> Federica Romano

titolo originale: Tra Oriente e Occidente: la decorazione in stucco nella Palermo normanna, in “Palermo cuore del Mediterraneo”, Atti del Convegno, Palermo 1 Ottobre 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 61-71.

In quel milieu estremamente variegato quale è l’arte della Sicilia normanna, la plastica decorativa in stucco, che già a partire dall’XI secolo denota un’assimilazione completa del savoir faire orientale e continui apporti culturali e stilistici dal Nord Africa[1], non sembra aver ricevuto finora un’attenzione paritaria rispetto ad altre produzioni artistiche. Infatti, ad eccezione dei due importanti, seppur sintetici, contributi sul tema di Umberto Scerrato e Claudia Barsanti[2], le ricerche sono state portate avanti perlopiù isolatamente[3] in occasione di ritrovamenti o restauri condotti su determinati manufatti, oppure nell’ambito di studi dedicati a monumenti che ne contengono alcune testimonianze. Si ravvisa, quindi, la mancanza di ulteriori approfondimenti monografici sul tema, poiché lo stucco ha finito per ricoprire un ruolo marginale. Eppure, l’impiego di tale tecnica decorativa appare come un’espressione rilevante di quel noto fenomeno di sincretismo culturale caratteristico del panorama artistico della Sicilia di XI e XII secolo.
L’analisi degli stucchi, circoscritta in questa sede al solo contesto palermitano di XII secolo, rende necessario un loro raggruppamento per tipologie: rivestimenti parietali, elementi architettonici e transenne di finestre.
Al primo gruppo appartengono le muqarnas, visibili nei palazzi regi: nella Zisa; nella Torre Pisana del Palazzo Reale; nell’iwan dello Scibene e nella Cuba. Non bisogna dimenticare le superstiti testimonianze negli edifici religiosi: le muqarnas della cappella annessa alla Zisa (detta della SS. Trinità) e quelle della Cattedrale di Palermo, nel vano di accesso alla torre absidale meridionale. Al gruppo degli elementi architettonici sono da ascrivere un capitello nella chiesa di S. Giovanni dei Lebbrosi e l’epigrafe monumentale nel vestibolo del Palazzo della Zisa. All’ultima tipologia, infine, appartengono le frammentarie transenne di finestre rinvenute nelle chiese di S. Maria dell’Ammiraglio e di S. Giovanni degli Eremiti e un pannello a traforo di provenienza ignota conservato nei depositi di Palazzo Abatellis.
Per brevità verranno analizzati nel dettaglio solo tre casi significativi, che si cercherà di inquadrare all’interno dei diversi contesti di appartenenza[4].

Il capitello di S. Giovanni dei Lebbrosi

Il capitello è posto a coronamento della colonna angolare destra nell’abside meridionale. Di struttura composita, esso è costituito da un collarino a corda su cui si imposta una corona di foglie dal vertice ricurvo, queste ultime intercalate da motivi a triplice palmetta che ne seguono l’andamento sino al profilo sommitale; al di sopra della teoria vegetale corre una sequenza di borchie ad occhio di dado, sormontate a loro volta da una fascia epigrafica in caratteri cufici entro una coppia di listelli. Della parte superiore, infine, sopravvivono le due volute laterali, mentre risulta fratturata quella centrale.
La chiesa di S. Giovanni dei Lebbrosi fu oggetto di intensi restauri tra gli anni ‘20 e ‘30 del XX secolo, nel corso dei quali vennero eliminate le aggiunte sei-settecentesche. In una foto di Edwin Hanson Freshfield antecedente ai restauri, la colonna dell’abside destra appare frammentaria, provvista unicamente del sommoscapo e del capitello, elementi ritenuti dallo studioso come i più interessanti della chiesa, in quanto unici sopravvissuti e degni di nota[5]. Nel descrivere la zona absidale, egli notava, infatti, che gli angoli incassati erano adibiti ad accogliere colonne ornamentali, che all’epoca pare fossero assenti[6]. Nella perizia preventiva dei restauri stilata da Francesco Valenti nel 1920, per la zona presbiteriale si sollecitava la fortificazione della colonnina angolare col capitello in stucco[7]. La foto citata risulta, pertanto, di fondamentale importanza: confrontandola con la colonna attuale, si nota come quest’ultima presenti il rifacimento del sommoscapo in forma di listello. Che si tratti di un’integrazione al fusto originario o di una colonna di fattura interamente moderna, durante i restauri il capitello non fu manomesso o reintegrato in alcun modo. Ci si domanda, tuttavia, se in origine esistessero altri capitelli dello stesso genere a coronamento delle colonne absidali. Quelli attualmente visibili, frutto dei restauri, risultano esemplati sull’unico superstite, benché al posto dell’iscrizione cufica vi sia un motivo a fettucce intrecciate. L’iscrizione, di difficile lettura a causa del deterioramento della superficie[8], era tradotta da Freshfield con “God is One only”, ma tale interpretazione non pare sia stata in seguito accolta (dimenticata o rifiutata?), non figurando nelle stringate menzioni riguardanti il capitello[9].
Il superstite esemplare di S. Giovanni non sembra attualmente trovare riscontri soddisfacenti all’interno del panorama artistico della Sicilia normanna e tale difficoltà lascia aperti alcuni quesiti: vi erano nella chiesa altri elementi architettonici recanti iscrizioni o questo era il solo a contenerne una? Si tratta effettivamente di un’epigrafe dotata di senso letterale o siamo in presenza di una pseudo-iscrizione? E ancora, a che periodo bisogna ascrivere la realizzazione del capitello? Si consideri che la chiesa, secondo la tradizione, si fa risalire alla prima età normanna, già durante l’assedio di Palermo nel 1071. Il capitello, per la ricchezza decorativa che lo caratterizza, avrebbe tuttavia presupposto la presenza di maestranze specializzate (forse arabe?) operanti in un contesto di concordia politica e sociale. Se dunque considerassimo il capitello di S. Giovanni opera del XII secolo[10], appartenente a quel momento di grande fioritura artistica che ebbe inizio con il regno di Ruggero II, esso andrebbe inteso come un’aggiunta, un abbellimento all’edificio già esistente? O invece come uno degli elementi dell’apparato decorativo della chiesa appena costruita, se si vuole considerare quest’ultima come creazione ruggeriana? È ad ogni modo significativo notare come la ritmica paratassi, la verticalità e la stilizzazione del fogliame del capitello ricordino da vicino le grandi foglie che sormontano la fascia epigrafica nel vestibolo della Zisa, risalenti all’età di Guglielmo II.
Quanto all’aspetto prettamente tecnico, infine, è molto probabile che lo stucco non si configuri qui come materiale principale modellato a spessore totale, bensì come rivestimento di un nucleo interno matericamente diverso, più resistente e meno soggetto a fratture, pur non trattandosi di un capitello con funzione portante.

[1] R. M. Bonacasa Carra, F. Ardizzone, B. Patera, P. F. Pistilli, s.v. Sicilia, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, X, 1999, pp. 589-623, in part. p. 596.
[2] U. Scerrato, Gli stucchi, in Gli Arabi in Italia. Cultura, contatti e tradizioni, F. Gabrieli, U. Scerrato (a cura di), Milano 1979, pp. 343-358; C. Barsanti, Appunti per una ricerca sugli stucchi di ambito siciliano e calabrese in epoca normanna, in Atti del Congresso Internazionale su S. Nilo di Rossano (28 settembre-1 ottobre 1986), Rossano-Grottaferrata 1989, pp. 351-364.
[3] Per brevità cito solamente i contributi relativi agli stucchi di Palermo: A. Salinas, Trafori e vetrate nelle finestre delle chiese medioevali di Sicilia, in Centenario della nascita di Michele Amari, II, Palermo 1910, pp. 495-507; G. Spatrisano, La Zisa e lo Scibene di Palermo, Palermo 1982; F. Tomaselli, La muqarnas della Cuba di Palermo: opere di conservazione e disinfestazione dello stucco del XII secolo, in Lo stucco. Cultura, tecnologia e conoscenza, Atti del convegno di studi (Bressanone 10-13 luglio 2001), G. Biscontin, G. Driussi (a cura di), Maghera-Venezia 2001, pp. 259-268; F. Dell’Acqua, Parvenus eclettici e il canone estetico della varietas. Riflessioni su alcuni dettagli di arredo architettonico nell’Italia meridionale normanna, in “Römisches Jahrbuch der Bibliotheca Hertziana”, 35, 2003/04, 2005, pp. 49-80; G. Bellafiore, La Zisa di Palermo, Palermo 2008 (1a ed. 1978).
[4] Il presente contributo prende le mosse dalla mia tesi di laurea magistrale in Storia dell’Arte: Stucchi della Sicilia normanna. Decorazione architettonica e arredo liturgico tra Oriente e Occidente (XI-XII secolo), a.a. 2014/2015, Sapienza Università di Roma, relatore prof. Antonio Iacobini.
[5] E. H. Freshfield, Cellae trichorae and other Christian antiquities in the Byzantine provinces of Sicily with Calabria and North Africa, including Sardinia, London 1913, p. 32.
[6] Ibidem.
[7] Cfr. l’appendice di A. Maniaci, Palermo capitale normanna. Il restauro tra memoria e nostalgia dall’Ottocento al Piano Particolareggiato Esecutivo, Palermo 1994.
[8] G. Costantino, San Giovanni dei Lebbrosi. Ponte dell’Ammiraglio, Palermo 1983, p. 4.
[9] U. Scerrato, Gli stucchi cit., p. 327; G. Bellafiore, Architettura in Sicilia nelle età islamica e normanna (827-1194), Palermo 1990, p. 126; R. Di Liberto, Norman Palermo: architecture between the 11th and 12th century, in A Companion to Medieval Palermo. The history of a Mediterranean City from 600 to 1500, A. Nef (a cura di), Leiden-Boston 2013, pp. 139-194, in part. p. 170.
[10] Per la storia del monumento cfr. M. Guiotto, La Chiesa di S. Giovanni dei Lebbrosi in Palermo, in “La Giara”, 1, 1952, pp. 133-137; G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia normanna, W. Krönig (2a ed. a cura di), Palermo 1979, pp. 24-26; G. Costantino, San Giovanni dei Lebbrosi cit., pp. 3-4; F. Maurici, Palermo normanna. Vicende urbanistiche d’una città imperiale (1072-1194), Palermo 2016, pp. 74-75 e nn. 186-187.

in foto: Le muqarnas della Cuba, Palermo.

Reset della password
Per favore inserisci la tua email. Riceverai una nuova password via email.