Giulio Biondi

(titolo originale, Legislazione suntuaria a Venezia secoli XIII-XV. Proposta per una messa a fuoco e ridefinizione del concetto di suntuario, tra storiografia e documenti, in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 461-472)

Cum multe et maxime expense fiant continue in hac civitate inordinate et multum superflue in hominibus et feminis, ultra possibilitatem personarum, ex quibus multis expensis multi pereunt et homines ad nihilum deducuntur, non valentes expensas huiusmodi excedentes omnes modum aliquatenus substinere, ut est manifestum; ut salubre in hoc remedium pro bono honore nostro et conservatione civium, valeat adhiberi…1

Così recita il proemio della prima legge suntuaria veneziana emanata nella seduta del Maggior Consiglio del 22 maggio 13342.
Come noto, per leggi suntuarie si intendono quei codici giuridici volti al disciplinamento e al contenimento del lusso, stando alla definizione prodotta dalla storiografia che, dai pioneristici studi che tra Otto e Novecento fino all’età contemporanea, le ha presentate come una serie di tentativi per mettere ordine alla ricercatezza e all’ostentazione del lusso degli abiti, delle decorazioni, delle acconciature e degli accessori femminili quanto maschili dal Medioevo all’età moderna3. Ad ogni modo occorre rilevare che il lusso, da un punto di vista più lessicale che concettuale, non compare mai nelle leggi ad esso preposte. Il giudizio sulle spese contenuto nel proemio sopra citato ne è una conferma: le «expense» sono definite disordinate, superflue, economicamente pericolose ed eccendenti «omnes modus», ma non vi è alcuno riferimento al lusso.
Proposito di questo elaborato è contestualizzare meglio l’accezione ‘suntuaria’ di queste leggi, partendo proprio dalla considerazione che in quei codici raramente si menzionava esplicitamente il lusso. Inoltre, da questo contributo verrà dato risalto al fatto come quello suntuario è stato un disciplinamento globale, in definitiva improntato alla moderazione. Relativamente alle leggi, la questione del lusso non è certo liminale, anzi, ma va forse meglio formulata e contestualizzata.
Tra le varie realtà italiane, non si può non riconoscere in Venezia una delle realtà più interessate dalla circolazione quanto dalla produzione e dalla accumulazione del lusso, che ha reso la città lagunare una delle sedi epiche del lusso: dapprima timido e grossolano, poi ragionato e cosciente, eccessivo e irrompente infine, come chiosava Giulio Bistort4. Per questa ragione, si è deciso di citare in apertura una legge veneziana e assumere come unico caso di studio di riferimento quello veneziano, per altro solo parzialmente preso in considerazione dagli studiosi. Presso l’Archivio di Stato di Venezia, infatti, sono ancora molti i documenti di carattere suntuario inediti, specie per il periodo compreso tra il XIII e il XV secolo5.
Prima di esporre alcune considerazioni su come le leggi preposte al disciplinamento del lusso si interfacciavano al medesimo, occorre fare due precisazioni.
La prima: che cos’è il lusso? Le definizioni sono infinite e menzionarle tutte sarebbe cosa di scarsa utilità poiché, essendo il lusso un fenomeno in continua e rapidissima evoluzione, non si giungerebbe verosimilmente mai ad una sua definizione globale e sempre valida6.
La seconda premessa riguarda le leggi: quale significato attribuire al fatto che in un mondo -quello Medievale- che gravitava attorno al lusso e al gioco delle apparenze, in precedenza mai dotato di una peculiare regolamentazione pubblica, dal momento che era percepito come una questione privata, da un certo momento in avanti tutto questo diveniva, invece, giuridicamente rilevante?
La risposta si può trovare in alcuni precetti tipicamente medievali. Posizionalità e riconoscibilità erano le parole d’ordine sulle quali si fondava l’estetica medievale, secondo la quale apparire coincideva con essere7. In un Medioevo che non solo teorizzava, ma pure praticava la distinzione, dal momento che si voleva che le persone fossero distinguibili solamente ad una prima occhiata, tutto ciò che era messo in bella mostra, in particolare vesti e ornamenti, erano ambiti su cui investire per raggiungere quel fine. Quale il motivo di ciò? Secondo Bernardino da Siena bisognava avere cura delle apparenze perché era dalla facciata esteriore che si poteva riconoscere quella interiore. Così il frate aveva detto in una predica tenuta a Siena: «quello di fuore dimostra quello ch’è dentro. A lo strinsico8 puoi conoscere lo intrinseco»9.
Insieme al fatto che era un modo per dimostrare la propria vera natura, la questione della riconoscibilità era anche una necessità, soprattutto quando le città in età comunale erano diventate importanti centri polifunzionali, capaci di attrarre tante persone e di diversa estrazione sociale. Per evitare inconvenienti o sovrapposizioni circa ruoli e dignità, per segnare quelle distanze che la disponibilità di denaro rischiava di azzerare, per assicurare ad ognuno la possibilità di affermarsi all’interno del proprio ceto e per dare a chiunque gli strumenti per interpretare il mondo circostante, era opportuno elaborare una mappatura sociale il più possibile puntigliosa e tassonomica. Mettendo ordine alle apparenze e stabilendo precise gerarchie nelle quali incasellare le persone, si poteva quindi rendere inequivocabile una volta per tutte il loro prestigio sociale ed economico10. In questo senso la società medievale era una società che voleva essere posizionale; tuttavia gli uomini, scontenti o desiderosi di migliorare la propria condizione -economica e giuridica e quindi, a tutto tondo, sociale-, vivevano di aspirazioni e desideri che li spingevano a travalicare non solo col pensiero ma pure materialmente e tangibilmente il loro posto nella scala sociale, ed era anche su questa materia che le leggi suntuarie si proponevano di intervenire.

1. Archivio di Stato di Venezia, Maggior Consiglio, Spiritus, c.73r. Da ora in poi si abbrevierà ASVe, M. C.
2. In verità la prima legge suntuaria veneziana risale al 2 maggio 1299, ma non è stata presa come modello di riferimento poiché priva di proemio. Infatti non tutte le leggi erano precedute da un preambolo che ne illustrasse i motivi che di volta in volta spingevano le autorità a legiferare in materia di pompe. Infatti, in alcuni casi, al posto di quella che in diplomatica si chiama cornice protocollare, il documento cominciava in medias res con la presentazione di ciò che era consentito -e in tal caso entro quali limiti- e ciò che era invece totalmente vietato. A tale proposto, le formule più ricorrenti cui seguono i diversi ambiti che le leggi si proponevano di regolare, erano: «certissimum est, quod inordinate expense, que fiunt circa […]o conzosia chel sia introducta una pessima et inhonesta consuetudine in questa citade nostra circa […]», piuttosto che il richiamo a una precedente deliberazione cui si fa seguire l’elenco delle cose vietate, come nell’incipit del 23 febbraio 1455 «deliberatum fuit die XX martii 1443 in hoc consilio, quod mulieres portare non possent […]». Archivio di Stato di Venezia, Senato Terra, R.3, c.148r, c.195v, c.193v. Da ora in poi si abbrevierà ASVe, Sen. Terra.
3. Tra i più recenti contributi sul tema si veda: M. G. Muzzarelli, “Contra mundanas vanitates et pompas”. Aspetti della lotta contro i lussi nell’Italia del XV secolo, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XL, 2 (1986), pp. 371-390; M. G. Muzzarelli, Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo, Torino 1996; C. Kovesi Killerby, Sumptuary Law in Italy, Oxford 2002; Disciplinare il lusso. La legislazione suntuaria in Italia e in Europa tra Medioevo ed Età moderna, a cura di M. G. Muzzarelli e A. Campanini, Roma 2003; M. G. Muzzarelli, “De ornatu mulierum”. Il caso delle pianelle, in Dai cantieri della storia. Liber amicorum per Paolo Prodi, a cura di G. P. Brizzi e G. Olmi, Bologna 2007, pp. 435-444.
4. G. Bistort, Il Magistrato alle Pompe nella Repubblica di Venezia. Studio storico, Premessa di G. Zorzanello, U. Stefanutti, in “Miscellanea di storia veneta”, s. 3, V, 1912, pp. 18-19.
5. Questo non vuol dire che non ci siano stati studiosi che non si siano occupate delle leggi suntuarie veneziane, tuttavia un lavoro a tappeto, relativamente ai secoli XIII-XV non è stato condotto, se non dal sottoscritto in occasione della stesura della tesi di laurea magistrale. Informazioni sulla legislazione suntuaria veneziana si tovano in C. Foucard, Lo statuto inedito delle nozze veneziane del 1299, Venezia 1853; A. Cecchetti, La vita dei Veneziani nel secolo 1300. Le vesti, Venezia, 1886; E. Motta, Leggi suntuarie del 1476, in «Archivio veneto”, n.s., XXXVI, 1888, pp. 244-246; A. Pilot, Di alcune leggi suntuarie della Repubblica veneta, Venezia 1903; M. N. Newett, The Sumptuary Laws of Venice in the Fourteenth and Fifteenth Century, in T. F. Tout and J. Tait, Historical Essays by Members of the Owens College, Manchester, Manchester 1907, pp. 245-277; R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, 2 voll., Milano 1958; P. Molmenti Storia di Venezia nella vita privata alle origini dalla caduta della Repubblica, 3 voll., Trieste 1973; G. Chense Dauphiné Griffo, Cronache di moda illustri: Martin Sanudo e le vesti veneziane tra Quattro e Cinquecento, in Il costume nell’età del Rinascimento, a cura di D. Liscia Bemporad, Firenze 1988 (Atti del V convegno tenutosi a Firenze 8-11 ottobre 1983), pp. 259-272; P. Mometto, Vizi privati, pubbliche virtù. Aspetti e problemi della questione del lusso nella Repubblica di Venezia (secolo XVI), in Crimine, giustizia e società veneta in età moderna, a cura di L. Berlinguer, F. Coalo, Milano 1989; A. Vitali, La moda a Venezia attraverso i secoli. Lessico ragionato, Venezia 1992; F. Ambrosini, Cerimonie, feste, lusso, in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, V, «Il Rinascimento. Società ed economia», Milano 1996, pp. 441-520; L. Molà, The silk industry of Reinassance Venice, Baltimore-London 2000; L. Molà, Leggi suntuarie in Veneto, in Disciplinare il lusso. La legislazione suntuaria in Italia e in Europa tra Medioevo ed Età moderna, a cura di M. G. Muzzarelli e A. Campanini, Roma 2003, pp. 47-57.
6. Avrebbe forse più significato cercare di individuare quanti tipi di lusso esistano, almeno 8. Si può distinguere un lusso oggettivo, ben rappresentato da quei beni che intrinsecamente odorano di lusso poiché fatti di materiali pregiati e/o costosi -pellami ricercati, oro, stoffe pregiate, pietre preziose-, e poi c’è un lusso che potremmo definire “fittizio”, intangibile che, cioè, non è necessariamente visibile o monetizzabile. In questo senso si pensi al lusso come la necessità di distinguersi, contribuendo così a segnare un discrimen tra chi un bene di lusso possiede e chi invece no: questo è il lusso della distinzione. Il lusso può anche essere concessione quando si consente a una ristretta cerchia di persone una determinata cosa e, di converso, ad altre la si vieta: questo è il lusso della concessione, intesa come una sorta di premio, un lusso come il portare ciò che è adeguato al proprio status. Il lusso è anche cambiamento, dal momento che si concretizza in varie forme diversificate nel tempo; il lusso è pure una forma di socializzazione dal momento che dai beni di lusso che una persona sfoggia è possibile farne l’identikit. Il lusso può essere anche un’efficace strumento politico fortemente collegato a chi stava al potere e chi questi voleva colpire. Infine, altra forma di lusso è quella rappresentata dal lavoro del sarto. Questi, tanto nel Medioevo quanto al giorno d’oggi indipendentemente dalla preziosità del materiale impiegato, si impegnava in un lavoro che era il più delle volte sovraumano poiché dispendioso sia tecnicamente -ad esempio per i processi di tintura delle stoffe piuttosto che quelli per ottenere i ricercatissimi panni d’oro[1]-, sia tempisticamente oneroso -si pensi a tutte quelle ore passate a cucire, ricamare, ritagliare strisce striscette frappe cordelle e quant’altro. A questo si aggiunga poi con quanto poco riguardo le vesti, specie nel Medioevo, venivano indossate: tempo di uscire di casa, percorrere le melmose vie cittadine ed ecco che il certosino lavoro del sarto veniva in pochissimi frangenti vanificato e la veste subito rovinosamente guastata. Anche la possibilità di ordinare, e pagare, al sarto un abito lussuosissimo -con sete fruscianti piuttosto che broccati luccicanti, stratagli o nappine applicate e simili leziosità che più arricchivano e appesantivano la veste più la rendevano desiderabile-, indossarlo e rovinarlo strascinandolo per terra era certo un lusso riservato a pochi.
7. Sui concetti di posizionalità e di estetica medievale: M. G. Muzzarelli, Le leggi suntuarie, in Moda e società dal Medioevo al XX secolo, a cura di M. Belfanti e F. Giusberti, Torino 2003, pp. 185-220; M. T. Beonio-Brocchieri Fumagalli, L’estetica medievale, Bologna 2002; M. G. Muzzarelli, “Noscere ordinem et finem sui status”: il valore delle vesti nella società posizionale del tardo Medioevo, in Problemi di identità tra Medioevo ed Età moderna, a cura di  P. Prodi e V. Marchetti, Bologna 2001, pp. 7-21, 105-116.
8. Cioè esteriore.
9. Bernardino da Siena, Prediche volgari sul Campo di Siena.1427, a cura di C. Delcorno, 2 voll., Milano 1989, II, p. 1071.
10. A tal riguardo, alcuni elementi del linguaggio delle vesti erano sovralocali se non proprio universali (il rosso, ad esempio era il colore da ricchi e da festa), mentre un buon numero di segni (altezza di bordi di pelliccia, lunghezza dello strascico) costituiva un linguaggio condiviso solo dagli abitanti dell’una o dell’altra città e fissato negli statuti cittadini. Come informava frate Giovanni da Capestrano sempre sulla base del principio gerarchico, al papa spettava l’ornamento più prezioso così come al re competeva un minor ornato dell’imperatore, al duca uno minore del re e via dicendo. Nel rispetto del medesimo principio, all’uomo erano consentiti ornamenti più preziosi di quelli permessi alle donne. Vigeva poi anche tra le parti del corpo una precisa gerarchia tale per cui alla testa spettava un ornamento più prezioso di quello concesso ai piedi. Gli uomini inoltre si dovevano collocare a un livello superiore rispetto agli animali e per tanto andava evitato quanto poteva rischiare di diminuire le distanze fra gli uni e gli altri: da qui l’uso di portare la pelliccia come fodera e non esternamente, in modo tale da non assomigliare a bestie pelose. Cfr. G. da Capestrano, Trattato degli ornamenti, specie delle donne, a cura di A. Chiappini, Siena 1956, p. 76. Inoltre l’abito, specialmente negli ambienti di corte, oltre a simboleggiare il grado di vicinanza del cortigiano ai signori, aveva la funzione di scandire i momenti della giornata, alle cui diverse ore era abbinata un altrettanto differente occasione di sfoggio. Si pensi, ad esempio al guardaroba di Maria Antonietta che, nella Parigi del secondo Settecento, prevedeva: per ogni stagione dodici «grands habits» da indossare nelle grandi occasioni e nei ritratti ufficiali, dodici più informali «petites robes de fantaisie» che potevano essere di foggia alla levita o alla polacca piuttosto che all’inglese, e una altra dozzina di abiti specificatamente pensati per il tempo libero. Cfr. M. G. Muzzarelli, Breve storia della moda in Italia, Bologna 2011, pp. 92-98.

In foto: Fratelli Limbourg, Le ricche ore del Duca di Berry, il Mese di Maggio, 1410-16.

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