Giuseppe Fazio

titolo originale: Palermo, “Urbs felix, populo dotata trilingui”. L’immagine di una metropoli cosmopolita nella produzione artistica del XII secolo, in “Palermo cuore del Mediterraneo”, Atti del Convegno, Palermo 1 Ottobre 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 9-22.

«Devo ora venire a te, città famosissima, capitale e gloria di tutto il regno di Sicilia; e benchè non sia capace di tessere degnamente le tue lodi, pure non posso del tutto tacere, e perchè memore dei benefici ricevuti e perchè stimolato dal prodigio della tua singolare gloria»[1].
Queste sono le parole che l’anonimo autore, identificato dubitati-vamente con Ugo Falcando, già autore del Liber de regno Siciliae, scrive intorno al 1190 nella Epistola ad Petrum, tesoriere della Cattedrale, iniziando una lunga digressione volta a descrivere le bellezze di Palermo, in quel momento una delle più ricche e fiorenti città del Mediterraneo[2].
Numerosissime sono le fonti di XI e XII secolo che hanno per oggetto la capitale del Regnum Siciliae, tanto che passarle in rassegna tutte nel poco spazio a disposizione sarebbe un inconcludente tentativo. Pertanto mi soffermerò soltanto su alcune di esse, cercando di sintetizzare uno degli aspetti più noti e interessanti che riguardano la Palermo normanna, cioè lo straordinario sincretismo culturale che ha portato ad una produzione artistica fra le più originali e varie di tutto il Medioevo. Questo percorso mi permetterà poi di avanzare una proposta di rilettura di una parte delle immagini musive di quella che può essere considerata la summa delle manifestazioni artistiche del dominio normanno in Sicilia, la Cappella del palazzo regio, reinterpretata qui anch’essa alla luce della cultura sincrona cui accennavamo.
Un quarantennio prima della epistola dello pseudo Ugo Falcando, il re Ruggero II, nel momento di massimo splendore della Sicilia e della sua capitale, commissiona al geografo arabo Al-Idris un trattato di geografia globale intitolato “Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo” meglio noto come il “Libro di Ruggero”, presentato al sovrano nel gennaio del 1154, appena un mese prima della morte di Ruggero avvenuta fra il 26 e il 27 febbraio. Nel testo, oltre alla dedica encomiastica all’illuminato sovrano, è presente anche una attenta descrizione di Palermo definita «città illustre e magnifica, località tanto prestigiosa quanto immensa, che domina, quale grandioso ed eccelso pulpito le città del mondo intero, quella i cui pregi giungono all’apice… Situata sulla riva del mare nel settore occidentale dell’isola, essa è circondata da imponenti e massicce montagne e la sua riviera è amena, soleggiata e ridente. Gli edifici di Palermo sono talmente splendidi che i viaggiatori ne decantano le bellezze dell’architettura, le finezze della struttura e la loro sfolgorante originalità»[3].
Una costante nelle fonti testuali riguardanti la città è quella di evidenziare da un lato la straordinaria conformazione topografica del sito dove essa sorge e che ha dato origine al suo nome (παν ορμος = tutto porto), mentre dall’altro si afferma l’ammirazione per le strade e gli edifici spesso definiti ineguagliabili. Seguendo le indicazioni di queste testimonianze scritte, all’inizio del XIX secolo l’incisore Giovanni Peralta, sotto la supervisione dell’erudito Salvatore Morso, incide una pianta che, pur con evidenti errori, vuole riprodurre l’aspetto della città nel XII secolo, profondamente diverso dall’attuale[4].
Le fonti antiche che riguardano Palermo non sono soltanto quelle testuali, ma anche iconografiche, se possibile ancora più esplicite nella definizione dell’immagine della città normanna. Una su tutte riesce a rappresentare con straordinaria capacità di sintesi tutti gli aspetti portanti della società e dell’urbanistica palermitana. Si tratta di una miniatura a tutta pagina (in figura) inserita a illustrazione del Liber ad honorem Augusti, codice miniato composto dal chierico Pietro da Eboli nel 1195 e conservato nella Burgerbibliothek di Berna[5]. Le motivazioni che spingono Pietro da Eboli a scrivere la sua opera sono esattamente opposte a quelle che avevano portato lo pseudo Ugo Falcando a mandare la sua accorata missiva al tesoriere Pietro. Se infatti il Falcando si dimostra preoccupato per la guerra di successione che si scatena in seguito alla morte di Guglielmo II nel 1189 e rimpiange il fiorente casato degli Altavilla, Pietro vuole celebrare l’avvento della nuova dinastia degli Hohenstaufen con una sorta di captatio benevolentiae verso l’imperatore svevo e nuovo re di Sicilia Enrico VI. Il Liber è composto da 53 carmi divisi in tre libri; ogni carme è affiancato da una immagine miniata a tutta pagina che illustra il testo scritto. Le immagini fanno dunque parte integrante del testo e a volte rendono espliciti alcuni passaggi letterari altrimenti poco chiari.
Quella di Palermo non è l’unica rappresentazione di città all’interno del Liber, ma mentre in altri casi (Roma, Napoli, Salerno, Messina…) la città fa da scenario, più o meno identificabile, per contestualizzare un evento narrativo (di Roma, ad esempio, vengono date soltanto le mura e l’iscrizione[6], di Salerno è riconoscibile il profilo della cattedrale[7]), nel caso di Palermo è l’evento stesso, il pianto del popolo per la morte di re Guglielmo, ad esigere come protagonista l’immagine in sé della città[8]. Palermo è allora rappresentata nella variegata componenza etnica della sua civitas: divisi nei vari quartieri cittadini riconosciamo gli arabi, che dopo la rivolta contro Guglielmo I del 1161 erano perlopiù relegati nel quartiere periferico del Seralcadio[9]; i greci, che avevano assunto un ruolo determinante nella prima fase del dominio normanno (era di cultura greca ad esempio Giorgio di Antiochia, ammiraglio degli ammiragli di Ruggero e fautore della chiesa di Santa Maria, unica architettura puramente bizantina realizzata a Palermo); gli ebrei, la più grande comunità d’Italia secondo il viaggiatore ebreo Beniamino da Tudela[10]; e, nel quartiere più prestigioso del Cassaro, il gruppo più numeroso degli occidentali, di cui Guglielmo II con un forte progetto di latinizzazione della cultura aveva favorito l’immigrazione di massa[11]. In alto, più vicini al luogo del potere, si riconoscono in un gruppetto di giovani elegan-temente vestiti gli uomini della corte normanna.

[1] Traduzione di Benedetto Patera (B. Patera, L’arte della Sicilia normanna nelle fonti medievali, Palermo 1980, p. 96).
[2] Sul problema dell’attribuzione del testo cfr. S. Tramontana, La lettera dello pseudo Ugo Falcando: una lettura filologica, in M. Andaloro (a cura di), Nobiles Officinae. Perle, filigrane e trame di seta dal Palazzo Reale di Palermo, catalogo della mostra (Palermo, Palazzo dei Normanni, 17 Dicembre 2003-10 Marzo 2004; Vienna, Hofburg, Schweizerhof, Alte Geistliche Schatzkammer, 30 Marzo-13 Giugno 2004), vol. I, Catania 2005, pp. 80-89.
[3] Idrisi, Il libro di Ruggero, tradotto e annotato da U. Rizzitano, Palermo 1966.
[4] Pubblicata in calce a S. Morso, Descrizione di Palermo antico, Palermo 1827.
[5] Pietro da Eboli, Liber ad Honorem Augusti, introduzione, F. De Rosa (traduzione e commento a cura di), Cassino 2000. Per un’analisi critica dal punto di vista che qui ci interessa cfr. M. Andaloro, Federico e la Sicilia fra continuità e discontinuità, in Eadem (a cura di), Federico e la Sicilia dalla terra all corona. Arti figurative e suntuarie, Siracusa-Palermo 2000, pp. 3-10.
[6] Liber ad honorem Augusti, Berna, Burgerbibliothek, cod. 120, c. 105r.
[7] Ivi, c. 116r.
[8] Particula III. Lamentatio et luctus Panormi, Ivi, c. 98r.
[9] Cfr. F. Maurici, Breve storia degli arabi in Sicilia, Palermo 2006, p. 139.
[10] Ora in B. Patera, L’arte della Sicilia normanna cit., p. 91.
[11] Cfr. F. Maurici, Breve storia cit., p. 138.

in foto: Liber ad honorem Augusti, 1195, Berna, Burgerbibliothek, cod. 120, c. 98r (dettaglio)

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