Alessia Frisetti, Marianna Cuomo, Nicodemo Abate, Luigi Di Cosmo

titolo originale: La chiesa di S. Leo a Sessa Aurunca (CE): scavo, tecniche di analisi, reperti ed apparati decorativi, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 327-338.

Introduzione
Sessa Aurunca è un antico centro della provincia casertana che si colloca sulle pendici del Roccamonfina in prossimità della costa, in un’area attraversata dalle arterie romane della via Appia e della via Latina. Gli studi storici e le indagini archeologiche degli ultimi decenni ci restituiscono un’immagine piuttosto chiara della città di epoca classica fondata nel 337 a.C., divenuta colonia romana nel 314 a.C. e poi municipium nel 90 a.C.1, mentre meno abbondanti sono i dati per il periodo medioevale di cui si conoscono soprattutto le vicende dei due principali monumenti: la cattedrale normanna ed il castello.
Intorno a questi due complessi, a seguito del restringimento della città romana, si sviluppano i due poli medioevali urbani. Sede di diocesi almeno dal V secolo, dopo la morte del vescovo Landolfo e a seguito degli accordi della Divisio Ducatum dell’879, Sessa viene assegnata a Landone I cui viene attribuita l’edificazione del castrum2. Quest’ultimo tra l’altro è sede della risoluzione di un’importante sentenza del 963 tra il monastero cassinese di S. Salvatore di Cocuruzzo (Rocca d’Evandro, CE) e un certo Gualfrid di Calvi3. Già sede comitale sul finire del IX secolo è però, dalla seconda metà del secolo successivo (in un momento in cui si assiste alla nascita della maggior parte dei comitati autonomi della Langobardia Minor) che Sessa è citata nei documenti come sede comitale4.
L’importanza del centro in epoca altomedioevale è suggerita anche dalle cronache monastiche di Montecassino5 e San Vincenzo al Volturno. Le due comunità, infatti, hanno alcune proprietà in territorio aurunco, tra cui ricordiamo una curtis vulturnense nota già agli inizi del IX secolo, cui si aggiunge una «cella Sancti Vincencii» citata in un documento dell’XI secolo6.
La chiesa di San Leo oggetto di recenti indagini si staglia nella zona orientale del centro urbano,  esterna al circuito murario medioevale.
L’edificio, dedicato a San Leone IX papa (1002-1054) e patrono della città, è noto alle fonti scritte già a partire dall’XI secolo, quando è annoverato tra le prepositure cassinesi. Fondato da tale Adi e ceduto da Riccardo II Principe di Capua all’abate Oderisio I nel gennaio 1098,  San Leo risulta, così come riportato nei privilegi dei Principi di Capua, tra i possessi di Sant’Angelo in Formis nel settembre 1107 e nel Novembre 1120, per poi ricomparire due anni dopo nel privilegio di papa Callisto II. Le ultime menzioni sono rintracciabili nel privilegio di Innocenzo II (1138-437) e nelle Rationes Decimarum dove compare tra gli oratori «in civitate» per l’anno 1326 (RDC n.13288).
La dedica dell’edificio potrebbe essere frutto della riconoscenza della comunità locale nei confronti del papa che, recatosi nella città aurunca per sfuggire alla furia dei Normanni, vi compie uno dei miracoli: la guarigione di un lebroso9. I miracoli di fatto sembrano costituire un elemento fondamentale nella biografia di Leone, assurto al soglio pontificio nel 1048 per volere di Enrico III. Quest’ultimo è interpellato più volte dal papa che auspica un suo coinvolgimento militare per fermare l’avanzata normanna ma, proprio la scarsa partecipazione dell’imperatore sarà causa della disfatta dell’esercito pontificio e della cattura di Leone imprigionato a Benevento dal 1053 al 1054, anno della sua morte.

Le indagini archeologiche
Le indagini sono state effettuate nel luglio 2016 a seguito di alcuni interventi di restauro che hanno portato alla luce i resti di un ciclo pittorico, all’interno di un corpo di fabbrica ad aula unica con terminazione lineare ad Est ed ingresso ad Ovest10. L’edificio presenta due finestroni rettangolari sulla parete Est e due accessi sul perimetrale Sud che consentono il collegamento con la sagrestia, cui si aggiunge una nicchia nel perimetrale Sud, tutti elementi frutto di interventi strutturali di epoca moderna.
L’aula presentava, già prima delle indagini, un altare in muratura ad Est (Usm 130/140) preceduto da una soglia in calcare di reimpiego, un bancale intonacato che segue l’intero perimetro ed un secondo altare-reliquiario (Usm 170) poggiato al perimetrale Nord.
La necessità di individuare l’originario piano di calpestio dell’edificio medioevale, e di riconoscere eventuali fasi edilizie di epoca post antica a supporto delle informazioni desunte dalle fonti scritte, ha portato alla decisione di aprire due saggi all’interno dell’aula: un primo nella zona presbiteriale ed un secondo nell’area centrale, cui si è aggiunto un terzo saggio esterno sul fronte Est nel tentativo di intercettare le fondazioni dell’abside. I saggi interni hanno rivelato una stratigrafia piuttosto semplice, costituita da strati di terra e malta stesi sul banco tufaceo naturale che digrada leggermente in direzione Est. Questa sequenza è stata poi intaccata, nella zona prossima alla nicchia del muro Sud, da una sepoltura terragnea che ha restituito un inumato in posizione supina (orientato S-O/N-E) ed il cranio di un secondo individuo. L’unica traccia di un piano di calpestio (Usm 26) emerge nella zona centrale dell’aula, ed è costituita da due lastre rettangolari adagiate direttamente sullo strato di terra e ruotate di circa 10° rispetto alla linea della parete di fondo. Il saggio esterno ha invece messo in luce la rasatura del probabile originario catino absidale, percepibile anche grazie alle tracce di ammorsatura visibili nella muratura interna della parete di fondo (Usm 187).
I dati provenienti dalle stratigrafie, congiuntamente allo studio del materiale ceramico rinvenuto e degli affreschi (e grazie ad un approccio che ha visto la combinazione di metodologie tradizionali con tecniche di rilievo digitale) consentono di sintetizzare le fasi storiche che hanno interessato l’edificio di San Leo.
La costruzione della chiesa con abside ad Est risalirebbe all’XI secolo (fase 1). La struttura si presenta verosimilmente più piccola rispetto alla fabbrica attuale, come dimostra l’interruzione della decorazione a velaria nella porzione Ovest dei perimetrali11. In seguito al crollo dell’abside, forse dovuto alla natura irregolare del piano roccioso sottostante, si procede alla rasatura del catino e alla tompagnatura del muro di fondo. Probabilmente in questa fase viene eseguita la seconda campagna pittorica, e si procede alla realizzazione dei banchi che corrono lungo i perimetrali Nord, Sud ed Est (Usm 30-20-10/11). Non si hanno dati certi, invece, in merito alla nicchia (Us 182) posta al centro del muro Sud che potrebbe rappresentare il risultato della trasformazione di un originario accesso laterale all’edificio. L’analisi dei materiali ceramici e della pellicola pittorica consentono di inquadrare queste attività nel corso del XIV secolo (fase 2a). Le attività di restauro determinano evidentemente un innalzamento delle quote di calpestio (con il preesistente piano pavimentale ricoperto da uno strato di malta) e conducono ad un notevole prolungamento (oltre 2,5 m) della pianta in direzione Ovest, e ad un contestuale allungamento dei banchi che ora sono presenti anche lungo la linea di controfacciata (Usm 90-100; fase 2b). Un momento di febbrile attività è poi registrato sul finire del XV-inizi XVI secolo, quando il piano in malta è interessato da diversi tagli volti al posizionamento dell’altare principale e dell’altare reliquiario (Usm 130-170), entrambi provvisti di soglia sul lato Ovest, e della vasca di epoca romana impiegata probabilmente come fonte battesimale (Usm 150). Con l’innesto dell’altare centrale, si rende inutilizzabile il banco lungo la parete di fondo, anche a causa della presenza di una sostegno ligneo con cui viene assicurato lo stesso altare alla parete. Entrambe le mense inoltre, ostruiscono la visibilità della pellicola pittorica. In questa stessa fase, è possibile immaginare anche l’inserimento di una macina nel bancale Sud, speculare ad un foro praticato nel bancale Nord e finalizzato probabilmente all’innesto di due sostegni verticali (fase 3). Infine, in un momento non ben definibile cronologicamente, viene praticato, nella zona mediana del banco Sud in corrispondenza della preesistente nicchia (Us 182), il taglio per la deposizione dell’inumato (fase 4).
Le indagini archeologiche, seppur limitate nella durata e nell’estensione, consentono quindi di aggiungere un importante tassello alla conoscenza della storia post antica e dell’assetto urbanistico di Sessa Aurunca. I materiali ceramici suggeriscono infatti una certa vitalità di produzioni, confermata anche dagli affreschi prodotti da botteghe di probabile ambito locale che arricchiscono l’edificio. Quest’ultimo è oggetto inoltre di una fase di ricostruzione tardo medioevale promossa probabilmente dalla comunità aurunca che vuole così dimostrare la propria riconoscenza al papa protettore della città.

A.F.

  1. A. M. Villucci, Sessa Aurunca dalla Protostoria alla II guerra mondiale, in P. Cominale, C. Gentile, R. Giglio (a cura di), Sessa Aurunca. Territorio. Storia. Tradizioni. Cultura, Sessa Aurunca 2014, pp.14-26.
  2. N. Cilento, Le origini della signoria Capuana nella Longobardia minore, Roma 1966, p.116.
  3. Nel documento (uno dei primi redatti in volgare contenente la tipica formula «sao cco kella terra per kelle fini») si legge «intro castro Suessano». E. Gattula, Ad Historiam abbatiae Cassinensis accessiones. I vol., Venezia 1733-1734, p. 308.
  4. N. Cilento, La nascita cit. p. 35 e p. 155 n.6.
  5. E. Gattula, Ad Historiam cit., pp. 307-308.
  6. Cfr. CV I, 29 e 34; CV III, 204 in V. Federici, Il Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, 3. voll., Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1925-1940.
  7. H. Bloch, Montecassino in the Middle Ages, Vol. II, Roma 1985-1986, pp.679; 732-733, nn.120-121.
  8. M. Inguanez, L. Mattei Carsoli, P. Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII-XIV. Campania, Città del Vaticano 1973, n.1328.
  9. T. De Masi del Pezzo, Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa raccolte dal Signor D. Tommaso del Pezzo de’ Marchesi di Civita, Napoli 1761, p.100. Del santo le fonti agiografiche riportano un lungo elenco di miracoli avvenuti sia in vita che post mortem, cfr. Historia mortis et miraculorum S. Leonis IX, in Ex Strozziano, Hubertino et Beneventano collecta, pp. 525-541. G. M. Diamare, Memorie storico-critiche della Chiesa di Sessa Aurunca, parte II, pp.132-141, Napoli 1906; F. Kempf, H.-G. Beck, E. Ewig, A. Josef, Storia della chiesa. Il primo medioevo, Vol.4, Milano 1992.
  10. Le indagini sono state commissionate all’Università di Napoli (SOB) dalla Diocesi di Sessa Aurunca. A tal proposito si coglie l’occasione per ringraziare il Vescovo Mons. Orazio Francesco Piazza e Don. Roberto Guttoriello Direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto della Diocesi, per l’autorizzazione alla pubblicazione dei dati e la disponibilità dimostrata durante le fasi di ricerca.
    11. La conferma dell’esistenza di un primo edificio più piccolo è rintracciabile anche in G.M. Diamare, Memorie storico-critiche della Chiesa di Sessa Aurunca:opera divisa in due parti, Napoli, 1907, pp.137-138, dove si ipotizza che l’ampliamento sia avvenuto in antichità, contestualmente al rialzamento del piano stradale su cui si apre l’ingresso della chiesa.

In foto: a. nuvola di punti; b. mesh poligonale; c. modello texturizzato; d. modello texturizzato e scalato (pianta, sezioni e prospetti), rilievi N. Abate

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