Vercelli Book: fol. 49r (iniziale miniata)

Raffaelle Cioffi

(titolo originale: Alcune rielaborazioni dei generi agiografico e cristologico nell’Inghilterra anglosassone: il caso del Vercelli Book, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 113-128

 

Il codice CXVII della Biblioteca e Archivio capitolare di Vercelli (comunemente conosciuto come Vercelli Book, fig. 1) è manoscritto miscellaneo risalente alla seconda metà del secolo X, vergato in una minuscola insulare quadrata piuttosto ordinata e chiara[1]: prodotto di un non meglio identificato ente monastico dell’Inghilterra Anglosassone[2], il codice rappresenta la più antica raccolta di testi religiosi in lingua inglese antica che sia giunta fino alla modernità. I 136 fogli pergamenacei del codice vercellese tramandano, non solo una ricca raccolta di omelie anonime ma anche sei testi poetici di varia lunghezza e di non omogeneo pregio stilistico: accomunati da una spiccata componente escatologica e parenetica, i componimenti del codice vercellese appaiono essere parte di una raccolta dalla forte impronta monastica[3]. Nuclei tematici di maggiore spicco e peso all’interno della raccolta, le tematiche parenetiche ed escatologiche sono state nel corso dei decenni oggetto di una attenzione sempre più capillare, funzionale non solo allo studio dei generi omiletico e poetico del periodo anglosassone, ma anche alla più approfondita comprensione della struttura stessa del codice vercellese. Dalla lettura di tale non secondaria mole di studi e di saggi non può che apparire evidente il peso piuttosto minore esercitato da quelli inerenti le diverse rielaborazioni del genere agiografico: rappresentato da due testi omiletici e da almeno tre dei componimenti in versi vercellesi[4], questo ambito di indagine si rivela però un interessante oggetto di studio e di analisi stilistica così come storico-letteraria.

 

I casi di Vercelli XVIII e Vercelli XXIII

Interamente basata su quanto narrato nella Vita Sancti Martini e nella Epistula Tertia ad Bassulam di Sulpicio Severo[5], Vercelli XVIII[6] propone una attenta selezione delle vicende che caratterizzarono la vita del santo vescovo di Tours, a partire dalla sua infanzia fino al momento della sua morte. Di Martino ci viene infatti narrata la nascita da genitori pagani, l’ascendenza militare della sua famiglia, così come la precoce carriera quale soldato romano: elemento quest’ultimo che funge da preambolo al noto episodio della spartizione del mantello, e alla successiva conversione al cristianesimo sotto il magistero di Ilario di Tours. Contrariamente a quanto ci si potrebbe però attendere, ben poco viene narrato della successiva ascesa al rango di vescovo[7]: del santo monaco viene infatti descritta principalmente la profonda umiltà e la saggia guida della diocesi che gli era stata affidata. Proprio quali elementi centrali del ruolo di protettore svolto per i discepoli e per il gregge di anime a lui affidato, i prodigi compiuti dal santo sono oggetto di una attenzione del tutto puntuale da parte dell’anonimo omelista: se limitato spazio viene dedicato alle guarigioni miracolose[8], una maggiore centralità è di contro attribuita alla lotta compiuta da Martino nei confronti degli idoli pagani, prima, e successivamente contro gli inviati del maligno. In tal senso, del tutto indicativa risulta la portata narrativa dell’abbattimento di un importante idolo pagano:

“Swylce eac gelamp sume siðe þær he sum hæðengild gebræc, ond þa þær gearn mycel mænio to him þæra hæðenra manna, ond ealle swiðe yrre wæron. ða wæs heora sum reðra ond hatheortra þonne þa oðre wæron, ond se ða gebrægd his sweorde ond mynte hine slean. þa he, sanctus Martinus, þæt geseah, þa dyde he sona þæt hrægel of his sweoran, ond leat forð to þam men þe hine slean mynte. ða he ða, se hæðena man, upprihte mid his handa ond hine sclean sceolde, þa feoll he færinga on bæcling, ond nahte he his lichoman geweald. Ac he wæs mid godcunde egesan swiðe geþread, ond he þa him þone eadigan wer, sancte Martine, forgifnesse bæd.”[9]

Nel passo proposto, così come nell’intera sezione in oggetto, interessante appare la voluta e netta contrapposizione creata dal predicatore fra l’agire attivo e violento dell’uomo pagano e la reazione decisa quanto disarmante di Martino.

Una attenzione per il tema della lotta, fisica quanto simbolica, che parimenti traspare dalla lunga sezione dedicata alla morte del santo: debole e spossato, ma preoccupato della futura concordia della comunità monastica, Martino domanda la grazia di poter restare ancora qualche tempo in compagnia dei suoi monaci. In punto di morte, il santo rivolge infatti parole di conforto ai suoi spaventati seguaci parole, spirando dopo aver ancora una volta scacciato i seguaci del maligno, episodio che nella sostanza chiude il sermone:

“[…] ða geseah he þone awergdan gast, deofol, þær unfeor standan. Ða cwæð he to him: ‘Quid adstas cruenta bestia? Nihil in me repperies. Hwæt standest þu, wælgrim wildeor? Nafast ðu mede aht æt me. Ac me scyl Abrahames bearm, þæt is seo ece rest, onfon’. Ða he ða ðis cwæð, ða wearð his andwlita swa bliðelic ond his mod swa gefeonde þæt hie efne meahtan on ðan gære ongytan þæt he gastlicne gefean geseah, ond þæt hine heofonlic werod gefetode.”[10]

Compendio di episodi della vita del vescovo di Tours, la diciottesima omelia assume dunque la caratteristica peculiare di tratteggiare una figura di Martino del tutto unica: a risaltare infatti non è tanto il giovane soldato già cristiano prima del battesimo, o il saggio vescovo, quanto quella dello strumento della volontà di Dio e della mite guida spirituale, che mai abbandonerebbe i propri compagni nella battaglia contro il maligno.

[1] Codice pergamenaceo risalente alla seconda metà del secolo X, il Vercelli Book è uno dei quattro grandi codici della tradizione anglosassone: insieme ai mss. Cotton Vitellius A XV, Junius 11 ed Exoniensis esso tramanda infatti una parte considerevole del patrimonio poetico in lingua inglese antica. Il codice conserva un corpo di 23 omelie, undici delle quali costituiscono un unicum, e di sei testi poetici di argomento cristiano (Elena, Fati degli Apostoli, Andreas, Frammento Omiletico I, Anima e Corpo I e Sogno della Croce).
[2] Per alcuni dati sul dibattito in merito all’origine e alla provenienza del codice vercellese, si vedano fra gli altri: Scragg D. G., “The compilation of the Vercelli Book”, Anglo-Saxon England 2 (1973), pp. 189-207; C. Sisam, The Vercelli Book, Copenhagen, Rosenkilde and Bagger, 1976, pp. 26-44.
[3] Per una interpretazione del codice vercellese quale florilegio di virtù ascetiche o cristiane, si vedano fra gli altri: E. Ó Carragàin, “How did the Vercelli collector interpret ‘The Dream of the Rood’?”, in P.M. Tilling (ed.), Studies in English language and early literature in honour of Paul Cristophersen, Coleraine, New University of Ulster, 1981, pp. 63-104.
[4] Dalla presente trattazione sarà escluso il breve componimento in versi denominato I Fati degli Apostoli. Testo dalla struttura piuttosto semplice e dalle fonti non univocamente identificate, i Fati presentano in numero meno apprezzabile quegli stilemi che si intendono mettere in evidenza in questa sede: per tali ragioni si è deciso di non includere tale testo, la cui importanza non secondaria va però ribadita, specie nell’ambito del contenuto tematico codice vercellese e della letteratura in versi inglese antica.
[5] L’anonimo omelista comprende nel suo testo un corpo selezionato di capitoli della sua fonte latina (i capp. I, IV, IX, XI-XII-XIII, XVIII-XIX e XXI-XXV) e parte di quanto narrato nella Epistola III ad Bassulam, composta da Sulpicio Severo dopo la morte di Martino di Tours e contenente una descrizione degli ultimi giorni del santo.
[6] L’omelia, vergata ai ff. 94v-101r e lacunosa a causa della perdita di due fogli, presenta un titolo in lingua latina, De Sancto Martino Confessore.
[7] Questo lungo periodo della vita di Martino viene tratteggiato dall’omelista con la semplice indicazione del trascorrere di un numero non ben determinato di anni, periodo nel quale il santo ha fondato una piccola comunità monastica ed è divenuto punto di riferimento per la popolazione locale.
[8] L’omelista non manca di narrare, seppure con una certa sinteticità, le due resurrezioni compiute da Martino grazie alla fervente preghiera e alla fede: la prima in favore di un uomo pronto alla conversione e morto durante l’assenza del santo dal monastero, e la seconda, a beneficio di un uomo morto per soffocamento.
[9]   Cfr. D.G. Scragg (ed.), The Vercelli Homilies and Related Texts, Oxford, Early English Text Society, 1992, p. 302.190-199; “Parimenti, inoltre accadde un giorno che lui abbatté un idolo pagano. E poi lì corsero verso di lui una grande moltitudine di uomini pagani, ed essi erano tutti molto pieni di rabbia. Poi uno di essi, più feroce e pieno d’ira degli altri, sfoderò la sua spada e aveva intenzione di ucciderlo. Quando San Martino vide questo, allora immediatamente tolse gli abiti dal proprio collo e lo abbassò in direzione dell’uomo che intendeva ucciderlo. Quando egli, questo uomo della schiera dei pagani, fu con la mano tesa verso l’alto ed era certo di ucciderlo, allora questi cadde improvvisamente all’indietro e non aveva il controllo sulle proprie membra, ma fu completamente afflitto da un terrore divino. E dunque egli pregò per il perdono del benedetto uomo, San Martino”. Le traduzioni dei passi sono da intendersi di mia responsabilità.
[10] Cfr. Scragg, op. cit., p. 307.290-297: “[…] Quando egli disse ciò, allora vide lo spirito maledetto, il diavolo, in attesa lì, non lontano da lui. Allora egli lo apostrofò: ‘Quid adstas, cruenda bestia? Nihil in me, funeste, repperes!’; ‘Perché tu sei qui, selvaggia bestia assetata di sangue? Non riceverai nulla in premio da me: ma il Seno di Abramo, che è il riposo eterno, mi accoglierà’. Quando egli disse ciò, il suo volto divenne così dolce e la sua mente così gioiosa che essi, anche in quel momento, poterono comprendere che egli percepiva davanti a se la gioia spirituale, e che gli ospiti del paradiso lo accoglievano”.

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