dalla mia tesi magistrale intitolata La Madonna col Bambino in alabastro, proveniente da Forlì, al Museo Nazionale del Bargello, discussa in luglio 2016 presso l’Università degli Studi di Firenze. Verranno trattate quelle che sono le principali problematiche, poco discusse in ambito storiografico, inerenti alla produzione alabastrina nordeuropea tardomedievale, con proposte per nuovi spunti di riflessione su questo singolare fenomeno, ampia e importante parentesi della storia della scultura tardogotica.
[2] La Vergine col Bambino entrò a far parte delle collezioni del Museo del Bargello il 17 novembre 1913, come si evince dal verbale di consegna (Archivio del Museo Nazionale del Bargello (-1913/14 Acquisti – a) n. prot. 70-465/259), che ne rivela la provenienza dalla chiesa di Santa Maria del Voto nei Romiti a Forlì. L’importo della vendita stipulata tra il Ministero e il Rev. D. Emilio Gezzi, l’allora arciprete della chiesa romagnola, fu di £ 1.500, cifra registrata anche nell’elenco dei beni di carico emessi dal Museo Nazionale fiorentino (Archivio del Museo Nazionale del Bargello (-1913/14 Acquisti – a) n. buono di carico S67) e nel Bilancio del biennio 1913-14 (Archivio del Museo Nazionale del Bargello (-1913/14 Acquisti – a) f.n. posiz. 4, n. prot.13264). Giunta al Bargello, quindi, l’opera venne registrata nell’Inventario delle sculture e terrecotte (Archivio del Museo Nazionale del Bargello,Inventario delle sculture e terrecotte, vol. II, n° 436S, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1879) in cui viene indicato il soggetto, il materiale, le dimensioni e viene dapprima etichettata come opera d’Arte Veneta del secolo XV, poi retrodatata al XIV. Non si tratta di un’effettiva errata corrige, dato che vengono mantenuti entrambi i termini cronologici. Tuttavia, anonimo è il responsabile della datazione trecentesca, ma mi verrebbe da pensare che fu aggiunta in occasione della redazione della scheda di catalogo. L’allora Direttore del Museo Nazionale fiorentino, Giacomo de Nicola, nel 1916 pubblicò un articolo sul «Bollettino d’Arte» (G. DE NICOLA, Recenti acquisti del Museo Nazionale di Firenze, in «Bollettino d’Arte», X, 1916, pp, 1-14) in cui si legge « […] La statuetta in alabastro lumeggiato d’oro che fu acquistata dalla chiesa suburbana di Santa Maria del Voto a Forlì era detta di Nino Pisano, da altri solo di arte pisana», attribuzione, secondo il Direttore «insostenibile». Fu proprio De Nicola ad avanzare per primo l’ipotesi che si trattasse di una scultura veneta e a proporne una datazione ai primi anni del Quattrocento. In seguito alla ricerca condotta per la redazione della tesi di laurea mi sento ad oggi di confutare sia l’attuale datazione che attribuzione. Ripropongo la datazione quattrocentesca proposta da De Nicola, entro la prima metà del XV secolo e, un’attenta analisi stilistica mi porta ad escludere che si tratti di una scultura veneta, ma credo possa trattarsi di una di quelle opere, che illustrerò nel testo del presente contributo, facenti parte di un ampio corpus di sculture in alabastro prodotte nel nordeuropea, in quella vasta area che si estende dal nord della Francia, agli attuali Paesi Bassi sino alla Germania settentrionale.
[3] La piccola chiesa parrocchiale di Santa Maria del Voto è ubicata nel suburbio forlivese, nella località detta sin dall’antichità dei ‘Romiti’, nei pressi di Porta Schiavonia (il principale ingresso monumentale alla città di Forlì per chi proveniva da direzione Faenza. Oltre a questa nelle Cronache locali viene menzionata un’altra porta: ‘Porta Valeriana’, poi detta ‘Porta Liviense’ e infine della ‘Torre dei Quadri’, della quale oggi non rimane traccia, cfr. L. COBELLI, Cronache forlivesi: dalla fondazione della città al 1498, s.l. 1874, p.38, p. 437) ingresso nord della città, collocata sulla via Emilia, l’unica sopravvissuta nella facies settecentesca in seguito al riadattamento urbanistico della città attuato nei primi del Novecento, che comportò l’abbattimento della cinta muraria e delle altre tre porte monumentali. Ubicata, quindi, nell’immediata periferia di Forlì, lungo le sponde del fiume Montone dal 1986 la chiesa di Santa Maria del Voto fa parte della diocesi di Forlì-Bertinoro. L’attuale edificio è frutto di una ricostruzione novecentesca, post seconda guerra mondiale, diretta dall’impresario Giuseppe Camporesi con la supervisione dell’ingegnere Gino Cervesi, entrambi di Forlì. Si tratta di un piccola chiesetta con facciata, in cotto, a capanna asimmetrica. Riporto di seguito la bibliografia, pressoché completa, dedicata alla chiesa di Santa Maria del Voto: E. CALZINI, G.MAZZANTINI, Guida di Forlì, Forlì 1893, pp. 33-34; Chiesa arcipretale dei Romiti, in «Eco dell’omaggio della Diocesi di Forlì a Gesù Cristo Redentore», XXIV (1901), pp. 5- 6; R. BAGATTONI, Vita di San Donnino Martire e suo culto nella chiesa Arcipretale dei Romiti in Forlì, Forlì 1911; id., La Chiesa dei Romiti. Serie dei Priori Romitani dal 1510 al 1654, in «La Madonna del Fuoco», IV (1919), pp. 108-113; A. PASINI, Santa Maria del Voto. Relazione autentica dell’origine dell’Immagine di S.M. Del Voto, in «La Madonna del Fuoco», IV (1919), pp. 114-120; R. BAGATTONI,Vertenze fra il Comune di Forlì e Frati Girolamini sulla proprietà della chiesa dei Romiti, in «La Madonna del Fuoco», IV (1919), pp. 121-124; id., La chiesa di Santa Maria delle Vigne nei Romiti, in «La Madonna del Fuoco», IX (1923), pp. 154- 157; id., La chiesa di Santa Maria delle Vigne nei Romiti, in «La Madonna del Fuoco», X (1924), pp. 72-73; R. BAGATTONI, La Confraternita del Santissimo Sacramento eretta nella chiesa dei Romiti, in «Il Momento», XVI, 22, 1934, s.n.p.; E. GEZZI , Il culto di San Donnino nella chiesa dei Romiti, in «Il Momento», XVI, 22, 1934, s.n.p.; F. ZAGHINI, S. Maria del Voto nei Romiti, Forlì 1999; E. SANTARELLI, La chiesa di Santa Maria del Voto nei Romiti: dai secoli lontani all’era di Monsignor Giuseppe (Pino) Mariani, in «La Pie», DXVIII (2000), 6, pp. 279-280; AA.VV , Sobborgo Romiti, Forlì 2012; Santuari d’Italia: Romagna, a cura di M. Caroli, A.M. Orselli, R. Savigni, Roma 2013, vedi Forlì, Romiti, Santa Maria del Voto, voce a cura di F. Zaghini. Per approfondimenti sul quartiere dei ‘Romiti’, in generale sulla storia e sulla denominazione rimando all’ultimo contributo pubblicato, dedicato interamente al sobborgo cfr. AA.VV , Sobborgo Romiti, Forlì 2012 e al primo capitolo della monografia sulla chiesa di Santa Maria del Voto edita nel 1999 da Franco Zaghini, che dettagliatamente analizza l’origine del toponimo. Abbiamo notizia di questo sobborgo nei Dazi Egidiani del 1364 laddove tra i borghi esterni alle mura, paganti dazio, viene menzionato, tra gli altri, il burgos Rupte, da identificare con l’attuale zona dei Romiti (cfr. U. SANTINI , I dazi egidiani in Forlì nel 1364, in Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna, VI (1914), vol. 4, p. 1). Secondo Franco Zaghini il toponimo «ha la sua derivazione immediata dagli Eremiti di San Girolamo che vi abitarono e la possedettero per diversi secoli» (cfr. F. ZAGHINI, S. Maria del Voto nei Romiti... cit. p. 149), ma in generale, occorre tener presente la “vocazione eremitica” della località che da tempi remoti fu scelta ripetutamente per condurvi esperienze di vita eremitica, non solo dai Gerolimini ma dapprima da san Valeriano e dagli Agostiniani. Considerando la posizione dislocata rispetto al centro cittadino, le motivazioni di queste scelte, nonché la derivazione della denominazione appare, a mio avviso, piuttosto chiara. Nel XIX secolo il quartiere dei ‘Romiti’, sembra aver perso l’originale predisposizione all’eremitaggio, la città di Forlì cresce demograficamente e anche il primo quartiere fuori la porta nord vede un incremento della popolazione che, come si legge in Corografia d’Italia, ossia Gran Dizionario storico-geografico-statistico delle città, borghi, villaggi, castelli ecc… della penisola, Appendice, aggiunte e correzioni, 3 ed., Milano 1854, p. 151, «i Romiti: villaggio negli Stati Pontifici, distretto e legazione di Forlì conta circa 1080 abitanti».
[4] «ALABASTRO. Litoideo o vetroso, […] di struttura variabilissima […]. La varietà compatta e traslucida si chiama alabastro gessoso per distinguerla da una varietà calcarea gialliccia e traslucida chiamata alabastro calcareo o alabastro orientale […]» (cfr. Lezioni di geologia dettate nella R. Università degli Studi della cattedra di Geognosia dal Professor interino Arcangelo Sacchi, Napoli 1843, p. 13). Sin dall’antichità vennero riconosciute queste due varianti: l’alabastro gessoso e quello calcareo, detto anche orientale o onice. Il primo, il più comune, è la forma compatta del gesso, un solfato idrato di calcio depositato per precipitazione, l’altro, molto più duro, è carbonato di calcio stalagmitico. Queste varietà differiscono anche per il loro grado di cristallizzazione, che comporta varie tipologie di venature e opacità. Mentre l’alabastro è principalmente giallo-rossiccio, il gesso alabastrino è presente in natura in una vasta gamma cromatica: bianco-neve, giallastro, verde, grigio chiaro, rossastro e anche nero.
[5] L’alabastro gessoso inglese è in prevalenza presente in natura nella variante cromatica grigio-giallastra. I principali accumuli alabastrini sono concentrati nella contea del Derbyshire e di Rutlandshire, nell’Inghilterra centro- orientale, e nello Staffordshire nei Midlands occidentali (cfr. Storia del commercio della Gran Brettagna, trad. italiana a cura di P. Genovesi, vol. I, Napoli 1757, p. 197; I . SERRAVALLE, Compendio geografico di commercio ossia descrizione delle produzioni dei regni minerali, ed animali, di quelle più interessanti tanto in generale, quanto in particolare del suolo e dell’arte dell’Europa, Venezia 1817, p. 43).
[6] Cfr. Nuovo Dizionario Universale tecnologico o di arti e mestieri e della economia industriale e commerciante, compilato dai Signori Leonormand, Payen, Molard, Jeune, Robiquet, Dufresnoy, ecc., Venezia 1834, p.87.
[7] Cfr. Nuovissima guida dei viaggiatori in Italia e nelle principali parti d’Europa, Milano 1834, p.87.
[8] Le cave di alabastro di Saint-Claude sono menzionate in Gemmarum et Lapidum Historia di Boezio: «[…]sicut in Bugundia, ad S.Claudium et multique alias Europae locis Alabastrum effoditur pulcherrimum et candidissimum», cfr. A. DE BOODT, Gemmarum et lapidum historia, Hanoviae 1609, p. 243, già cit. in A. LIPIŃSKA, Alabastrum, id est, corpus homini. Alabaster in the Low Countries sculpture. A cultural history, in A.S. LEHMANN, F. SCHALTEN, H.P. CHAPMAN, Yearbook for history of art: meaning in materials, vol. 62, Leiden-Boston 2013, p.108, nota 13.
[9] Per notizie riguardo l’attività estrattiva e l’approvvigionamento di alabastro presso le cave di Saint Lothain è illuminante la documentazione d’archivio inerente alle sculture della chiesa di San Nicola da Tolentino a Brou ampiamente indagata e pubblicata in reiterati contributi cui rimando (alcuni già cit. in A. LIPIŃSKA, Alabastrum, id est, corpus homini…cit., p. 108, nota 12): D. DAVILLE, Contribution à l’étude des carrières d’alabâtre de Saint-Lothain, in “Memoiries de la société d’Emulation du Jura”, XIII, (1936), pp. 97-107; M.F. POIRET, Marbres et alabâtre dans l’église de Brou (Bour-en-Bresse), in Marbres en Franche-Conté, atti della giornata di studi (Besançon 10-12 giugno 1999), a cura di L. Poupard e A. Richard, Besançon 2003, pp. 85-103; D. TRITENNE, Le marbre de Carrare utilizé à Brou, in Bru, un monument européen à l’aube de la Renaissance, “Actes du colloque scientifique International de Brou” (13-14 octobre 2006), Paris 2007, pp. 183-189.
[10] Cfr. J. BAUDOIN, Les grands imagiers d’Occident. La sculpture flamboyante, Nonette 1983, p. 66.
[11] Ad esempio gli angeli e i dolenti del monumento funebre di Filippo l’Ardito di Borgogna nella certosa di Champmol (Digione) sono realizzati con alabastro di Vizille. Cfr. S. JUGIE, The Mourners: tomb sculptures from the court of Burgundy, Neew Heaven 2010, p. 38, cit. in A. LIPIŃSKA,Alabastrum, id est, corpus homini…cit., p .108, nota 11.
[12] J. DEBELMAS, Les anciennes carriere de Grenoble et de ses environs immédiats, in “Géologie Alpine”, LXVI, (1990), pp. 11-21.
[13] Cfr. . A. DE BOODT, Gemmarum et lapidum historia…già cit., p. 243.
[14] Cfr. ; I. SERRAVALLE, Compendio geografico…già cit., pp. 110-149; Nuovissima guida dei viaggiatori…già cit. p. 47; Enciclopedia del negoziante ossia gran dizionario del commercio, dell’industria, del banco e delle manifatture, compilata a cura di vari negozianti e industriosi italiani, Venezia 1843, p. 169.
[15] Cfr. I. SERRAVALLE, Compendio geografico…già cit., p. 159,169,190.
[16] N. PENNY, The materials of sculpture, New-Heaven-London 1993, p. 35.
[17] ALBERTUS MAGNUS, Book of minerals, a cura di D. Wyckoff, Oxford 1967, p. 107.

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