Roberta Napoletano

titolo originale: Frammenti membranacei di riuso: metodologie e prospettive di ricerca. Il caso dell’Archivio Generale Arcivescovile di Bologna, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 239-246.

 

Un ambito di ricerca in piena fioritura è sicuramente quello dei frammenti manoscritti di riuso. Archivi e biblioteche sono spesso ricchissimi di lacerti membranacei provenienti da antichi codici e documenti, reimpiegati come coperte, dorsi o rinforzi per legature di registri e faldoni, carte di guardia, toppe ecc. Il reimpiego o il vero e proprio riciclo di materiale dismesso, in ogni campo della produzione umana, è da sempre una pratica diffusa e comune, che non riguarda soltanto i libri e la pergamena; per tutta l’antichità greca e latina e soprattutto per il Medioevo si deve proprio ringraziare la mentalità antica del «riciclo» se sono arrivati sino a noi, seppur in forma frammentaria, testimonianze di cui altrimenti non avremmo ricordo1.
Rimanendo in ambito librario, va detto, tuttavia, che fino a non pochi anni fa, i frammenti di riuso erano percepiti come fonti marginali e occasionali, anche a fronte di un patrimonio manoscritto integro che risultava (e risulta) ancora largamente inesplorato. Tant’è vero che spesso, negli inventari o nei cataloghi meno recenti, essi non sono neppure menzionati, venendo perciò a mancare quegli strumenti di base, ma essenziali, per iniziare una ricerca sistematica in questo settore2.
Il concetto di frammento librario nasce tra gli storici per definire il fenomeno del collezionismo di fogli miniati, che spesso dava luogo all’asportazione di miniature di particolare pregio, magari ricche d’oro, dalla loro sede d’origine per farne quadretti o addirittura album; tale pratica è attestata già a partire dal Quattrocento ed arriva fino al periodo del Romanticismo, determinando una dispersione immensa del patrimonio librario e decorativo. Altre collezioni di lacerti di manoscritti si ritrovano nei fondi delle biblioteche, dove spesso vengono conservati rilegati insieme a costituire nuovi codici compositi, creati ex novo grazie alla sensibilità di qualche studioso che, in età moderna o contemporanea, ha cercato di salvarli dalla dispersione3. Ma per frammenti librari non si intendono solo quelli appena menzionati, anzi, la maggior parte di essi nasce a causa dell’alta domanda di pergamena, materiale resistente e riadattabile ma assai costoso e non sempre di facile reperimento, che favoriva al massimo la pratica del riciclo, soprattutto di quegli scritti che erano considerati oramai obsoleti. L’avvento della stampa, la necessità di sostituire i manoscritti particolarmente usurati, consunti, non più consultabili, il mutare degli usi grafici, la fine della validità giuridica di un documento, il cambio degli usi liturgici in seguito ai provvedimenti del Concilio di Trento, sono i principali fattori che, uniti ad una mancata sensibilità di conservazione e rispetto per i prodotti del vicino Medioevo, hanno determinato lo scarto. Ancora nel XIX secolo, un monaco di Montecassino racconta la faticosa impresa di recuperare il patrimonio librario dell’abbazia, sottraendolo «dalle mani de’ rilegatori di libri, e comprandole anche a peso d’oro da qualche ingordo ricettatore di cartapecore»4.
La tipologia più celebre di «riciclaggio» di manoscritti è certamente quella dei palinsesti, ma spesso i singoli fogli potevano essere reimpiegati semplicemente come carte di guardia o coperte di codici nuovi. L’avvento dei libri a stampa incrementa esponenzialmente questa usanza: gli editori e i librarii frequentemente utilizzavano pergamena proveniente da vecchi codici smembrati come carte di guardia per rilegare o rinforzare i libri cartacei appena prodotti. Anche in ambito notarile e curiale si iniziano riutilizzare resistenti fogli di pergamena dei vecchi e consunti codici, per tutelare i registri della più corruttibile carta. Quali fossero effettivamente gli ambienti e i canali di produzione e diffusione di questo materiale riutilizzato non è ad oggi del tutto chiaro, per la scarsità di informazioni che le fonti medievali ci rimandano su questo aspetto particolare del commercio e della produzione libraria. L’unica certezza è che coloro che necessitavano di nuovi supporti di scrittura, si trattasse di enti ecclesiastici o semplici privati, si rivolgevano in genere alle botteghe dei cartolai presenti in città5, specializzati nella confezione di registri. Qui, il legatore si serviva non solo di pergamena di nuova produzione, ma anche di materiale dismesso ancora molto prezioso ed estremamente resistente, smembrando codici nei singoli bifogli, utilizzando ritagli e spesso incollandoli tra loro per adattarsi alle dimensioni dei nuovi registri da rilegare, senza ovviamente rispettare le unità codicologiche di provenienza. A complicare ulteriormente il quadro, va poi tenuto presente che spesso anche i committenti, o meglio gli addetti alle biblioteche e agli archivi, erano in grado di effettuare piccoli interventi di riparazione e restauro per chiudere con toppe di pergamena fori, strappi o rinforzare legature e faldoni, mediante il riutilizzo di pergamena da scartare presente in loco o acquistata proprio per questo fine.
Orientarsi tra queste fonti è dunque un’impresa assai complessa, poiché è proprio la loro natura frammentaria a renderne difficoltoso lo studio; inoltre l’assenza di informazioni sul contesto di provenienza rende ancor più complesso ogni tentativo di inquadramento di tali reperti, proprio come succede in campo archeologico6.
Negli ultimi anni l’interesse nei confronti dei frammenti di riuso è certamente maturato, la bibliografia si è arricchita7 e nel caso specifico bolognese si possono menzionare alcune  importanti e recenti scoperte, come quella di un frammento palinsesto goto-latino databile tra la seconda metà del VI e la prima metà del VII secolo riutilizzato in epoca moderna come copertina per una vacchetta dei conti della famiglia Foscarari8, e gli studi sui frammenti giuridici e liturgici, compresi tra un arco cronologico che va dal IX all’XI secolo, rinvenuti in area bolognese9. Questi contributi, seppur circoscritti a piccoli gruppi di frammenti, rivelano un’accresciuta sensibilità e denotando l’urgenza condurre sondaggi sistematici e a tappeto del patrimonio esistente e inoltre di avere strumenti di corredo e ricerca che rendano conosciuto ed accessibile tale patrimonio. Da questa esigenza nasce la volontà di censire e catalogare i frammenti di riuso conservati presso uno dei maggiori archivi della città di Bologna, l’Archivio Generale Arcivescovile di Bologna (abbreviato con AAB), partendo da quelli facenti parte del Fondo Parrocchie Soppresse della Città (abbreviato con FPS).
Nello specifico caso dell’AAB, il FPS è composto da circa 1100 unità archivistiche (considerando come unità il faldone) con un’estensione complessiva di circa 170 metri lineari. Gran parte del materiale è conservato negli antichi contenitori sette-ottocenteschi, a testimonianza non solo del gusto degli uomini dell’epoca, ma anche dell’esistenza di ordinamenti archivistici precedenti. Nel FPS si conserva attualmente materiale di vario tipo (registri parrocchiali, registri fiscali e contabili, filze, corrispondenza amministrativa e fiscale, vacchette delle messe etc.) non sempre corredato da frammenti di riuso. I vari complessi documentari sono confluiti nell’AAB in seguito alle due maggiori soppressioni di beni appartenenti agli enti religiosi cittadini e del contado verificatisi nella storia della Chiesa bolognese: la prima nel Quattrocento, a causa del calo demografico iniziato nel XIV secolo con la conseguente incuria delle antiche sedi parrocchiali; la seconda con l’arrivo dei francesi nel 1796, che determinò la fine di tutte le leggi in materia di giurisdizione ecclesiastica, la soppressione delle corporazioni religiose e il ritiro di ogni privilegio, con le celebri confische dei beni della Chiesa. A seguito di questi eventi, sono confluiti nell’AAB 47 archivi parrocchiali, a cui virtualmente si dovranno ricondurre i frammenti e le pratiche di riuso oggetto di questa indagine.
Il primo passo del progetto di ricerca è stato effettuare un censimento di tutti i frammenti del fondo, siano essi di piccole dimensioni, quasi illeggibili, o in alfabeto non latino. Ciò è servito in primo luogo a quantificare il materiale, suddividendolo in macro gruppi di appartenenza, ad esempio secondo l’alfabeto utilizzato, permettendo poi di valutare meglio quali dati fossero rilevanti nel catalogo, in relazione alle specificità del materiale censito, ideando delle schede descrittive ad hoc.

  1. Ideologie e pratiche del reimpiego nell’Alto Medioevo, Atti delle Settimane di Studio del Centro Italiano di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1999.
  2. Questo contributo è l’esposizione di progetto di ricerca di dottorato attualmente in corso, nato da un primo sondaggio condotto in sede di tesi magistrale, di cui ho ritenuto importante condividere qui i primi risultati.
  3. Un esempio è il ms. 2217 della Biblioteca Universitaria di Bologna: esso è un codice miscellaneo costituito da numerosi frammenti di riuso e non, compresi tra il IX e iI XV sec., raccolti sotto forma di codice per volere di Giovanni Grisostomo Trombelli (1697-1794) erudito bolognese e canonico del convento del S.S. Salvatore di Bologna, autore di G.G. Trombelli, Arte di conoscere l’età dei codici latini e italiani, Bologna 1756; un altro dotto bolognese, che mostrò una notevole sensibilità nei confronti dei lacerti di pergamena, fu Monsignor Luigi Breventani, il quale raccolse una settantina di queste fonti, oggi conservate nel fondo parzialmente inventariato «Breventani Luigi» dell’Archivio Generale Arcivescovile di Bologna.
  4. Abbazia di Montecassino, Codex diplomaticus Cajetanus, Montecassino 1887, p. X.
  5. A Bologna è attestata l’Arte dei Cartolai con lo statuto e le matricole del 1379, Archivio di Stato di Bologna (AABo), Codici miniati, n. 20.
  6. Esistono molti punti in comune di carattere metodologico tra archeologia e codicologia, come di recente evidenziato in M.A. Bilotta, C. Tente, S. Prata (a cura di), Lo studio dei manoscritti miniati e lo studio dei manufatti in archeologia medievale: metodologie a confronto, Atti del Workshop internazionale, in «Medieval Sophia», 9, 2017, pp. 247-473; ma anche M. Maniaci, Archeologia del manoscritto. Metodi, problemi, bibliografia recente, Roma 2002.
  7. Cfr. G. Andenna (a cura di), Cremona, una cattedrale, una città: la Cattedrale di Cremona al centro della vita culturale, politica ed economica, dal Medio Evo all’Età Moderna, Cinisello Balsamo 2007; E. Caldelli, I Frammenti della Biblioteca Vallicelliana. Studio metodologico dei frammenti di codici medievali e sul fenomeno del riuso, Roma 2012; L. Magionami (a cura di), Frammenti di manoscritti conservati ad Arezzo. Archivio di Stato (2.1-2.51), Spoleto 2016; G. Millesoli (a cura di), Frammenti di manoscritti conservati ad Arezzo. Biblioteca Diocesana del Seminario. Archivio di Stato (1.1-26), Spoleto 2014, su vari aspetti del riuso librario M. Perani, C. Ruini (a cura di), Fragmenta ne pereant. Recupero e studio dei frammenti manoscritti medievali e rinascimentali riutilizzati in legature, Ravenna 2002.
  8. C. Aimi, M. Modesti, A. Zuffrano, Il frammento bolognese del “De civitate Dei” di s. Agostino: un nuovo palinsesto goto-latino. Considerazioni paleografiche e cronologiche, edizione e analisi filologica del testo, in «Scriptorium», 67, 2013, pp. 319-359.
  9. A. Zuffrano, Il Liber Glossarum e altri frammenti: recenti scoperte, in G. Feo, F. Roversi Monaco (a cura di), Bologna e il secolo XI. Storia, cultura, economia, istituzioni, diritto, Bologna 2011, pp. 411-438.

In foto: AAB, Fondo parrocchie soppresse della città, 2/4.5

 

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