Alessia Frisetti

in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 279-295

La Valle del Volturno: inquadramento geografico e storico 

Il Volturno che nasce in località “Capo la Sorgente” in provincia di Isernia, a poche centinaia di metri dall’insediamento monastico di San Vincenzo, dopo aver attraversato la limitrofa piana di Rocchetta segue un luogo corso che tocca numerosi comuni delle province di Isernia, Benevento e Caserta, prima di sfociare nel Tirreno nei pressi di Castelvolturno.

Il territorio è interessato da alcuni massicci appenninici come quelli del Monte Meta nell’alta valle e quelli del Matese e del Monte Maggiore nella media Valle. Questi rilievi sono affiancati da ampie pianure rese fertili dalle acque del Volturno e dei suoi numerosi affluenti.

L’area oggetto della presente ricerca rientra nella provincia del Samnium, verosimilmente istituita intorno alla metà del IV secolo a seguito di un importante evento sismico ricordato dalle fonti documentarie[1]. In epoca altomedioevale invece, solo marginalmente interessato dalle vicende  della guerra greco gotica, il territorio sarà incluso in una zona di confine della Langobardia Minor che, a seguito della Divisio Ducatus dell’849, si troverà di fatto divisa tra la sfera politica beneventana e quella capuana[ 2].

La Valle del Volturno nel corso dei secoli altomedioevali è oggetto di numerosi interessi politici ed economici, che vedono affrontarsi e schierarsi diversi attori della scena politica del Mezzogiorno. Duchi e principi longobardi, comunità monastiche benedettine, (quali S. Vincenzo al Volturno, Montecassino e Santa Sofia), orde di saraceni e sovrani delle dinastie franche e germaniche, usano questa valle come uno scacchiere in cui muovere le proprie mosse. Il prodotto di queste azioni, come vedremo, sarà un territorio intensamente e forse (data la complessa conformazione orografica) inaspettatamente abitato e costellato di insediamenti di diversa natura.

La realtà insediativa tra tarda antichità e medioevo. Fonti scritte e dati archeologici

Le ricognizioni di superficie effettuate negli anni ’70 e ’80 in Molise, unitamente a quelle più recenti che hanno interessato alcuni comparti campani, consentono di avere un quadro abbastanza chiaro seppur frammentario della realtà insediativa in epoca preclassica e classica[3]. Ciò che i secoli tardoantichi ereditano di questo assetto è rappresentato principalmente da una evidente vitalità di alcune città fondate in epoca romana. Venafro, Isernia, Teano, Alife, Caiazzo, Telese, rappresentano importanti centri politico amministrativi alcuni dei quali sedi di diocesi già a partire dal V secolo[4]. Per quanto concerne le campagne invece, sembrano sopravvivere pagi, vici e villae. Queste ultime mostrano segni di continuità fino al VI-VII secolo, e sono rintracciabili nell’agro di Venafro e soprattutto di Raviscanina[5].

I primi cambiamenti nel quadro delle dinamiche insediative si avvertono a partire dall’VIII secolo,  anche in conseguenza di una riorganizzazione territoriale in parte connessa alla presenza delle grandi comunità monastiche direttamente collegate prima alla sfera longobarda e poi a quella franca. L’esame delle fonti documentarie quali ad esempio il Chronicon Vulturnense, la Chronica Casinensis e il Chronicon Sanctae Sophiae, ci restituisce l’immagine di un comparto geografico in cui, a seguito di attente politiche fondiarie, di concessioni pubbliche e lasciti privati, i principali monasteri del Mezzogiorno d’Italia possono vantare, dagli inizi dell’VIII alla metà dell’XI secolo, numerosi beni di diversa natura. San Vincenzo al Volturno ad esempio, grazie ai lasciti di Gisulfo I, Arechi II (758-760), Sicardo (833-836) e Grimoaldo IV, ottiene ampie zone ad Est della sede monastica, e nell’area fra Pozzilli, S. Maria Oliveto e Venafro[6]. A queste si aggiungono, le celle di S. Cristina di Venafro e S. Agata di Torcino[7]; quelle di S. Pietro di Vairano Patenora e di S. Eleuterio in Fundiliano, il monastero di S. Salvatore di Alife e le chiese di S. Gregorio Matese e Capriati al Volturno[8].

 

[1] Iasiello 2015
[2] Cfr. Cielo 2001, pp.203-226; Peduto 1990, pp. 307-314; Cilento 1966.
[3] Per le ricognizioni nell’area molisana si veda Barker 1995; per le recenti indagini di superficie che hanno interessato l’area campana si vedano i diversi volumi della Carta archeologica a cura di S. Quilici Gigli riportati in bibliografia.
[4] Marazzi 2015; Tanzarella 2010; Vitolo 1996.
[5] Cera 2004 ; Cera 2011;  Mataluna 2012.
[6] Marazzi 2012.
[7] Le celle sono citate nei diplomi di Ludovico I (CV I, 29) e Ottone I (CV II, 115). Tuttavia bisogna tener presente che entrambi i documenti presi in esame sono considerati delle falsificazioni, cfr. Marazzi 2012.
[8] Questo quadro si completa poi, con una serie di lasciti privati che dagli inizi del IX secolo, forniscono a S. Vincenzo terre, gualdi, mulini e curtes compresi nell’area che da S. Maria Oliveto (CV I, 37 e 52), giunge fino a Vairano Patenora (CE), con qualche puntata anche nella valle telesina (CV I, 34). In particolare la zona compresa tra Pozzilli (IS) e S. Maria Oliveto (IS) è oggetto della stipula di contratti di livello tra il monastero ed alcuni privati, che consentono la messa a cultura di numerose terre (Cfr. Marazzi 2012).

In foto: Cartografia della valle del Volturno con gli insediamenti censiti e schedati (A. Frisetti)

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