Massimiliano David, Stefano De Togni, Dino Lombardo

in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 29-36.

 

I bolli nelle indagini del Progetto Ostia Marina

Come è noto, l’edilizia rappresentava un settore decisivo nei piani episcopali di evangelizzazione delle città nei primi secoli cristiani e il controllo dell’intera catena produttiva (a cominciare dalle fornaci per laterizi) rientrava negli obiettivi strategici delle chiese locali. La crescita e il progressivo sviluppo a Ostia del Cristianesimo sono argomento di vivace discussione in ambito storico e archeologico già da molti anni1. Il merito di aver posto attenzione sul radicamento delle gerarchie ecclesiastiche nella vita economica e sociale di questa città ed anche sulla capacità di controllo delle forze produttive è oggettivamente attribuibile alle indagini svolte dal Progetto Ostia Marina in conseguenza di fortunate scoperte occorse a partire dal 2007 nel suburbio marittimo2. Infatti, nel 2011, sono stati portati una prima volta all’attenzione tre frammenti di tegole con bolli di identica fattura con croce latina preceduta dalle lettere S e D e un ramo di palma dimezzato e stilizzato3. Il ritrovamento di questi tre frammenti era avvenuto in strati molto superficiali di scarsa affidabilità stratigrafica. In questa sede si presentano altri esemplari di bolli di matrice cristiana provenienti da ancora più recenti indagini del Progetto Ostia Marina e, soprattutto, da contesti molto meglio inquadrabili stratigraficamente.

M.D.

 

Il Caseggiato delle due scale

Il Caseggiato (IV, ix, 6)4 è un grande edificio a destinazione commerciale e abitativa situato nell’angolo sud-orientale dell’isolato ix della regio IV di Ostia (Fig. 1). La struttura, che occupa un’area di ca. 1000 mq, è interamente realizzata in opera mista, con specchiature in reticolato e ammorsature in laterizio, ed è datata alla tarda età adrianea grazie ai bolli in opera rinvenuti nella risega di fondazione, recanti la data consolare di Serviano III (134 d.C.). Il fabbricato è caratterizzato da un asse centrale est-ovest costituito da un ampio corridoio (ambiente 8) con due ingressi contrapposti. Dal corridoio si accedeva anche ai piani superiori attraverso due vani scale (ambienti 5 e 6) da cui deriva il nome attuale. L’ambiente 8 nella parte centrale era scoperto e costituiva il cortile interno dell’edificio, fonte di luce ed aria per gli ambienti più interni, secondo uno schema architettonico ben noto per l’edilizia imperiale romana. La parte a nord-est del corridoio era formata da due ambienti quadrangolari (ambienti 1 e 2), collegati con un grande vano quadrato che affacciava su via della Marciana. In base alle prospezioni geofisiche, è ipotizzabile uno sviluppo simmetrico per la parte nord-occidentale. La parte a sud del corridoio presenta una planimetria più complessa e di più difficile lettura: l’ambiente 9 è uguale all’ambiente 1 nelle dimensioni, ma presenta una diversa disposizione delle aperture, mentre un altro grande ambiente quadrangolare affacciava su via della Marciana, probabilmente con funzione commerciale. La facciata meridionale del Caseggiato, oggi segnata dal limite del Parco Archeologico, originariamente doveva prospettare sulla via costiera che, fin dall’epoca flavia, correva lungo il litorale. Ricostruendo l’andamento di tale strada a partire dalla porzione di basolato conservato sul lato meridionale delle Terme della Marciana, e tenendo conto del diverso orientamento delle murature degli edifici, è possibile stimare che l’edificio si trovi fuori dalla recinzione per circa 4,5 metri, e per un’area di circa 125mq. L’ambiente 10, che veniva così a trovarsi al centro dell’ala meridionale, è un vano parzialmente scoperto, con una vasca a cielo aperto a pianta quadrangolare, ribassata di circa 15cm rispetto al piano pavimentale, rivestita di marmo. Al centro di questa era installata una fontana su piede con zampillo centrale, perduta, ma testimoniata dalla presenza di un piccolo foro nella preparazione pavimentale, cui era collegato il tubo di adduzione dell’acqua ancora in situ. Le indagini archeologiche nel Caseggiato hanno permesso di documentare una serie di restauri e rimaneggiamenti che si sono protratti fino almeno agli inizi del V sec. d.C.5. Questi compresero la realizzazione di un balneum nella porzione sud-orientale, denominato Terme dello Scheletro6, oltre ad alcuni rinforzi strutturali costituiti da grandi pilastri quadrangolari di sostegno dei soffitti. Nell’ambiente 10 sono stati individuati restauri e rimaneggiamenti che hanno riguardato sia la vasca, in cui furono sostituiti alcuni marmi di rivestimento, che la soprastante copertura, in cui furono sostituite le tegole di copertura. Molte tegole sono state rinvenute in posizione di crollo all’interno del vano e hanno permesso, grazie ai bolli, di datare il restauro alla seconda metà del IV sec. d.C. o ai primi decenni del V secolo d.C.. Tra gli esemplari di tegola rinvenuti, tutti frammentari, una ha un’aletta inclinata di 45° rispetto all’altra, caratteristica che permette di identificarla come tegola angolare7. Un secondo esemplare è assimilabile allo stesso tipo, mentre gli altri frammenti non permettono una identificazione precisa. I materiali rinvenuti al di sotto del crollo, in contesto sigillato, permettono di datare il collasso di questa copertura ad un momento successivo agli inizi del V sec. d.C. È, d’altra parte, noto dalle fonti un forte terremoto8 che colpì Roma e il circondario nell’anno 442/443 d.C.

S.D.T.

1. G. Calza, Le memorie del cristianesimo a Ostia, in “Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia”, 21, 1946, pp. 3 ss.; M. Floriani Squarciapino, Considerazioni su Ostia cristiana, in “Studi romani”, 27, 1979, pp. 15-24.
2. G. Volpe, Il ruolo dei vescovi nei processi di trasformazione del paesaggio urbano e rurale, in Archeologia e società tra Tardoantico e alto Medioevo (atti del XII seminario sul Tardo Antico e l’alto Medioevo: Padova, 29 settembre-1 ottobre 2005) G.P. Brogiolo e A. Chavarria Arnau (a cura di), Mantova, 2007, pp. 85-106.
3. I pezzi sono stati pubblicati inizialmente in M. David, X. Gonzalez Muro, “Opus doliare” e nuovi bolli laterizi dall’insula IV, IX, in SFECAG (actes du Congès d’Arles), 2011, p. 392; poi, più accuratamente, in M. David, Le vie della cristianizzazione nella città di Ostia, in Hortus artium mediaevalium, 20 (2014), p. 149.
4. M. David, M. Carinci, S. De Togni, M.S. Graziano, D. Lombardo, G.P. Milani, Pavimenti tra Adriano e Teodosio a Ostia antica: note analitiche e modalità costruttive, in Atti del XX colloquio dell’Associazione italiana per lo studio e la conservazione del mosaico (Roma, 19-22 marzo 2014), C. Angelelli e A. Paribeni (a cura di), Tivoli 2015, pp. 603-612.
5. M. David, M. Carinci, M.S. Graziano, S. De Togni, A. Pellegrino, M. Turci, Nuovi dati e argomenti per Ostia tardoantica dal Progetto Ostia Marina, in “Mélanges de l’École Française de Rome. Antiquité”, 126/1, 2014 (Atti Secondo nuovo Seminario su Ostia antica – Roma 15-16 aprile 2013), pp. 173-186.
6. S. De Togni, M. Carinci, C. Pappalardo, Uso e riuso dei marmi nei pavimenti delle Terme dello scheletro a Ostia, in Atti del XXIII colloquio dell’Associazione italiana per lo studio e la conservazione del mosaico (Narni, 15-18 marzo 2017), C. Angelelli, C. Cecalupo, M. Erba, D. Massara, F. Rinaldi (a cura di), Roma 2018, pp. 361-370.
7. Per questo tipo di tegola è stata proposta la denominazione di “tegula deliciaris” (cfr. A. Andrén, Origine e formazione dell’architettura templare etrusco-italica, in “Atti della Pontificia accademia romana di archeologia. Rendiconti”, 32, 1959-60, pp. 31-59), cioè la tegola destinata al trave del displuvio di un tetto (delicia) per tetti a tre o più spioventi. Fest. 64 L: «delicia est tignum, quod a culmine ad tegulas angulares infimas versus fastigatum collocatur; unde tectum deliciatum et tegulae deliciares». Successivamente è stato proposto il nome più generico di “tegula angularis”, sempre in riferimento al passo di Festo (cfr. F. Castagnoli, Testudo, tegula deliciaris e il tempio di Giove capitolino, in “Mélanges de l’École Française de Rome. Antiquité”, 98/1, 1986, pp. 37-45, in part. pp. 44-45). Il termine fa da contrappunto alla tegula colliciaris, destinata al compluvio. La forma particolare della tegola, con l’angolo a 45°, la rende particolarmente adatta ad un displuvium. Più complesso adattarla ad un impluvium, per il quale sono necessarie le colliciaris, tegole leggermente concave con le alette formanti un angolo di 90°, destinate al deflusso dell’acqua di gronda (cfr. E. La Rocca, La tegola angolare di gronda con protome di Acheloo, in A. Carandini, M. T. D’Alessio, H. Di Giuseppe (a cura di), La fattoria e la villa dell’Auditorium nel quartiere Flaminio di Roma, pp. 485-500). La presenza di tegole di questo tipo rappresenta un indizio sulla natura della copertura dell’ambiente, che poteva essere a “displuvium”, ovvero adatta a favorire la dispersione dell’acqua verso l’esterno e a massimizzare la luce che entrava dallo spazio aperto sul tetto. Cfr. Vitr. 6, 3, 2: «displuviata autem sunt, in quibus deliquiae arcam sustinentes stillicidia reiciunt. Haec hibernaculis maxime praestant utilitates, qiod compluvia eorum erecta non obstant luminibus (…) ». Sui tipi di tegole cfr. F. Boldrighini et alii (a cura di), Elementi architettonici e di rivestimento: voce “definizione del’oggetto”. Proposte di terminologia per la catalogazione dei reperti archeologici del Lazio, (Arcata, Archeologia e Catalogazione 1), Roma 2007, pp. 63-66.
8. E. Guidoboni (a cura di), I terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea, Bologna 1989, pp. 608-609, n. 61, con bibliografia.

In foto: Ostia, regio IV, insula ix: planimetria del Caseggiato delle due scale (IV, ix, 6) nella fase di inizio V secolo d.C. (S. De Togni)

 

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