Giada Genua, Marco di Bella

in “Palermo cuore del Mediterraneo”, Atti del Convegno, Palermo 1 Ottobre 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 23-31.

Il presente lavoro nasce e si sviluppa in due lunghi anni di ricerca e di studio su un manufatto di straordinaria unicità, il manoscritto 02 del Fondo Capitolare dell’Archivio Storico Diocesano di Palermo, sul quale, dopo approfondite analisi diagnostiche, è stato eseguito un complesso intervento di restauro.
Il manoscritto è un codice liturgico miniato, redatto in pregotica siciliana e datato su base paleografica all’inizio della seconda metà del XII secolo, in un periodo compreso tra il regno di Guglielmo I e quello di Guglielmo II, molto ricco di avvenimenti e di tumulti, che probabilmente ne hanno influenzato la storia. La realizzazione del codice è avvenuta certamente a Palermo, in uno degli scriptoria latini sorti proprio a metà del XII secolo, da cui provengono altri codici con i quali il manoscritto oggetto di questo studio mostra evidenti affinità e similitudini. La storia del codice è stata certamente influenzata in maniera molto invasiva dal restauro che esso ha subito nel 1965, durante il quale la quasi totalità delle carte sono state laminate con un film plastico applicato con adesivo sintetico. La laminazione, insieme alle altre operazioni subite, ha parados-salmente compromesso la stabilità e lo stato di conservazione del codice. Lo scopo dell’intervento di restauro eseguito è stato principalmente quello di stabilizzare le condizioni del manoscritto, eliminando o quanto-meno riducendo drasticamente la maggior parte dei fattori che ne compromettevano e potevano in futuro continuare a comprometterne lo stato di conservazione. Prima dell’intervento il manoscritto è stato studiato in ogni sua parte, sono state descritte ed analizzate, sia dal punto di vista storico-artistico che da quello scientifico, le sue caratteristiche formali confrontate con codici coevi e della stessa probabile provenien-za; è stata eseguita la trascrizione del testo, per permetterne una maggiore comprensione, considerati i dubbi sul suo contenuto e sulla stessa suc-cessione delle carte, alterata durante il restauro del 1965.

Scriptoria normanni e codici coevi

Sebbene non presenti un apparato decorativo aulico né le caratteri-stiche di un codice di lusso, il Ms02 è uno dei pochi codici superstiti prodotti quasi certamente in ambienti molto vicini alla corte normanna, sensibili ai cambiamenti che in quegli anni stavano avvenendo nella liturgia come nella società tutta, all’insegna di una “latinizzazione” fortemente voluta dai sovrani. La prima individuazione di uno scriptorium palermitano si deve ai preziosi studi di Hugo Buchthal[1] e di Angela Daneu Lattanzi[2], che vedono nella sua nascita una risposta alle esigenze dettate dall’adozione della liturgia latina occidentale introdotta dai Nor-manni in Sicilia.
Il più antico dei codici ancora esistenti ascrivibili ad uno scriptorium latino palermitano è il Liber Cantus Chori, (Madrid, Bibl. Nac., Vit. 20-4), datato entro il 1154; certo è il termine post quem di produzione del codice, poiché nel testo dell’Exultet si legge: «una cum patre nostro papa Romano […] et rege nostro Rogerio». La presenza dell’appellativo rege riferito a Ruggero conferma in maniera definitiva la datazione successiva al 1130, anno dell’incoronazione. La stretta relazione tra la produzione libraria, in questo caso liturgica, e la corte si rintraccia chiaramente in un altro dei codici superstiti di questo gruppo: l’Expositio Orationis Dominicae (Parigi, BN, nouv.acq.lat. 1772) datata tra il 1154 e il 1160, esemplare originale del commento al Padre Nostro donato da Maione di Bari al figlio Stefano. Maione, che fu cancelliere normanno sotto Ruggero II (1130-1154), divenne Grande Ammiraglio l’anno in cui Guglielmo I salì al trono, cioè nel 1154. Poiché nellExpositio Orationis Dominicae egli chiama se stesso “Grande Ammiraglio”, il codice non può che essere datato tra il 1154 e l’anno della sua morte, il 1160.
In questo contesto si inseriscono anche alcuni dei codici oggi custoditi all’Archivio Storico Diocesano di Palermo. Attualmente esso conserva un fondo di 18 codici provenienti dal Capitolo della Cattedrale di Palermo, le cui più antiche testimonianze sono rappresentate dal Ms02, noto come Epistolario e oggetto del presente studio, e dal Ms03, il cosiddetto Sacramentario della Chiesa palermitana o Messale Gallicano, probabilmente prodotti nello stesso scriptorium dei codici sopra citati, con cui condividono caratteristiche strutturali, decorative, paleografiche e funzionali. Tutti i codici ritenuti affini e pertanto facenti parte di un unico centro di produzione hanno in comune la presenza di un apparato decorativo, sebbene in alcuni casi non particolarmente lussuoso, tuttavia partecipe di uno straordinario sincretismo culturale, in cui confluiscono elementi bizantini, sia diretti che mediati attraverso gli scriptoria del regno latino di Gerusalemme[3], elementi di matrice islamica ed influenze transalpine[4]. L’aspetto formale non è l’unico tratto in comune, e una base collettiva è da ricercare anche nell’intento rappresentativo del potere di chi li ha prodotti[5] e nel processo di latinizzazione fortemente voluto dai sovrani Normanni.

[1] H. Buchtal, The beginnings of manuscript illumination in Norman Sicily, in “Papers of the British School at Rome”, vol. 24, 1956, pp. 78-85.
[2] A. Daneu Lattanzi, I manoscritti ed incunaboli miniati della Sicilia, Palermo 1965; Id., Lineamenti di storia della miniatura in Sicilia, Firenze 1965: Id., Di un manoscritto miniato eseguito a Palermo nel terzo quarto del sec. XII e d’alcuni altri manoscritti, con osservazioni sulla scrittura siciliana pregotica, in “Accademie e Biblioteche d’Italia”, 32, 1964, pp. 1-24.
[3] H. Buchthal, Miniature Painting in the Latin Kingdom of Jerusalem, Oxford 1957.
[4] A. Daneu Lattanzi Lineamenti di storia della miniatura in Sicilia cit.
[5] G. Millesoli, in Il Messale dell’ASDPa (MS01): considerazioni sulla formazione di una scrittura di Stato nella Sicilia Normanna in “Storia&Arte nella scrittura”, G. Travagliato (a cura di), Ass. Centro Studi Aurora Onlus, Palermo 2007, pp. 393-406.

in foto: a sinistra, iniziale miniata nella quale le girali fitomorfe si avvolgono una volta attorno all’asta verticale della lettera F, per poi formare un motivo cuoriforme simmetrico al centro dello spazio racchiuso dalle aste orizzontali (ASDPa, F.C., ms.02, c. 49v); a destra, iniziale zoomorfa. La drôlerie è costituita da un animale per metà coniglio e per metà cavallo (ASDPa, F.C., ms.02, c. 53r).

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