Veronica De Duonni

in “III Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 8-10 Settembre 2017, pp. 475-486

 

Nell’archivio storico dell’abbazia di Montevergine si conserva un documento comunemente conosciuto come ‘Lo Statuto dell’abate Donato’1.
Due coniugi ebolitani, di cui non è riportato il nome, hanno donato al monastero 100 once d’oro, perché con sacrifici, elemosine ed orazioni potessero ottenere la remissione dei loro peccati e con la condizione che alla vigilia di Ognissanti si celebrasse un anniversario per il vantaggio delle loro anime. Essi desiderano che, in quello stesso giorno, fosse distribuita ai fratelli, in loro suffragio, un’abbondante refezione. L’abate Donato con un solenne documento datato settembre 1210 dispone, in considerazione di quella donazione e con la piena volontà e il consiglio di tutta la comunità monastica, che, dei proventi di un orto, il priore claustrale di Montevergine o il padre decano ne largiscano 50 ai poveri, ai quali si laveranno anche i piedi, 50 per la refezione dei fratelli che in quel giorno convengono al monastero, 50 per le vesti dei fratelli, 50 per la refezione degli oblati a Pasqua, 50 per l’olio della chiesa di Montevergine e 50 il Giovedì Santo per l’acquisto di calzature. Inoltre, al fine di rispettare tali disposizioni, si ordina che tutto quello che il monastero possiede in tenimento di Eboli, o che in seguito potesse ivi possedere, sia dispensato in cibo e in elemosina per i poveri. Si deve, quindi, rispettare l’osservanza in virtù di santa Obbedienza e punire e scomunicare quanti vendono, alienano, impegnano o in qualunque modo ipotecano quei beni. È obbligo leggere la presente disposizione in Capitolo, alla presenza di tutti i religiosi che in quel giorno convengono al monastero. L’abate Donato fece poi confermare dal papa Onorio III, il 2 dicembre 1216, le disposizioni e gli impegni assunti dalla comunità.
Scritto in un’elegante minuscola diplomatica goticheggiante, è arricchito dalla presenza di figure umane e divine che, disposte ordinatamente sulla pergamena e rese con inchiostro bruno e picchiettate di rosso, ornano il testo conferendogli una solennità unica. In alto, al centro del protocollo, il Redentore assiso primeggia su tutti, al di sotto l’abate Donato posto ad incipit della propria sottoscrizione, quasi a reggere il proprio signum crucis, fronteggia sul lato opposto il papa con la mitra e le vesti cerimoniali. Al centro, tra le sottoscrizioni, su tre registri, la Vergine tra gli angeli; il priore, con in mano la Regola dalla lussuosa legatura, tra il decano e il preposito; il monaco Martino, colui che ha guidato la donazione, infine, tiene per mano i due anonimi coniugi ebolitani in modo da unirli alla comunità monastica.
Esposto per la prima nella Mostra bibliografica per la storia della chiesa in Campania e Calabria, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli nel 19502, riceve particolare attenzione solo la figura della Vergine, in quanto scopo dell’esposizione è far emergere l’aspetto devozionale in occasione della celebrazione del Giubileo. Successivamente, nella Mostra storica nazionale della miniatura del 1953, allestita con l’intento di promuovere e potenziare gli studi inerenti la storia della miniatura, fu proprio l’Ordinatio Donati abbatis Montis Virginis confirmata ab Honorio III Papa a esser scelta per rappresentare la produzione dell’abbazia verginiana nella stagione dell’arte ‘romanica’3. La scheda ha carattere prettamente descrittivo, lasciando trasparire un giudizio velatamente negativo nel definire i disegni: «alcune figure, disegnate ingenuamente a penna e solo eccezionalmente toccate in qualche punto di rosso»4. A tornare sul documento, negli anni Settata, sarà padre Placido Tropeano, monaco verginiano e curatore del Codice Diplomatico dell’abbazia5. In merito alla definizione di uno scriptorium, egli afferma che solo nel XIII secolo «si organizza una vera scuola di miniatura, la quale si avvia come un’arte bidimensionale, sul tipo della primitiva pittura murale»6, il cui esempio principale è proprio lo ‘Statuto’. La presenza di figure umane a penna sullo statuto dell’abate Donato rappresenta per Tropeano la traduzione figurata del testo, comprensibile anche ai due coniugi ebolitani analfabeti protagonisti della donazione. A tal proposito, quando dopo pochi anni ritornerà a parlare dello Statuto, nel primo volume di Montevergine nella storia e nell’arte7, l’accostamento tra l’organizzazione della pergamena 1297 e gli Exultet nuovamente conferma le sue teorie: le immagini sono a vantaggio degli analfabeti8.
Un vero e proprio studio di carattere storico-artistico si deve a Perriccioli Saggese. In occasione della pubblicazione del volume a più voci Insediamenti verginiani in Irpinia del 1988, alla studiosa fu affidata la trattazione dei codici miniati9. Perriccioli avvicina la tipologia del santo raffigurato nel ms. 1, contenente il De Vita et obitu sancti Guilielmi confessoris et heremite 10, ai disegni presenti sulla bolla dell’abate Donato. Se le miniature del codice sono però definite di non alta qualità, diverso è il giudizio sui disegni della bolla. Infatti, contrariamente a come erano stati descritti nella scheda della mostra del 1953, per la studiosa sono espressione di «un’organizzazione della figura essenziale ed efficace, non priva di una certa vivacità, soprattutto nella scena con il monaco Martino ed i due benefattori, in rapporto con altre opere di area campana come il Trattato di chirurgia di Rolando da Parma, ms. 1382 della Biblioteca Casanatense»11. Infine, nel 2008 Teresa Colamarco dedica un intero saggio alla pergamena12. Innanzitutto chiarisce che in realtà si tratta di una copia di due distinti documenti, di autore ignoto e priva di autenticità, in quanto non è stata redatta da persona rivestita di publica fides. Il primo documento è il Privilegium abbatis Donati13, redatto dal monaco Landulfus nel 1209-121014, di cui non si conserva l’originale nell’archivio di Montevergine 15, che precisa le disposizioni della somma di cento once d’oro donate dai due coniugi ebolitani. Il secondo documento, riportato nella pergamena, è la copia della conferma apostolica da parte del papa Onorio III nel 1216, presente quest’ultima in forma originale presso l’archivio di Montevergine (perg. 1408)16.

1. Montevergine, Archivio dell’Abbazia, perg. 1297.
2. Mostra bibliografica per la storia della chiesa in Campania e Calabria: Anno Santo 1950. Catalogo della mostra, Napoli, Biblioteca Nazionale, a cura di G. Guerrieri, Napoli, Francesco Giannini & Figli 1950, p. 3.
3. Mostra Storica Nazionale della miniatura. Catalogo della mostra, Roma, Palazzo Venezia 1953, a cura di G. Muzzioli e M. Salmi, Firenze, Sansoni 1953, scheda n. 98, pp. 71-72.
4. Ibidem.
5. Codice diplomatico verginiano, a cura di M. P. Tropeano, Montevergine, Padri benedettini 1977-1999, voll. 13. Attualmente il codice contiene le trascrizioni di documenti dall’anno 947 fino al 1210.
6. M. P. Tropeano, La biblioteca di Montevergine nella cultura del Mezzogiorno, Napoli, Berisio 1970, pp. 19-20.
7. P. M. Tropeano, Montevergine nella storia e nell’arte: periodo normanno svevo, I, Napoli, Berisio 1973.
8. Ivi, p. 147.
9. A. Perriccioli Saggese, I codici miniati in Insediamenti verginiani in Irpinia. Il Goleto, Montevergine, Loreto, a cura di V. Pacelli, Cava dei Tirreni, De Mauro 1988, pp. 169-182.
10. Montevergine, Biblioteca statale annessa al monumento nazionale di Montevergine, ms. 1.
11. A. Perriccioli Saggese, I codici miniati cit., p. 177.
12. T. Colamarco, Il cosiddetto Statuto dell’Abate Donato in Virtute et Labore: Studi offerti a Giuseppe Avarucci per i suoi settant’anni, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo 2008, pp. 131-150.
13. T. Colamarco, Il cosiddetto Statuto cit., p. 138.
14. Ivi, p. 131, nota 4.
15. Ivi, p. 133, nota 9. Come ipotizza la studiosa, l’originale fu inviato alla curia pontificia per ottenere la ratifica e non fu rispedito al mittente. Probabilmente per redigere la pergamena 1297 fu usata una minuta posseduta in archivio.
16. Ivi, p. 132, Cfr. G. Mongelli, Abbazia di Montevergine. Il regesto delle pergamene, a cura di G. Mongelli, Roma, s.n. 1956-1962, voll. 7, II, p. 59; La lettera di papa Onorio è invece presente in G. Mongelli, Abbazia di Montevergine. Il regesto cit., I, nr. 1408, p. 19, inoltre in A. Potthast, Regesta Pontificium Romanum inde ab a. post Christum natum MCXCVIII ad a. MCCCIV, Berolini, Decker 1874-1875, n. 5377, è presente il regesto della pergamena di rettifica, la minuta custodita nell’Archivio Vaticano. Per quanto riguarda la datazione nel testo si legge, alla fine del privilegium abbatis Donati, in anno divine incarnationis millesimo ducentesimo septimo decimo fecimus confirmari. Tuttavia la conferma apostolica specifica che correva l’anno primo di pontificato di Onorio III, ossia tra il 24 luglio 1216 e il 23 luglio 1217, quindi si tratta del 2 dicembre (quarto nonas decembris) del 1216 e non del 1217. Secondo quanto ipotizzato da Colamarco, questo ‘errore’ del copista può essere giustificato dal fatto che a Montevergine era in uso lo stile dell’incarnazione alla maniera fiorentina che stabilisce l’inizio dell’anno il 25 marzo, quando aveva inizio l’anno 1216, oppure pensare al 25 dicembre 1216-1gennaio 1217 secondo il computo della circoncisione usato nella cancelleria pontificia.

In foto: Montevergine, Archivio dell’Abbazia, perg. 1297.

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