Alessandro Mortera

(titolo originale, Trasformazioni del paesaggio urbano nell’area del Foro Romano alle soglie del Medioevo: il caso della Basilica Aemilia, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 343-364)

 

Quando Alarico fece il suo ingresso a Roma nel 410 d.C.[1], l’area centrale della città aveva vissuto un lungo periodo di stasi. Le grandi imprese edilizie di Costantino, databili entro i primi decenni del IV secolo, avevano interessato, fatta eccezione per l’arco eretto nella valle del Colosseo, di committenza senatoriale[2], per lo più aree periferiche della città[3], mentre Massenzio promosse gli ultimi interventi di considerevole portata che si inserirono, seppur ai suoi limiti, nell’area del Foro Romano: la Basilica Nova e il cd. Tempio di Romolo[4]. Lo spazio edificabile nell’area monumentale del Foro, infatti, era andato esaurendosi già nel corso del II secolo d.C. con l’erezione del tempio di Venere e Roma, sorto sul luogo del vestibolo della Domus Aurea, e con il successivo tempio di Antonino Pio e Faustina, inseritosi nello spazio di risulta tra la basilica Aemilia, il templum Pacis e la Sacra via[5]. Gli unici interventi che di conseguenza fu possibile realizzare nei secoli successivi nell’esiguo spazio della piazza si limitarono a restauri, o all’erezione di una serie di colonne onorarie lungo i lati orientale, meridionale e occidentale della piazza, o ai Rostra dioclezianei[6].
All’inizio del V secolo, quindi, il panorama monumentale del Foro era pressoché identico a quello di epoca dioclezianea[7], fatta eccezione per episodici interventi[8], con edifici che dovevano ancora essere nel pieno delle loro funzioni[9]. Con l’unica parentesi del sacco di Alarico, tale situazione sarebbe perdurata fino al VI secolo, quando nuovi apprestamenti – per lo più a destinazione artigianale – occuperanno lo spazio della piazza a ridosso delle colonne onorarie, mentre in aree più periferiche verranno erette le prime abitazioni private[10]. Nel secolo successivo, di nuovo presso l’area centrale della piazza, si installeranno poi le prime officine per la rilavorazione dei metalli e dei marmi[11].
Dedurre dalle fonti letterarie l’entità dei danni provocati dal sacco di Alarico non è impresa agevole, né tanto meno priva di rischi, dovendo innanzitutto appurare come i resoconti degli storici contemporanei e successivi non fossero unanimi, ma spaziassero da un panorama di devastazione totale ad uno in cui i danni si presentavano piuttosto limitati[12]. Al contrario, è ben noto come questo evento fosse considerato, fin da subito, come tra i più traumatici della storia dell’Urbs, trovando grande risonanza nelle fonti, quasi alla stregua del sacco gallico del 390 a.C.[13].
Una simile incertezza, si deve ammettere, è in parte riscontrabile anche nelle sporadiche testimonianze archeologiche[14], mentre un maggior numero di informazioni si ricaverebbe dalla produzione epigrafica dei due decenni successivi, sebbene il sacco goto non sia mai esplicitamente menzionato[15].
Stando quindi alle fonti letterarie ed epigrafiche, e agli scavi effettuati tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento[16], solo parzialmente pubblicati, nel 410 d.C., ad oltre un secolo di distanza dal gravoso incendio che durante il regno di Carino, nel 283 d.C., aveva colpito l’area centrale di Roma[17], il Foro bruciò nuovamente. Nello specifico, sembra che fossero coinvolti la Curia e il Secretarium Senatus[18], devastati da un fatalis ignis, la Basilica Aemilia[19], mentre dall’altro lato della piazza venne probabilmente danneggiata anche la Basilica Giulia. Ad eccezione di quest’ultimo edificio, per cui le ipotesi si basano per lo più su frammenti di epigrafi che farebbero accenno al ripristino dell’apparato scultoreo[20], per gli altri edifici gli scavi individuarono potenti strati di crollo associati ad evidenti tracce d’incendio, consentendo in questo modo di ipotizzare gravi danneggiamenti lungo il lato settentrionale della piazza forense[21].

 

[1] L’ingresso di Alarico a Roma, avvenuto il 24 agosto da porta Salaria, è descritto da Procopio (Procop., Bell. Vand., 1.2.13-24). Prima del 410, Alarico aveva cinto d’assedio Roma già altre due volte (Soz., 9.6).
[2] CIL VI, 1139.
[3] Sull’operato architettonico di Costantino a Roma, con bibliografia precedente, si vedano da ultimi: Barbera 2013; Guidobaldi 2005; Guidobaldi 2013a; Guidobaldi 2013b, in particolare pp. 496-500, 501-502, 504-512; Pensabene 2013b; Guidobaldi 2016. Per i singoli monumenti, vedi: per l’arco nella valle del Colosseo, Pensabene – Panella 1999; Zanker 2012; per il cd. Tempio di Minerva Medica, Carlucci 1996; Guidobaldi 1998; Magnani Cianetti 2013; per il complesso termale del Quirinale, Vilucchi 1999; per il cd. arco di Giano, Palombi 1993; per il complesso del Sessorium, Guidobaldi 1999; Barbera 2000; Barbera 2012; Gallocchio 2013. Per gli edifici di culto cristiano, vedi Krautheimer 1981, pp. 45-76; Krautheimer 1986, pp. 33-73, 97-101; Liverani 2012; Barbera 2013, pp. 20-23. Per i restauri di edifici di Roma realizzati da Costantino, Guidobaldi 2013a, pp. 461-463. Sull’attività di Costantino nel Foro Romano, da ultimo Kalas 2015, pp. 47-74.
[4] Coarelli 1986, pp. 1-35. Sulla Basilica, vedi Amici 2005a; Amici 2005b; Carè 2005; per il cd. Tempio di Romolo, vedi Flaccomio 1981; Coarelli 1986, pp. 8-20; Papi 1999. Altri interventi portati avanti sia da Massenzio che da Costantino, seppur di modesta entità, interessarono l’area centrale del Foro, legati probabilmente legati alla chiusura di cantieri dell’epoca tetrarchica (Guidobaldi 2013a, pp. 457-458).
[5] Per il tempio di Venere e Roma: Taliaferro Boatwright 1987, pp. 119-133; Cassatella 1999; per il tempio di Antonino Pio e Faustina: Pensabene 1996; per il templum Pacis, da ultimi: Meneghini 2014; Caprioli – Pensabene 2017a, b.
[6] È della seconda metà del IV secolo, ad esempio, il restauro del tempio di Saturno (Pensabene 1984, pp. 9-77, 152). Sulle colonne onorarie, vedi Giuliani – Verduchi 1987, pp. 166-173; Pensabene – Panella 1996, pp. 154-156, le quali già impiegherebbero spolia architettonici; per i Rostra dioclezianei, vedi Verduchi 1999.
[7] Sul Foro tra III e IV secolo, vedi Curran 2000, pp. 5-115; Bauer 2011; Kalas 2015, pp. 1-45.
[8] Tra questi è forse ascrivibile il piccolo impianto termale sorto tra il pronao del tempio di Antonino Pio e Faustina e il cd. Tempio di Romolo (Palombi 1988, pp. 81-85), la cui datazione relativamente “tarda” potrebbe avere il 395 d.C., anno dell’emendamento di Teodosio che prevedeva la chiusura dei templi pagani, come terminus post quem.
[9] Serlorenzi 2001, p. 558; Serlorenzi 2009, pp. 453-456. Una serie di interventi di ripristino furono eseguiti dopo l’incendio del 283 d.C., avvenuto durante il regno di Carino (Valentini – Zucchetti 1940, p. 279).
[10] Meneghini – Santangeli Valenzani 2004, pp. 167-168.
[11] Giuliani 1983, pp. 85-86; Giuliani – Verduchi 1987, p. 187; Serlorenzi 2001, p. 558; Serlorenzi 2009, pp. 461-471.
[12] Hier. epist. 127, 128.5; Oros., hist., 7.39.15-17, 7.40.1; Aug., urb. exc., 2.3; Aug., civ., 1.7, 2.43; Soz., 9.9; Procop., Bell. Vand., 3.2.24. Cfr. Courcelle 1948, pp. 35-40; Ghilardi – Pilara 2010, pp. 169-212; Mathiesen 2013, p. 89-93. Sul contesto storico, vedi Di Berardino 2012, pp. 1-18.
[13] Oros., hist., 7.39. Il saccheggio goto durò tre giorni e l’accostamento fornito dall’autore tra questo e l’assedio dei Galli del 390 e con il dies Alliensis, registrato nel calendario (Fraschetti 1993, pp. 678-679) e che durò invece un anno, testimonia l’entità della gravità del sacco di Alarico agli occhi dei contemporanei. Sul significato simbolico della conquista di Roma, vedi Marcone 2013. Sul giudizio dei goti nelle fonti cristiane ed orientali, vedi Ghilardi – Pilara 2012, pp. 110-127; Pilara 2012; Roberto 2012.
[14] Serlorenzi 2009, pp. 453-454; Spera 2012, pp. 113-119; Santangeli Valenzani 2013, pp. 35-39. L’attuale imbarazzo da parte degli archeologici nell’indicare con certezza le tracce della devastazione protratta dai Goti, deriva da un recente processo revisionista degli scavi condotti in questa’area, secondo una metodologia non stratigrafica, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, durante i quali non vi era un particolare interesse per tutto ciò che non fosse pertinente alla Roma antica. Per alcuni contesti archeologici in cui anche di recente si sono volute leggere testimonianze legate al sacco alariciano, vedi Filippi 2013; Fogagnolo 2013; Liverani 2013; Pavolini 2013; Quaranta – Pardi – Ciarrocchi – Capodiferro 2013.
[15] Bauer 2001, pp. 81-90; Ambrogi 2012, pp. 168, 177, note 68-69, 179, nota 84, 184-185; Spera 2012, p. 117. Cfr. Orlandi 2013, pp. 335, 338-345.
[16] In quest’area gli scavi furono condotti in particolare da R. Lanciani, G. Boni, C. Hülsen e A. Bartoli: vedi Gatti 1899, pp. 140-144; Lanciani 1899, pp. 170-176; Lanciani 1900, pp. 3-8; Hülsen 1902, pp. 41-57; Vaglieri 1903, pp. 83-96; Boni 1904, pp. 566-570; Hülsen 1905, pp. 58-63; Bartoli 1912; Colini 1933; Colini 1935; Colini 1939; Carettoni 1948; Sisani 2004, pp. 64, 68.
[17] Tra i principali monumenti colpiti dall’incendio del 283 ricordiamo la Curia e il foro di Cesare, sui quali intervennero Diocleziano e Massenzio (vedi Valentini – Zucchetti 1940, p. 279). Per la Curia, vedi Morselli – Tortorici 1989, pp. 15-34; per il foro di Cesare, Meneghini 2010, pp. 503-512; Corsaro – Delfino – De Luca – Meneghini 2013.
[18] Morselli – Tortorici 1989, p. 40; Coarelli 1999.
[19] CIL VI, 1718, 41376, 36962; Spera 2012, pp. 117-118, 127-142; Hülsen 1905, p. 21; Serlorenzi 2016, p. 114. Cfr. Lipps 2013, pp. 108-112.
[20] CIL VI, 1658c, 1658d, 31186 = 37105. Vedi Ambrogi 2012, pp. 168, 173-174, 179, nota 82, 183-187.
[21] Procopio, inoltre, tramanda il saccheggio del templum Pacis (BG, 1.12).

In foto: Basilica Aemilia, particolare delle colonne del portico del V secolo, Foro Romano (RM)