Angelo Passuello

titolo originale: Le fabbriche romaniche con gallerie nel continente europeo: articolazioni spaziali e possibili funzioni dei cosiddetti “matronei” fra i secoli XI e XII, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 409-426

Quest’intervento trae spunto dalla tesi di dottorato dello scrivente sul cantiere di San Lorenzo a Verona nel contesto del Romanico europeo (Università Ca’ Foscari di Venezia, XXIX ciclo della Scuola dottorale interateneo in Storia delle Arti, in convenzione con l’Università degli Studi di Verona e l’Università IUAV di Venezia)[1]. Uno degli aspetti più interessanti, seppur meno indagati, di questo insolito fabbricato è la presenza dei cosiddetti “matronei”, ovverosia gallerie agibili correnti sopra le navate laterali e aperte su quella centrale; l’adozione di questo espediente architettonico, del tutto eccentrico per l’area veneta, ha dato lo spunto per una rivisitazione delle principali chiese con tribune erette in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna fra i secoli XI e XII[2].

  1. Un’indispensabile premessa terminologica

La primigenia descrizione di un edificio con matronei potrebbe essere la narrazione biblica del tempio di Salomone, che nel X secolo a.C. avrebbe innalzato una maestosa compagine con gallerie su tre lati, chiamate “tabulata”, alle quali si sarebbe potuto accedere per mezzo di una scala a chiocciola:

«Il tempio costruito dal re Salomone per il Signore aveva sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza, trenta cubiti di altezza […] Contro il muro del tempio costruì all’intorno un edificio a piani, cioè intorno alle pareti del tempio, sia dell’aula sia del sacrario, e vi fece delle stanze. Il piano inferiore era largo cinque cubiti, il piano di mezzo era largo sei cubiti e il terzo era largo sette cubiti, perché predispose delle rientranze tutt’intorno all’esterno del tempio in modo che non fossero intaccate le pareti del tempio […] La porta del piano più basso era sul lato destro del tempio; attraverso una scala a chiocciola si saliva al piano di mezzo e dal piano di mezzo al terzo»[3].

Beda il Venerabile (673 circa-735) chiarisce come i tre “tabulata” simboleggiassero altrettante tipologie di fedeli (sposati, vedovi e vergini) e fossero protetti da parapetti per scongiurare possibili cadute:

«Patet ergo ratio sacramenti quia tabulata haec tria totidem fidelium gradus, coniugatorum videlicet continentium et virginum, designant distinctos quidam altitudine professionis sed societate fidei et veritatis eiusdem omnes a domum domini pertinentes eique fixa mente inhaerentes […] Supremum ergo tabulatum erat ceteris angustius, medium supremo latius sed infimo erat cactus angustius quia nimirum altior professio virtutis altiorem debem vitam tenere viventi […] Singola autem tabulata in circuitu habebant latera, id est luriculas, ne quis in eisdem tabulatis consistens sive residens posset ad inferiora decidere»[4].

Rodrigo Jiménez de Rada (1170-1247), arcivescovo di Toledo, nel Breviarium Historiae Catholicae, riferendosi al passo biblico sul tempio di Salomone rammenta come i “tabulata” avessero balaustre e fossero utilizzati dai maestri per predicare al popolo:

«Edificavit super paretem templi tabulata per girum; trabes enim super quibus erant tabulata fecit adeo longas, quod exterius capita prominebant, et super his edificavit tabulata per girum in parietibus domus, id est in utroque parete et etiam in occidentali; unde dicit: per circuitum templi et oracoli, et fecit latera in circuitu (Paralipomenon dicit cancellos; latera dicit apodationes in modum parietum factas, ut deambulantes ad iniuria lapsus defenderentur; hec dicunt in Evangelio pinnacula templi, in Ezechiel deambulatoria sacerdotum, et inde proponebant doctores verbum ad populum, et inde precipitatus fuit Jacobus Alphei; et hae dicuntur luriculae»[5].

Anche il presule Sicardo da Cremona (1185 circa-1215) nel Mitrale tratta dei “tabulata” con parapetti, enunciandone altresì le possibili valenze simboliche: i tre livelli (superiore, medio, inferiore) corrisponderebbero rispettivamente ai vergini, ai vedovi e ai coniugati (come già enunciato da Beda il Venerabile), mentre le balaustre rappresenterebbero la difesa delle cose divine, dettate dai maestri, da quelle terrene:

«Unde tria tabulata in templo Salomonis fuisse leguntur, superius, medium et inferius, propter tres ordines, virginum, continentium et coniugatorum. Luricae, vel luriculae sunt latera tabulatorum per girum facta, muri vel cancelli, vel quaevis apodiatoria, ne doctores in tabulatis sedentes, et populo predicantes – iuxta illud: “Predicate super tecta” – labantur ad ima, sicut Ochoziae regi Samariae, qui per cancellos decidit, legitur accidisse; per has divina presidia figurantur quae nos in hoc saeculo laborantes et pro captu nostro ad superiora nitentes, ne deficiamus, adiuvant»[6].

Nel lessico greco, Gregorio Nazianzeno (330-389/390), riferendosi alla chiesa cappadocense di Nazianzo, parla di “στοά” (“portico”)[7]; lo stesso termine è adottato da Eusebio di Cesarea (263-339) per descrivere il Santo Sepolcro di Gerusalemme[8]. Trattando della grande basilica costantinopolitana di Santa Sofia, nel VI secolo Paolo Silenziario chiama “υπερώια” le strutture soprelevate, utilizzate perlopiù dalle donne[9], mentre Procopio di Gaza impiega il vocabolo “γυναικωνῖτις”[10]. Negli edifici bizantini, pertanto, i loggiati percorribili assumevano la diversa denominazione di “στοά”, “υπερώιον” e “γυναικεῖον” oltre a quella di “κατηχούμενα” che designava gli spazi superiori deputati a coloro i quali, non avendo ancora ricevuto il battesimo, non potevano accedere alle navate liturgiche[11].
Il termine latino “matroneum” (da “matrona”, ossia “donna”)[12] venne forse utilizzato per la prima volta nel Liber Pontificalis in cui, riferendosi al ripristino della basilica di San Paolo fuori le mura da parte di papa Simmaco (V-VI secolo), viene narrato che:

«In basilicam renovavit absidam, qui in ruina inminebat, et post confessionem picturam ornavit et cameram fecit et matroneum»[13].

La voce italiana “matroneo”, con cui si suole riconoscere lo spazio destinato alle donne nei primi luoghi di culto dell’era cristiana, non trova riscontri nelle altre lingue continentali, nelle quali simili strutture sono identificate con idiomi piuttosto generici, che non implicano specifiche connotazioni liturgico-funzionali: “empore” in tedesco, “tribune” in francese e “gallery” in inglese[14].
Questa varietà lessicale rimonta già all’epoca medievale, quando Gervasio di Canterbury (1140-1210), autore del Tractatus de combustione et reparatione Cantuariensis ecclesiae[15], una minuziosa cronaca dell’incendio e della conseguente riedificazione del coro della cattedrale di Canterbury da parte degli architetti Guglielmo di Sens e Guglielmo l’Inglese (1174-1184), adotta il lemma “triforium” per indicare, presumibilmente, un corridoio con aperture a tre fornici prospicienti la navata maggiore, il transetto e il presbiterio:

«Hic murus chorum circuiens in circinatione illa pilariorum in capite ecclesiae in unum conveniebat. Supra quem murum via erat quae triforium appellatur, et fenestrae superiores […] in quibus oppositis clavibus et fornice facta, a turre maiore usque ad pilarius praedictos, id est, usque ad crucem, triforium inferius multis inteuxit columnis marmoreis. Super quod triforium aliud quoque ex alia materia et fenestras superiores aptavit»[16].

Nel 1924 Paul Ortwin Rave pubblicò un volume (tuttora fondamentale) sulle chiese romaniche a sviluppo longitudinale con gallerie, dove distinse con sei diverse terminologie le articolazioni parietali delle navate centrali:

  1. “blendgeschoß” = parete senza aperture;
  2. “laufgang” = parete con corridoio percorribile;
  3. “unechte empore” = parete con un’apertura sui sottotetti, ovverosia “matroneo finto” (“geöffnetes dachgeschoß”);
  4. “halbechte empore” = parete con un’apertura su uno spazio privo di soffittatura, ovverosia “matroneo mezzo vero” (“trempelgeschoß”);
  5. “echte empore” = parete con un’apertura su uno spazio con soffittatura e pavimento, ovverosia “matroneo vero” (“ausgebautes obergeschoß”);
  6. “scheinempore” = parete con un’apertura che simula un “echte empore”, ma prospetta su uno spazio privo di pavimentazione e, quindi, non percorribile (“falsche empore”) [17].

Per quanto attiene alla funzione delle tribune romaniche, l’erudizione le riconosce tradizionalmente come uno spazio riservato alle donne, giusto il rituale dei primi tempi cristiani[18]. In realtà, questa connotazione liturgica è del tutto estranea all’epoca medievale, quando tali ambienti, in molti casi difficilmente accessibili, pur assolvendo a diversi scopi (nel duomo di Pisa, ad esempio, erano riservati all’oligarchia e agli ospiti più illustri delle celebrazioni ed erano altresì la sede privilegiata per la schola cantorum)[19], avevano principalmente una mansione statico-costruttiva (duomo di Modena, Sant’Ambrogio a Milano) ovvero potevano avere scopi di servizio per raggiungere agevolmente le parti alte degli edifici durante le opere di manutenzione (San Michele di Pavia)[20]. A motivo di ciò, per designare questi spazi è preferibile adottare i termini “tribune”, “gallerie” o “logge” piuttosto che quello, indubbiamente abusato, di “matronei”[21].

1 A. Passuello, Il cantiere di San Lorenzo a Verona nel contesto del Romanico europeo, Tesi di Dottorato, Università Ca’ Foscari di Venezia, Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Scuola dottorale interateneo in Storia delle Arti, XXIX ciclo, Supervisore prof. F. Coden, 2017.
2 Un’importante base d’appoggio per questo contributo è stata pure la tesi di laurea di Annamaria Scagnelato, discussa nell’A.A. 2002/2003 presso l’Università degli Studi di Padova e putroppo mai pubblicata, che ha compiuto una sistematica ricognizione dei matronei romanici in area europea. Cfr. A. Scagnelato, Storia e funzione del matroneo in età romanica, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Lettere, Relatore prof.ssa G. Valenzano, A.A. 2002/2003. Quest’operazione, in passato, è stata parzialmente compiuta anche da W. Haas, Chiese con gallerie longitudinali nel periodo di edificazione del Duomo di Modena, in Wiligelmo e Lanfranco nell’Europa romanica, Atti del Convegno (Modena 1985), Modena 1993, pp. 135-140.
3 1 Re 6, 2. 5-6. 8.
4 Beda il Venerabile, De Templo, in Corpus Christianorum. Series Latina, CXIX A, a cura di D. Hurst, Turnhout 1969, pp. 162-163.
5 R. Jiménez de Rada, Breviarium Historiae Catholicae, in Corpus Christianorum. Continuatio Medievalis, LXXII A, a cura di J.F. Valverde, Turnhout 1992, p. 295.
6 Sicardo da Cremona, De Mitrali seu Tractatus de Officiis Ecclesiasticis Summa, in Patrologia Latina, CCXIII, a cura di J.P. Migne, Paris 1852, col 119, pp. 22-23.
7 Gregorio Nazianzeno, Oratio XVIII. Funebris in Patrem, in Patrologia Graeca, XXXV, a cura di J.P. Migne, Paris 1857, col. 1037, n. 39.
8 Eusebio da Cesarea, De Vita Constantini Imperatoris libri quatuor, in Patrologia Graeca, XX, a cura di J.P. Migne, Paris 1857, coll. 1096-1097, n. 37.
9 Paolo Silenziario, Descriptio S. Sophiae, in Patrologia Graeca, LXXXVI, a cura di J.P. Migne, Paris 1863, col. 2134.
10 Procopio di Gaza, De Sancta Sophia, in Patrologia Graeca, LXXXVII, a cura di J.P. Migne, Paris 1863, col. 2836. Spesse volte il termine “matroneo” è erroneamente connesso a quello greco “γυναικεῖον” (in latino “gynaeceum”, italianizzato come “gineceo”) che indicava la parte della casa riservata alle donne.
11 Usa questo vocabolo l’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (905-959) nel libro De Cerimoniis, riferendosi all’ambiente soprelevato da cui l’Imperatore e la sua corte assistevano alle celebrazioni sacre (Costantino Porfirogenito, De Cerimoniis Aulae Byzantinae, in Patrologia Graeca, CXIII, a cura di J.P. Migne, Paris 1864, col. 393). Vedi anche Costantino Porfirogenito, Ibn Rosteh, Liutprando da Cremona, Il libro delle Cerimonie, a cura di M. Panascià, Palermo 1993, p. 96.
12 C. du Cange, s.v. Matroneum, in C. du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, V, Niort 1885, col. 310.
13 Le Liber Pontificalis, a cura di L. Duchesne, I, Paris 1886, p. 262. In realtà, il “matroneum “ di San Paolo fuori le mura è stato riconosciuto nella zona settentrionale del presbiterio contrapposta al “senatorium”,finalizzato ad ospitate le autorità in vista. Cfr. T.F. Mathews, An Early Roman chancel arrangement and its liturgical functions, «Rivista di Archeologia Cristiana», XXXVIII (1962), pp. 73-95; E. De Benedictis, The Senatorium and Matroneum in the Early Roman Church, «Rivista di Archeologia Cristiana», LVII (1981), pp. 69-85. Vedi, inoltre, O. Brandt, The Archaeology of Roman Ecclesial Architecture and the Study of Early Christian Liturgy, in Studia Patristica, a cura di J. Day, M. Vinzent, LXXI, Leuven-Paris-Walpole 2014, p. 47.
14 P.O. Rave, Der Emporenbau in romanischer und frühgotischer Zeit, Bonn und Leipzig 1924, p. 17.
15 Gervasio di Canterbury, Tractatus de combustione et reparatione Cantuariensis ecclesiae, in J. Schlosser, Quellenbuch. Repertorio di fonti per la Storia dell’Arte del Medio Evo occidentale (secoli IV-XV), Firenze 1992, pp. 252-265.
16 Gervasio di Canterbury, Tractatus de combustione…, cit., p. 258.
17 Rave, Der Emporenbau…, cit., pp. 15-16.
18 Le donne si sarebbero rigorosamente disposte secondo la loro dignità: le “vergini” in prossimità del presbiterio, le “vedove” nella parte di mezzo e le “matrone” verso occidente. Gli uomini nelle navate, invece, sarebbero stati divisi in “piangenti”, “stanti” o “consistenti”, “ascoltanti” e “prostrati”.
19 G. Tigler, Toscana Romanica, Milano 2006, p. 50.
20 A. Peroni, La struttura del S. Giovanni in Borgo di Pavia e il problema delle coperture nell’architettura romanica lombarda, «Arte Lombarda», XIV (1969), p. 22; L.C. Schiavi, La basilica di San Michele a Pavia, in Lombardia Romanica. I grandi cantieri, a cura di R. Cassanelli, P. Piva, Milano 2010, pp. 154-155.
21 G. Valenzano, Il duomo di Modena dal 1099 al XIII secolo, in Il Duomo di Modena e la basilica di San Zeno, a cura di G. Lorenzoni, G. Valenzano, Verona 2000, p. 60.

In foto: Durham, cattedrale. Arcate delle navate, bifore delle gallerie, cleristorio e volte costolonate delle coperture.

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