Luigi Quattrocchi

(titolo originale, Il fenomeno del mosaico funerario in Italia e nelle isole maggiori nei secoli IV-VII, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 367-379)

 

Il mosaico funerario, con canoni e caratteristiche ben individuabili, nasce nella seconda metà del III in Nord Africa (1), precisamente nella Bizacena e venne adoperato, in maggior parte, dalla comunità cristiana. Altri esempi, più antichi ma svincolati da caratteristiche definite, si trovano ad esempio a Ostia (2) e a Salona (3), almeno dal I-II secolo d.C.
Le coperture tombali musive ebbero, come si è appena detto, il loro nascere nel III secolo e già a partire dal IV secolo vennero esportate nel resto del Mediterraneo occidentale, prima in Sardegna (4), poi nelle Baleari (5) e nella Penisola Iberica (6). Nel V secolo, periodo di maggiore splendore per il mosaico funerario, l’esportazione toccò anche la Sicilia (7) e la Penisola Italica (8). La sua diffusione non fu omogenea, anzi, sembra che lambì solo alcune zone nelle quali lasciò esili tracce.

 

Storia degli studi

Parlando solo delle scoperte avvenute nell’attuale Italia, tralasciando tutti i ritrovamenti nordafricani e iberici, possiamo affermare che si hanno notizie di mosaici funerari già a partire dal 1600 quando, in Sardegna, ebbe inizio la ricerca dei Cuerpos Santos (9). In questa occasione, durante gli scavi dell’area della Basilica di San Saturnino a Cagliari, vennero alla luce diverse coperture tombali musive, oggi perdute e delle quali, talvolta, ci rimangono degli schizzi e le descrizioni degli scavatori. Gli epitaffi ritrovati su questi mosaici vennero considerati dal Mommsen dei falsi (10). Senza entrare nello specifico possiamo affermare che alcuni epitaffi, senza ombra di dubbio, vennero falsificati in modo da giustificare l’azione di scavo e portare prestigio alla sede vescovile cagliaritana (11), ma tanti altri invece riprendono formulari abbastanza comuni e, non meno importante, dagli schizzi che ci sono pervenuti si nota come la composizione dei mosaici rispecchi esattamente quella nordafricana, in linea dunque con una koiné mediterranea. Nello stesso periodo (12), e con modalità del tutto simili a quelle di Cagliari, si iniziarono gli scavi presso la Basilica di S. Gavino a Porto Torres, dai quali tornarono alla luce quattro mosaici funerari, dei quali oggi non si ha traccia.
Dopo questi precoci scavi si dovrà attendere sino al primo decennio del 1900, con la scoperta di un ricco mosaico a Teano (13). Successivamente con l’aumentare degli scavi si ebbero notizie di varie scoperte, più o meno fortuite. I mosaici funerari, soprattutto quelli sardi (14) e il più recente ritrovato a Canosa (15), entrarono nei corpora musivi ed epigrafici. In altri casi vennero solo citati, senza mai essere studiati in maniera approfondita. Probabilmente questa tipologia musiva, spesso priva di decorazione, non attirò l’attenzione degli studiosi che preferirono concentrarsi su reperti iconograficamente più interessanti.
Alcuni tentativi di studio, sintesi e approfondimento però, nel corso degli anni, ci sono stati: le studiose D. Mureddu e G. Stefani (16) ci parlano, per le testimonianze musive sarde, di un’ispirazione proveniente dal Nord Africa, con un interessante studio nel quale ritroviamo molte fonti d’archivio.
L’area campana invece è stata studiata da M. Amodio (17) in un più ampio lavoro dove però trovano spazio i mosaici funerari ritrovati nelle catacombe napoletane: anche in questo caso la studiosa ipotizza un’ispirazione africana.
Recentissimi sono i contributi di G. Ferri (18) la quale ritorna sul problema dei mosaici funerari sardi, apportando annotazioni sull’iconografia e quello di M. David et alii (19) che affronta solo marginalmente il problema dei mosaici funerari ritrovati in suolo italiano, incentrandosi su un ridottissimo numero di mosaici, datati ad annum, presenti in tutto il Mediterraneo.
Appare evidente che manca un contributo di ampio respiro che prenda in considerazione non solo tutte le coperture tombali musive, ma che studi le stesse sia da un punto di vista archeologico, epigrafico e storico sociale, inserendolo all’interno del fenomeno nel Mediterraneo occidentale.

 

1) RAYNAL 2005.
2) DUVAL 1976, 13-17; TAGLIATTI 2016, 377-388.
3) DUVAL 1976, 15.
4) QUATTROCCHI 2014, 247-252.
5) GOMEZ PALLARES – MAYER 1996, 67-68.
6) GOMEZ PALLARES 2002.
7) Si veda ad esempio: AHQVIST 1995.
8) AMODIO 2005; AMODIO 2006, 1101-1120; AMODIO 2015, 97-108.
9) MUREDDU – STEFANI 1986, 339-362; LONGU 2013.
10) Infatti nel CIL X queste iscrizione sono considerate false.
11) BONFANT 1635.
12) MANCA DE CEDRELLES 1846.
13)SPIANAZZOLA 1907, 697-703.
14) Ad esempio in ANGIOLILLO 1981, 193-195 e in CORDA 1999.
15) NUZZO 2011.
16) MUREDDU – STEFANI 1986, 339-362.
17) AMODIO 2005.
18) FERRI 2015, 557-564.
19) DAVID et alii 2016, 377-383.

In foto: Dettaglio del mosaico rinvenuto nella Basilica di San Miceli, Salemi, V secolo (Ph. B. Palermo)

 

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