Lorenzo Curatella

in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 219-229

 

I contesti cimiteriali basso medievali italiani risultano essere ad oggi poco studiati e per lo più non editi. Le cause di questo poco interesse sono comprensibili solo analizzando le dinamiche evolutive dell’archeologia funeraria negli ultimi due secoli. Per gran parte del novecento l’attenzione degli archeologi italiani si è concentrata sui contesti cimiteriali alto medievali: protagonisti dei dibattiti sulla questione del passaggio tra la tardo antichità e il medioevo, hanno catturato l’interesse degli studiosi in quanto principali esempi delle importanti novità culturali che hanno caratterizzato il periodo tra V e VIII secolo d.C. Altro elemento di interesse verso queste realtà è rappresentato dalla presenza di ricchi corredi, considerati per molto tempo fortemente indicativi di status sociale, etnia e del sesso dei defunti. Si vedano in questo senso gli esempi degli scavi di Nocera Umbra e Castel Trosino, in cui la componente etnica del corredo è stata alla base del processo interpretativo delle due realtà cimiteriali[1]. Solo a partire dagli anni ’70 del novecento vennero rinnovati i termini di studio dei contesti sepolcrali, soprattutto grazie al contributo offerto dalle recenti scoperte in ambito medico e agli innovativi studi di genetica. La stretta collaborazione tra archeologi e antropologi ha consentito l’apertura di nuove frontiere per gli studi di archeologia funeraria, permettendo di analizzare e determinare con modalità rigorosamente scientifiche alcune caratteristiche dei defunti come le discriminanti sessuali, l’età della morte, stili di vita e patologie di cui erano affetti. In questo senso un contributo fondamentale è stato dato dai lungimiranti lavori di importanti studiosi della disciplina, quali, in Italia, Mallegni e Canci, e dagli studi condotti da Brothwell e Ubelaker. L’antropologia  tafonomica è divenuta quindi uno dei principali strumenti mediante cui analizzare le sepolture, offrendo nuovi spunti di ricerca anche per quei contesti privi di elementi particolari, quali i corredi[2].

Un ulteriore contributo per il superamento della semplicistica visione interpretativa che aveva caratterizzato la prima metà del novecento, è stato apportato dai nuovi paradigmi interpretativi in archeologia, e particolarmente dall’archeologia post-processuale.

Si venne ad evidenziare l’impossibilità di definire culture statiche e si affermò l’importanza del ruolo assunto dalle complesse variabili sociali ed ambientali nei processi di trasformazione della cultura materiale di un popolo. Secondo questa nuova visione non si vincolava più il significato ed il valore dei corredi ad una mera interpretazione etnica e di genere, ma si prendevano in considerazione anche diversi altri fattori tra cui i commerci, gli scambi cerimoniali di oggetti e la circolazione stessa di persone di diverse etnie all’interno delle varie comunità. La sepoltura è da considerarsi quindi espressione delle caratteristiche culturali della comunità di riferimento del defunto, la quale procedeva ad una selezione accurata degli oggetti e dei rituali funerari che riteneva più opportuni, sia per ricordare la persona venuta a mancare che per autorappresentarsi[3].

Lo studio delle realtà cimiteriali basso medievali è, come detto, ancora molto poco sviluppato. Dal punto di vista storiografico le opere realizzate da Michelle Vovelle e da Philippè Aries in Francia, rispettivamente “La Mort et l’Occident de 1300 à nos jours” e “Western attitudes toward death: from the Middle Ages to the present”, rappresentano pietre miliari per lo studio della cultura funeraria medievale[4]. In Italia lo studio delle fonti storiografiche è stato tentato, in tempi recenti, da F. Salvestrini, G.M. Varanini e A. Zangarini con la pubblicazione, nel 2007, del volume “La morte e i suoi riti in Italia tra Medioevo e prima età moderna”, in cui si offre una panoramica generale relativa alle principali tematiche di cultura funeraria italiana. I dati archeologici in nostro possesso risultano invece frammentati ed isolati ai contesti cimiteriali di riferimento. Non si sono infatti tentati confronti tra le necropoli dello stesso periodo cronologico, nè si sono approfondite le ricerche in merito alla correlazione tra dato archeologico e cultura funeraria locale. I contesti cimiteriali italiani da annoverare tra quelli meglio documentati sono: le abbazie della Novalesa e di Nonantola, in Piemonte; S. Vito di Calci, in provincia di Pisa, e a S.Cerbone, nei pressi di Livorno, in Toscana;  il cimitero di S. Paolo di Barete, vicino L’Aquila in Abruzzo; in Puglia i particolari contesti delle chiese e dei cimiteri rupestri come a Gravina e nel Lazio il cimitero, ancora in corso di studio, del vicus ad Carinas, nei pressi del Foro Romano e quello di Via Marmorata, databile intorno al X secolo[5].

[1] BARBIERA 2012.
[2] CANCI, MINOZZI 2005.
[3] BARBIERA 2012; BARBIERA 2013.
[4] ARIES 1978; VOVELLE 1993.
[5] AMANTE SIMONI, AMICI, REDI, VANNI 1986; GRILLETTO, LAMBERT 1989; REDI 2004; REDI, FORGIONE 2009; REDI, FORGIONE 2013.

In foto: Gilles de Muisit’s records, Plague in Tournai 1349 France Brussels. Royal Library

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