> Veronica De Duonni

titolo originale: San Giovanni degli Eremiti. Alcune riflessioni sul mito di una fondazione verginiana, in “Palermo cuore del Mediterraneo”, Atti del Convegno, Palermo 1 Ottobre 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 50-60.

Il paesaggio storico e urbano di Palermo è chiamato a testimoniare l’incontro di culture e fedi religiose diverse[1]. Grazie alla promozione dei sovrani normanni, Ruggero II, Guglielmo I e Guglielmo II, Palermo conobbe una stagione di grandi trasformazioni urbanistiche e monumentali che dotarono la nuova capitale di strutture capaci di elevare la città al rango ora raggiunto: opere architettoniche dal forte sincretismo stilistico nato, come ha affermato Bresc, «dall’innesto di una capitale politica cristiana su un tessuto urbano antico e musulmano»[2]. In architettura si assiste alla fusione delle stereometrie arabe con lo splendore dei mosaici e con le severe strutture normanne. Nitide volumetrie composte da piccoli conci di pietra squadrata, aperture ad arco acuto inquadrate da ghiere rientranti, cupole emisferiche su tamburi cilindrici con nicchie angolari rientranti sono i caratteri essenziali dell’architettura definita arabo-normanna[3].
Il complesso di San Giovanni degli Eremiti, con le sue spettacolari cupole, di diversa dimensione e collocate a varie altezze, in dialogo con i severi volumi sottostanti, la nuda spazialità e il rigore assoluto, si caratterizza per la vivace articolazione prospettica ed è stato inserito, nel 2015, tra i nove monumenti che scandiscono il percorso arabo-normanno palermitano, divenuto patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il luogo in cui sorge il complesso ha dimostrato una forza attrattiva particolare, attestata dalle continue ricostruzioni. Nel corso del tempo, infatti, si susseguirono modifiche e trasformazioni: alla chiesa si addossarono ambienti legati al monastero e poi modeste abitazioni, interessate anche da un’ampia opera di adeguamento, iniziata alla fine dell’Ottocento, che rende la lettura del palinsesto architettonico abbastanza ardua. L’edificio è costituito da tre unità architettoniche: l’aula rettangolare, la cosiddetta “sala araba”[4], il chiostro[5].
La chiesa ha pianta a croce commissa, a unica navata, le cui due campate sono coperte da cupole. Una cupola di dimensioni ridotte copre il presbiterio, un’altra il braccio destro del transetto e la quinta conclude il campanile elevato sul braccio sinistro del transetto. Di questo complesso gioco di geometrie all’esterno emergono solo i volumi delle calotte lisce[6] con i loro tamburi cilindrici. Secondo Rizzo, l’impianto architettonico riprende l’esempio planimetrico di San Giovanni Teristis, in provincia di Reggio Calabria, e quello di San Filippo a Demena, nella Sicilia centrale, con l’impianto a T creato dall’unione del corpo centrale e del bema. L’innesto delle due cupole, invece, si rifà a modelli pugliesi, come ad esempio la chiesa di San Pietro di Samaria a Gallipoli[7]. Il chiostro adiacente, di forma rettangolare, è scandito da otto arcate ogivali sui lati corti e dodici sui lati lunghi che scaricano su colonne binate poggiate su un basamento continuo in conci di tufo. Queste, dal fusto liscio, presentano capitelli corinzi a doppia fascia, sormontati da sottili pulvini decorati a motivi geometrici, oggi fortemente rimaneggiati[8].
Nel 1882 Giuseppe Patricolo (1834-1905)[9] ha liberato l’edificio dalle superfetazioni e ha riconfigurato la chiesa nella sua volumetria e nella sua spazialità. Egli ha ricostruito i prospetti est e nord, ha ripristinato quello occidentale nella sua funzione di prospetto principale, ha mantenuto leggibile in quello meridionale la funzione svolta sia come esterno di un portico che interno di una navata e ricostruito interamente l’abside centrale e il vano del diaconicon, cupola esclusa. A Patricolo, si deve, inoltre, la riparazione e il ripristino dell’intonaco rosso di copertura delle cinque cupole, utilizzando tracce residue del precedente, ritrovato sulle stesse, elemento caratteristico dell’intero complesso[10].
Tralasciando insigni studi, anche se datati, che hanno indagato l’edificio con rigore metodologico, conducendo anche una vasta e puntuale rassegna delle fonti (mi riferisco al pioneristico studio di Guido di Stefano[11], a quello di Gianluca Ciotta[12], solo per citarne alcuni, e alla più recente completa analisi di Teresa Torregrossa[13]) quello che questo studio si prefigge di indagare è la tradizione che lega l’edificio all’abbazia di Montevergine, evidenziandone i limiti e le conseguenze.

[1] Tanti i viaggiatori che nel corso dei secoli hanno esaltato la ricchezza della città. Cfr. T. Fazello, De rebus Siculis decades duae, Prima deca, libro VIII, Panormi 1558, pp. 234-272; Viaggio in Sicilia del signor barone di Riedesel diretto dall’autore al celebre signor Winkelmann, Palermo 1821; J. J. Hittorf, L. Zanth, Architecture moderne de la Sicile, Paris 1835; H. G. Knight, The Normans in Sicily: being a sequel to ‘An architectural tour in Normandy’, London 1838; L’Italia descritta nel Libro del Re Ruggero compilato da Edrisi, M. Amari, C. Schiapparelli (trad. e note a cura di), Roma 1876; G. de Maupassant, Viaggio in Sicilia, P. Thomas (trad., intr. e note a cura di), Palermo 1977; J. Houël, Viaggio in Sicilia e a Malta, G. Macchia, L. Sciascia, G. Vallet (ed. it. a cura di), Palermo-Napoli 1977; D. Vivant Denon, J. C. R. de Saint Non, Settecento italiano, L. Mascoli (ed. it. a cura di), Palermo-Napoli 1977; ‘Ibn Gubayr, Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia e Egitto, C. Schiapparelli (trad. it. a cura di), Palermo 1979. Per un’analisi delle pagine dei viaggiatori, soprattutto di XVIII-XIX secolo, cfr. A. Maniaci, Palermo capitale normanna. Il restauro tra memoria e nostalgia dall’Ottocento al Piano Particolareggiato Esecutivo, Palermo 1994, pp. 3-12. Sugli scrittori contemporanei della grande stagione artistica, che interessò la Sicilia a partire dagli ultimi decenni dell’XI secolo fino a tutto il secolo successivo cfr. B. Patera, L’arte della Sicilia normanna nelle fonti medievali, Palermo 1980.
[2] H. Bresc, Spazio e potere nella Palermo medievale, in G. Roccaro (a cura di), Palermo Medievale, Palermo 2011, pp. 7-18:7. Cfr. anche F. Maurici, Palermo normanna. vicende urbanistiche di una città imperiale (1072-1194), Palermo 2016, pp. 45-52.
[3] Sul binomio arabo-normanno e sulle diverse etichette che dagli studiosi sono state apposte alle architetture della Sicilia cfr. R. Longo, Palermo arabo-normanna. Nota introduttiva, in R. Longo (a cura di), Palermo e l’itinerario arabo-normanno. Incontro di culture, fabbrica di splendori, Palermo 2013, pp. 9-17.
[4] G. Patricolo, Il monumento arabo scoverto in febbraro 1882 e la contigua Chiesa di S. Giovanni degli Eremiti in Palermo, in “Archivio Storico Siciliano”, VII 25, 1882, pp. 170-183 e A. Dainone, La cosidetta sala araba nel complesso di San Giovanni degli Eremiti a Palermo, in “Storia Architettura”, X 1-2, 1987, pp. 25-38.
[5] T. Torregrossa, Il chiostro di San Giovanni degli Eremiti a Palermo, in “Storia Architettura”, X 1-2, 1987, pp. 39-54.
[6] Cfr. G. Antista, Le cupole in pietra d’età medievale nel Mediterraneo (Sicilia e Maghreb), Palermo 2016, pp. 11-22.
[7] M. Rizzo, La cultura architettonica del periodo normanno e l’influenza bizantina in Sicilia. Tesi di dottorato in Bisanzio ed Eurasia, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna 2011, pp. 131-132.
[8] G. Cassata, E. Magno, Saint Jhon of the Heremits: San Giovanni degli Eremiti, Palermo 1983; G. Bellafiore, Architettura in Sicilia nell’età islamica e normanna (827-1194), Palermo 1990; T. Torregrossa, San Giovanni degli Eremiti a Palermo, Palermo 2013.
[9] Cfr. A. Maniaci, Palermo capitale normanna cit., pp. 44-50. Lo “stile dovuto” di Patricolo nasce dalla necessità di configurare l’immagine della civiltà nazionale isolana.
[10] Nel 1907 un’ulteriore perizia stilata da Valenti prevedeva il consolidamento dello zoccolo roccioso, il rinsaldamento dei muri di cinta, la riconfigurazione delle feritoie. I lavori saranno eseguiti poi tra il 1927 e il 1928. Cfr. A. Maniaci, Palermo capitale normanna cit., p. 66 e Palermo, Biblioteca Comunale di Palermo, ms. fondo Valenti, n. 14, F. Valenti, Progetto dei lavori di consolidamento al chiostro di S. Giovanni degli Eremiti e locali annessi in Palermo. Sulla colorazione delle cupole si veda anche R. La Duca, Non erano rosse le cupole di S. Giovanni degli Eremiti. Una utile divagazione sui monumenti normanni di Palermo, in “Kàlos, arte in Sicilia”, III-IV, 1991, pp. 46-49.
[11] G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia normanna, Palermo 1955, W. Kröning (a cura di), Palermo 1979.
[12] G. Ciotta, La cultura architettonica in Sicilia, Messina 1993.
[13] T. Torregrossa, San Giovanni degli Eremiti cit.

in foto: San Giovanni degli Eremiti, interno.

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