Stefano Giuseppe Pirero

titolo originale: Trofei bellici, illustri donazioni e commesse genovesi: lineamenti di scultura romanica e duecentesca a Savona e Noli, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 442-447.

Una storia di frammenti

Non è semplice tracciare un profilo critico della scultura lapidea figurativa savonese di epoca romanica e duecentesca. I materiali inquadrabili in questo periodo, infatti, si risolvono in tre sole opere diverse per provenienza, destinazione, funzione e qualità. Tre “reliquie” erratiche che descrivono in negativo la realtà culturale di un comune altrimenti fiero e vivace, alle vicende artistiche del quale partecipa almeno un’altra opera problematica che si conserva a Noli e rappresenta un unicum nel panorama scultoreo ligure.

Il primo documento a imporsi per precocità cronologica è la formella raffigurante il Leone di san Marco (30x45cm) che, transitata nelle collezioni della vecchia Pinacoteca Civica di Palazzo Pozzobonello, fu reimpiegata sulla fronte della Torre del Brandale a inizio Novecento (in figura)1. Dal tratto vigoroso, piatto e stilizzato, l’opera è stata ascritta alla visione strutturale e senza tempo in auge nei cantieri antelamici genovesi del XII-XIII secolo2. Lo dimostra il possibile confronto con il doccione leonino che figurava sulla fronte protoromanica della Cattedrale di San Lorenzo (seconda metà sec. XI), ora al Museo del Tesoro, con la protome felina aggettante da un capitello a stampella proveniente dal secondo chiostro del monastero di San Tommaso de capite Arenae (ca. 1186), ora al Museo Civico di Sant’Agostino, o con i gemelli “veneziani” predati a Costantinopoli e reimpiegati agli angoli di Palazzo San Giorgio (1250)3. È, insomma, all’interno di questa koinè “lombarda” dagli estremi cronologici ampi e sfumati e dai molteplici riferimenti di stile che il leone savonese sembra trovare la collocazione più adeguata.

Sennonché, la pertinenza geografica dell’opera non è così certa. Secondo un’autorevole vulgata locale, infatti, essa rappresenterebbe un «rozzo cimelio» predato dai Savonesi a seguito delle scorribande condotte da Genova in Istria, Dalmazia e Morea ai danni della Serenissima (1354) e reimpiegato sulla fronte occidentale della demolita chiesa di Sant’Agostino, ove figurava «quale trofeo guerresco» ancora sino all’Ottocento4. La tesi, fin qui ignorata, si direbbe corroborata dalle vicende dell’Ordine, i cui trasferimenti di sede (dal nemus al suburbio, ante 1339 o ca. 1343, e, quindi, intra muros, ca. 1370) prelusero le date dell’episcopato di Gerardo Vascone (1342-1355), eminente frate agostiniano e benefattore del convento, o, al più tardi, degli ultimi trionfi bellici riportati a Famagosta (1373) e Chioggia (1379)5. Pur suggestive, le questioni dell’origine dell’opera e dei significati di celebrazione civica legati al suo valore di spolia sono destinate a restare aperte, in attesa che future analisi petrografiche chiariscano l’esatta natura del litotipo ed escludano, così, l’utilizzo di un calcare coltivato in loco ab antiquo, come la “pietra di Finale”.

Al contrario, sulla provenienza del secondo pezzo della serie, la formella marmorea raffigurante l’Aquila di san Giovanni (29x43cm), non sussistono ragionevoli dubbi. Giunto a Palazzo Pozzobonello «dai chiostri dell’antica chiesa di S. Francesco», il rilievo è stato assegnato alla «pratica corriva» di un magistro d’Antelamo operante «a metà Duecento»6. In effetti, a dispetto di un trattamento delle superfici meno rude ed elementare, l’Aquila nimbata si direbbe un logico sviluppo dei rapaci “lombardi” dal piumaggio a scaglie e dal rostro ricurvo che popolano i portali laterali della Cattedrale di Genova (1118-1160) e i lati brevi di alcuni capitelli antelamici del San Tommaso de capite Arenae (ca. 1186)7. Il frutto tardivo di un gusto eccentrico e conservatore che traguarda ampiamente la metà del Duecento e che, quanto a stile e tipologia, guarda alle soluzioni esperite in un’altra celebre officina scultorea genovese, il convento demolito di San Francesco di Castelletto (1250-1302)8. È all’interno del variegato campionario di losanghe che qualificavano i sepolcri a parete di cui abbondava e, limitatamente ai bracci superstiti, ancora abbonda il chiostro dei Minori che la formella savonese trova i riferimenti più stretti. Iconica nel suo sintetico profilarsi contro il piano di fondo, essa condivide con alcune delle formelle figurative genovesi databili al pieno Duecento declinazioni formali e destinazione funebre.

Ora, sono note le vicende che spinsero i Francescani a fondare un primo conventum sulle sponde del Letimbro, nel borgo extra civitate di San Giovanni (1236-1247), e, in seguito alle rovinose piene del fiume, un secondo infra moenia (1268-1269), promosso da Alessandro III (1259) ed eretto con gran concorso di aiuti e sostanziose elargizioni di privati9. Risalgono a queste date il completamento delle crociere presbiteriali, dei dormitori, della sacristia, del capitolo, del refettorio e, soprattutto, la notizia di unius parietis destinata a sepolcro di Vivaldus Drapius, fundator, pater et benefactor del nuovo monastero. Ciò detto, scomparsa la chiesa di San Francesco e pesantemente alterati i vani di servizio comunicanti, resta la tentazione forte di legare a quel nome anche la committenza dell’Aquila nimbata. Tentazione che, in assenza di informazioni più dettagliate, non impedisce di inquadrare l’opera entro l’ultimo terzo o la fine del Duecento, ovvero in continuità con il cantiere francescano e con le numerose richieste di sepoltura avanzate anche dai cittadini laici a partire dagli anni Sessanta del secolo.

Nel solco del medesimo milieu e in stretta continuità cronologica s’inserisce la lapide marmorea celebrativa della costruzione del ponte di San Martino sul Letimbro, che raffigura il Cristo benedicente in trono fra due angeli stanti (78x90cm) e si conserva nell’omonima cappella a Lavagnola. Datata 1264 dall’epigrafe che corre sotto il gruppo a rilievo e definita «la più importante scultura figurativa del Duecento rimasta a Savona», l’opera è stata ricondotta nella sfera dell’egemonia politica e culturale esercitata da Genova sulla rivale ghibellina sin dalla morte di Federico II10. Tesi confermata dalla natio del committente, il podestà Simone Doria, e dalla libera citazione del Cristo Giudice trionfante nel timpano del portale maggiore della Cattedrale di San Lorenzo (1215-1225)11. Analogamente, sono state ben indagate le fonti dell’ignoto artefice campionese o post-antelamico, che guardano ai modelli di stile lasciati da Benedictus Antelami fra Parma, Fidenza e Reggio Emilia e divulgati, circa 1230, nella stessa Fidenza e a Cremona, ma anche a Forlì (la Vergine col Bambino nel timpano del portale maggiore del San Mercuriale), dagli alunni più avvertiti della sua schola12.

Nondimeno, la lastra di Lavagnola ha suscitato nuovi dubbi circa la sincronia delle figure a rilievo e dell’epigrafe, giudicata posteriore «d’una trentina d’anni almeno»13. In realtà, l’eclettismo che domina la foggia dei capitelli, la maniera piatta e schematica con cui Redentore e angeli calzano i panni bagnati dello stile 1200 e la loro incerta definizione anatomica, acuita dall’alto grado di consunzione superficiale, non costituiscono elementi sufficienti a metterne in crisi la datazione. La conferma giunge da un’attenta lettura della composizione che, a ben vedere, prefigura un celebre prototipo di marca paleologa, il Cristo Pantocratore fra due angeli affrescato nella controfacciata della Cattedrale di San Lorenzo (ca. 1312), speculum civitatis14. La data seriore e il contesto escatologico del dipinto non traggano in inganno. Ambedue le opere, infatti, alla stregua di icone simboliche, rappresentano i manifesti programmatici della nuova estetica del potere genovese che, mutuata sui costumi liturgici in uso alla corte degli imperatori paleologhi, s’impose all’indomani della stipula del Trattato del Ninfeo (1261) e della ricezione delle sete preziose che ne suggellarono gli accordi15. È soltanto riguardata sotto la lente di questo incipiente “bizantinismo” che trova una motivazione logica quell’aria da «cerimoniale atemporale» che permea le positure rigide e ieratiche e i gesti solenni e calibrati con cui gli angeli, mani velate al petto, si dispongono ossequiosi ai lati di un Cristo benedicente che, di lì ad alcuni decenni, campeggerà nell’endonartece della Cattedrale di Genova16.

*Ai miei genitori.

1. V. Poggi, Catalogo descrittivo della Pinacoteca Civica di Savona, Savona 1901, p. 11 n. 22; F. Noberasco, Savona e circondario. Guida Storica artistica illustrata, Torino 1922, p. 21; P. Poggi, Il Brandale. Storia della Torre del Brandale e dell’annesso Palazzo degli Anziani dalle origini ai nostri giorni, in “Atti e Memorie della Società Savonese di Storia Patria” (d’ora in poi AMSSSP), XVIII, XIV, 1936, pp. 60-88.
2. C. Di Fabio (d’ora in poi CDF), Geografia e forme della scultura in Liguria, in La scultura a Genova e in Liguria. Dalle origini al Cinquecento, I, Genova 1987, pp. 123-124.
3. CDF, Scultura romanica a Genova, Genova 1984, pp. 93-94; , Geografia e forme cit., pp. 109-110; R. Müller, Genova vittoriosa: i trofei bellici, in P. Boccardo, CDF (a cura di), Genova e l’Europa mediterranea. Opere, artisti, committenti, collezionisti, Milano 2005, pp. 96-99.
4. V. Poggi, Catalogo descrittivo , p. 11 n. 22.
5. G. A. Rocca, Le Chiese e gli Spedali della città di Savona non più esistenti o che subirono modificazioni, Lucca 1872, pp. 60-63; G. V. Verzellino, Delle memorie particolari e specialmente degli uomini illustri della città di Savona, I, Savona 1885, pp. 247-268; V. Poggi, Cronotassi dei principali magistrati che ressero e amministrarono il Comune di Savona dalle origini alla perdita della sua autonomia, in “Miscellanea di Storia Italiana”, III, XVI (XLVII), Torino 1913, pp. 124-195; P. R. Bracco, Fra Gianbernardo Forte. Umanista Savonese Agostiniano (miscellanea), Genova 1964, pp. 39-63; e A. Nicolini, I primi registri contabili del Comune di Savona. Il Liber Grossus (1315-1318) e l’Exitus Massarie (1339), Savona 2003, p. 51.
6. V. Poggi, Catalogo descrittivo , p. 11 n. 21; P. Poggi, Catalogo della Pinacoteca Civica di Savona, Savona 1938, p. 14 n. 15; M. Bartoletti, Sulle tracce dei Maestri Campionesi a Savona durante il Trecento, in A. Dagnino, CDF, M. Marcenaro, L. Quartino (a cura di), Immagini del Medioevo. Studi di arte medievale per Colette Dufour Bozzo, Genova 2013, pp. 213-217.
7. CDF, La Cattedrale di Genova nel Medioevo, secoli VI-XIV, Cinisello Balsamo 1998, pp. 60-87 e 108-122.
8. G. Rossini, San Francesco di Castelletto: dagli inizi alle demolizioni ottocentesche, in M. Seidel (a cura di), Giovanni Pisano a Genova, Genova, 1987, pp. 229-254; CDF, Scultori campionesi a Genova fra Trecento e primo Quattrocento, in P. Boccardo, CDF (a cura di), Genova e l’Europa continentale. Opere, artisti, committenti, collezionisti, Cinisello Balsamo 2004, pp. 17-29.
9. G. V. Verzellino, Delle memorie, pp. 205, 206, 511-517; G. A. Rocca, Le Chiese cit., pp. 46 e 51-53; e I. Scovazzi, F. Noberasco, Storia di Savona cit., pp. 290-295.
10. CDF, Scultura del Duecento in Liguria: materiali e ragionamenti fra “centro” e “periferie”, in A. Calzona, R. Campari, M. Mussini (a cura di), Immagine e Ideologia. Studi in onore di Arturo Carlo Quintavalle, Milano-Venezia 2007, pp. 297-299.
11. CDF, La Cattedrale di Genova, pp. 141-178.
12. CDF, Scultura del Duecento , pp. 298-299; C. Gnudi, L’arte gotica in Francia e in Italia, Torino 1982, pp. 86-95.
13. M. Bartoletti, M. Caldera, Frammenti per un profilo figurativo della Savona comunale, in AMSSSP, LII, 2016, pp. 149-150.
14. CDF, La Cattedrale di Genova, pp. 124-129; G. Algeri, Tra Siena e Costantinopoli: i nuovi modelli figurativi, in G. Algeri, A. De Floriani, La pittura in Liguria. Il Medioevo, secoli XII-XIV, Genova 2011, pp. 140-143.
15. A. Paribeni, Focus sul pallio di San Lorenzo, in M. Gianandrea, F. Gangemi, C. Costantini (a cura di), Il potere nell’arte del Medioevo. Studi in onore di Mario D’Onofrio, Roma 2014, pp. 299-306.
16. CDF, Scultura del Duecento cit., p. 299.

In foto: Savona, Torre del Brandale, scultore lombardo (?), formella raffigurante il Leone di san Marco, secc. XII-XIII

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