Emanuele Gallotta

in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 383-397

 

Il contesto storico-architettonico tra XII e XIII secolo1

Gli anni compresi tra la metà del XII secolo e la metà del XIV rappresentano un’epoca di importante crescita per le città italiane in cui l’incremento demografico si accompagnò allo sviluppo urbanistico e ad una diversificazione della dinamica sociale nel suo complesso. L’espansione urbana portò alla trasformazione dell’aspetto delle città: mura, chiese, edifici pubblici e palazzi di abitazione diedero nuovi connotati al paesaggio e la loro edificazione s’intrecciò con più complesse vicende di ordine geopolitico2. La città laziale di Ferentino, d’incerta origine preromana, offre una limpida espressione di questo fenomeno. Posta sulla via Latina che costituiva uno dei principali collegamenti tra Roma e l’Italia meridionale, domina ancora oggi la valle del Sacco e si trova in un crocevia strategico tra i centri monastici più importanti a livello regionale: le abbazie di Fossanova, Casamari e Montecassino. Ferentino, di cui si annovera l’antichissima sede episcopale, fu coinvolta nella riorganizzazione amministrativa dello Stato pontificio già all’inizio del XII secolo con lo scopo puntuale di creare un baluardo difensivo nei confronti del regno normanno in ascesa3. Per tale ragione la città ernica divenne sempre più frequentemente meta di soggiorni da parte dei pontefici, come altre importanti realtà quali Viterbo, Anagni e Orvieto, sino all’istituzionalizzazione della provincia di Campagna e Marittima, governata da un Rettore, da parte di Innocenzo III (1198-1216). Nel corso della prima metà del Duecento, la residenza del legato pontificio fu posta a Ferentino legittimando, di fatto, l’ingerenza ecclesiastica nella vita del libero comune4. In altre parole, dal XIII secolo Ferentino divenne il capoluogo politico e amministrativo del basso Lazio avviando così un processo di rinnovamento architettonico dell’abitato. Questo fenomeno avvenne in parallelo alla fase di radicamento nel territorio dell’ordine cistercense, di cui i cantieri di ricostruzione delle abbaziali di Fossanova (1208) e Casamari (1217) rappresentarono un momento decisivo, introducendo nuove tecniche costruttive che si intrecciarono con un rinnovato gusto nella decorazione architettonica5. Supportati da una committenza economicamente forte, essi favorirono la riapertura delle cave locali di travertino e calcare e il richiamo di maestranze specializzate, facendo da volano per l’erezione di nuove fabbriche religiose ma anche per lo sviluppo urbano dei centri abitati della provincia6. Infatti, è opportuno ricordare che architetti/maestranze cistercensi, ossia i costruttori più abili ed efficienti allora attivi in tutta Europa, lavorarono anche a servizio della committenza laica, come testimonia la celeberrima Ignoti monaci cisterciensis Sanctae Mariae de Ferraria Chronica (1224) con cui l’imperatore Federico II richiese il reclutamento di monaci cistercensi ad costruenda sibi castra et domicilia7.

Gli studi critici più recenti, ormai datati, hanno riconosciuto a Ferentino un’area d’insediamento dei monaci bianchi nella zona intorno alla chiesa di S. Maria Maggiore, nonostante le principali attestazioni documentarie siano tarde: una fonte del 1634 che cita una grangia di Casamari8, la storia dello stesso monastero verolano scritta da F. Rondinini nel 1707, in cui si afferma che in territorio Ferentini hoc monasterium [Casamari] habet quindecim praediola et unam domum9, e la cronaca ottocentesca di G. Bono10. Di conseguenza, è stato ipotizzato un legame diretto tra l’ordine e la rinascita duecentesca della città, in cui al rifacimento degli edifici religiosi di rappresentanza si accompagnò l’opera di trasformazione dell’architettura civile sia pubblica che privata, ricevendone una sorta di inquadramento stilistico. Su quest’ultima s’intende focalizzare l’attenzione in questo contributo, cercando di rintracciare in specifici casi studio alcuni caratteri dell’edilizia civile duecentesca che, indipendentemente dal dibattito ancora aperto circa l’influsso più o meno diretto di maestranze cistercensi, accomuna i centri medievali della Provincia di Campagna e Marittima e s’intreccia con altre esperienze provenienti dall’area romana11.

Il primo cantiere urbano: il Palazzo Vescovile

La Ferentino medievale si sovrappose a quella antica rielaborandone gli elementi topografici essenziali per ricomporre una nuova configurazione urbana: la cinta muraria, taluni assi viari e, soprattutto, l’acropoli dove sorge l’edificio che probabilmente inaugurò il rinnovamento dell’architettura civile di Ferentino. Il Palazzo Vescovile fu ricostruito presumibilmente tra il 1208 e il 1220 per far fronte alle accresciute esigenze di carattere amministrativo, cui la città dovette far fronte a inizio secolo, e fu ulteriormente rinnovato alla fine del Duecento12. Infatti, era sede tanto dell’autorità religiosa della diocesi di Ferentino quanto della Rettoria di Campagna e Marittima, condizione che ne giustifica l’importanza simbolica nonché i numerosi danneggiamenti e rimaneggiamenti nel corso del tempo. Le strutture duecentesche superstiti sono osservabili solo in corrispondenza dell’ala nord-occidentale: questa è articolata al piano terra in una successione di campate quadrate (m 4.5) coperte da volte a crociera scandite da arconi trasversali che poggiano su bassi pilastri quadrangolari e su mensole in corrispondenza delle pareti13. Contigua a questi ambienti è una galleria che adotta una soluzione di copertura caratterizzata da un sistema di archi diaframma a sostegno di travature lignee. Prescindendo dalle diverse fasi edilizie del complesso indagate da A. Panza14, è utile soffermarsi proprio sull’impiego di archi sia come elemento di scansione di campate voltate a crociera che quale sostegno delle coperture lignee: elementi costruttivi e decorativi in cui si riconosce una derivazione dai cantieri cistercensi. La prima soluzione, ad esempio, è adottata in ambienti di servizio quali il dispensarium o il refettorio di Casamari; per quanto concerne il primo modello, esemplare è l’impiego nell’infermeria, nella grangia oppure nel refettorio di Fossanova.

Le caratteristiche di modularità, funzionalità, adattabilità ed economia della costruzione rappresentarono una novità assoluta in un panorama architettonico, quello del Lazio meridionale, ancora intriso a inizio Duecento di tecniche costruttive tradizionali legate a contesti locali15. Infatti, a partire dalla ricostruzione dalle due abbazie, queste tecnologie, derivate a loro volta dai monasteri cistercensi in Borgogna, si diffusero rapidamente a livello regionale, come dimostrano numerose architetture monumentali sia civili sia religiose collocabili cronologicamente in pieno XIII secolo che presentano caratteri confrontabili con il Palazzo Vescovile di Ferentino. Nella residenza anagnina di Gregorio IX, poi ampliata da Bonifacio VIII, viene adottato in più ambienti tanto il sistema arcate-volte a crociera (al piano terra e al primo piano, ad esempio nella nota sala delle oche) quanto la soluzione archi diaframma-travi lignee (al primo livello), impiegata a sua volta anche nella galleria del palazzo comunale. Di quest’ultima tecnica costruttiva si ritrovano ulteriori confronti ad Alatri, nella sala di rappresentanza del palazzo del cardinale Gottifredo, e a Colleferro, dove viene scelta per la costruzione della rocca e, in particolar modo, per i vani del corpo a nord est, i cui pilastri centrali furono aggiunti tra il XVII e il XVIII secolo a sostegno del solaio intermedio16.

La logica ad quadratum di campate sorrette da volte a crociera poggianti su pilastri prismatici centrali è declinata in Ferentino, seppur differentemente, anche in un edificio medievale forse adibito a «grangia urbana» e non distante dalla chiesa di S. Maria Maggiore17. Si tratta di una fabbrica su tre livelli articolata planimetricamente in tre ambienti. Quello centrale a pianta quadrata è ripartito a sua volta in quattro campatelle di uguale dimensione coperte da crociere, che poggiano su un pilastro, al centro, e su semplici mensole agli angoli del vano e nei punti mediani delle pareti. I due laterali, dei quali quello occidentale sembra essere stato aggiunto in una fase successiva, hanno invece entrambi un impianto rettangolare, scandito in due campate per parte, anch’esse coperte con volte a crociera18. Il pilastro centrale dell’ambiente principale è anche in questo caso a sezione quadrata (m 0,72), ha una base modanata ed è coronato da una cornice aggettante all’imposta delle crociere; le mensole, realizzate in un unico blocco, sono invece composte da una piramide rovesciata su cui poggia un dado, secondo uno schema che trova riscontro anche in uno dei casi studio di cui si tratterà nel paragrafo seguente.

1 Il lavoro qui presentato è connesso alla tesi di dottorato dell’autore in corso di elaborazione presso il Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura dell’Università di Roma La Sapienza in cotutela con l’Université Paris IV: Paris-Sorbonne. La ricerca dottorale s’incentra sull’architettura religiosa di derivazione cistercense nel Lazio meridionale con approfondimento monografico sulla chiesa di S. Maria Maggiore a Ferentino.
2 Menant 2011, p.119.
3 Per la storia e l’architettura di Ferentino si rinvia a: Scarpignato, motta 1980; Storia della Città, V (1980), 15-16; Zannella 1980; Ramieri 1995. Un inquadramento sulle vicende della provincia di Campagna e Marittima nel Medioevo è in Falco 1919.
4 Le fonti pervenuteci non permettono di risalire al momento esatto in cui ciò avvenne ma da una bolla di Gregorio IX del 1240 si apprende che il rettore di allora, Riccardo Annibaldi, risiedeva a Ferentino. Cfr. Borgia 1732, p. 276. Inoltre, la residenza del rettore doveva essere annessa al Palazzo Vescovile, come si intuisce da alcuni documenti del XIV secolo: si veda Scarpignato, motta 1980, p. 150.
5 Cadei 1978, 1980 e Ghisalberti 1993, 1997. Inoltre, è opportuno evidenziare che la trasformazione e l’ampliamento delle abbaziali di Fossanova e Casamari godettero dell’appoggio della Santa Sede nell’ambito della propria politica di controllo territoriale, che si appoggiava sui monasteri nonché sui legami instaurati con le potenti signorie locali. Cfr. Parziale 2007, pp. 13-72.
6 Fiorani 1996, pp. 194-195.
7 Gaudenzi 1888. Si vedano anche Farina, vona 1988 e Pistilli 2002.
8 Scaccia Scarafoni 1963.
9 Rondinini 1707, p. 72.
10 G. Bono, Storia di Ferentino illustrata e narrata da Giacomo Bono, manoscritto conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 14069. L’autore afferma che nel 1186 i Benedettini e i Cistercensi fecero rientrare entro le mura urbiche di Ferentino le monache provenienti da monasteri nel contado e, per tal ragione, esposte alle pericolose truppe di Enrico VI. Vedi anche Battelli 1980, p. 11.
11 L’intervento diretto dei monaci bianchi per la fioritura dell’edilizia duecentesca nel Lazio meridionale, (particolarmente in Ferentino), ampiamente sostenuto in «Storia della città», V, 1980, 15-16, non è condiviso all’unanimità dagli studiosi. Si veda Fiorani 1996, pp. 192-195.
12 La cronologia è stata dedotta sulla base di due documenti tratti dal Liber Censuum e dall’Archivio Capitolare di Anagni: nel primo, datato al 1208, Innocenzo III ricevette il giuramento di fedeltà dal fratello Riccardo, conte di Sora, in palatio episcopi Ferentini; nel secondo, invece, lo stesso edificio, dove il vescovo Landolfo emise una sentenza per risolvere una controversia, è indicato come palatio novo (1220). Per una trattazione più completa si rimanda a Panza 1980.
13 I pilastri centrali hanno una sezione quadrata di m 0,60x0,60 e sono costruiti in travertino.
14 Rimangono in più punti tracce di volte, arcate a sesto acuto a doppia ghiera ed aperture a monofora e bifora, che possono farci solo intuire la ricchezza di un complesso architettonico completamente manomesso nel tempo.
15 Fino a tutto il XII secolo permangono in architettura, soprattutto religiosa, tecniche costruttive di ascendenza paleo-basilicale: Panza 1980, p. 112.
16 Per il Palazzo di Bonifacio VIII si rinvia a Rinaldi 1990. Relativamente al complesso del Cardinale Gottifredo e al castello di Colleferro si vedano rispettivamente Fontana, spalvieri 2010 e Fiorani 1993.
17 Righetti Tosti-Croce 1983; D’achille et alii 1983.
18 Prescindendo dal secondo piano, aggiunto successivamente, l’impostazione spaziale dei primi due livelli è analogo al netto delle coperture. Quest’ultime sono a volta al pian terreno e a solaio su travature lignee al primo piano.

In foto: Palazzo dei Cavalieri Gaudenti (foto Pietro Scerrato).

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