Luigi D’Anto’

titolo originale: Geni e sante di Palermo: una riflessione di filosofia e iconologia politica, in “Palermo cuore del Mediterraneo”, Atti del Convegno, Palermo 1 Ottobre 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 81-88.

Questa relazione è un invito alla riflessione intorno ad una misteriosa icona, il Genio, presente in numerosi monumenti ed edifici della città di Palermo. L’intera ricerca è volta a dimostrare che tale icona non è un semplice ornamento, un capriccio estetico scaturito dall’estro di alcuni artisti succedutisi nei secoli, bensì una figura densa di significato, pastiche di una lunga e ricca stratificazione culturale e cultuale che non è circoscritta alla sola città di Palermo o alla Sicilia, ma coinvolge il Mediterraneo e l’Europa. L’enigmaticità di questa figura scaturirebbe pertanto dalla molteplicità di significati in essa condensati che oggi sono perlopiù dimenticati. Ripercorrere la storia del Genio equivale a ricostruire la storia dei poteri politici e religiosi che di volta in volta si sono succeduti, ed è per questo motivo che qui di seguito si intende proporre una lettura di iconologia politica che, senza avere la pretesa di essere esaustiva, invita all’attenzione sulle tematiche trattate.
Ogni potere politico per affermarsi ha fatto uso non solo della forza ma anche di tecniche persuasive e fascinanti, quelle che Michel Foucault definisce “dispositivi di potere”[1]. I dispositivi hanno la funzione di imprimere nelle coscienze delle persone messaggi di accettazione ed adesione al modello politico e sociale da essi propagandato, e tra di essi rientra l’uso delle immagini.
Il “Genio” potrebbe essere stato uno di questi dispositivi, il suo legame col potere è reso evidente dalla presenza di una corona sul suo capo, eppure la comprensione del messaggio che doveva veicolare non è immediata: non può non apparire strano un vecchio barbuto che, morso al pettorale da un enorme serpente, reca un volto sereno e impassibile e sembra anzi sorreggere il rettile anziché scacciarlo[2]).
Una delle numerose statue del Genio, presente nel Palazzo del Pretorio[3], riporta una scritta latina così traducibile: “Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri”[4], un messaggio che sembra suggerire che il Genio rappresenti la stessa città di Palermo ed il serpente l’estraneo che se ne nutre. Tale messaggio avrebbe senso solo in funzione di un potere non locale instauratosi nell’isola. La Sicilia era effettivamente sotto il controllo di poteri stranieri, la corona aragonese prima e quella asburgica poi. Si può ipotizzare pertanto che la diffusione della figura del Genio tra XV e XVI secolo sia dovuta ad un tentativo di queste forze politiche di spingere i palermitani all’accettazione di questa condizione di asservimento nonostante Palermo fosse stata in passato la ricca capitale del regno normanno.
Questa ricostruzione ha però un punto oscuro: perché il potere straniero è rappresentato da un serpente? Una possibile risposta è che la figura del Genio non sia stata inventata ad hoc tra XV e XVI secolo ma sia stata piuttosto “riciclata”, saturata di un nuovo significato pur essendo già presente. Alterare il significato di un’icona nota ai palermitani avrebbe avuto il vantaggio di divulgare il nuovo messaggio attraverso un’immagine già familiare[5]. Questa ipotesi non è azzardata se si osserva l’evoluzione che la figura del Genio ha subito tra XVII e XVIII secolo: nell’affresco dell’Apoteosi di Palermo del 1760, presente a Palazzo Isnello, tra i vari personaggi vi è il Genio che pur impugnando il serpente lo tiene ad una certa distanza senza farsi mordere; dettaglio non trascurabile è il putto alla sua sinistra immortalato nell’atto di allontanarsi spaventato dal serpente. Un motivo simile è presente in un mosaico del XIX secolo presente nel Palazzo dei Normanni che raffigura il Genio con una pesante corazza di ferro e oro che gli protegge il pettorale, ai suoi piedi si scorge il serpente che tenta di arrampicarsi per guardare il dipinto che il Genio regge nella mano sinistra. I sovrani borbonici, Ferdinando III e Maria Carolina, presenti nel dipinto sorretto dal vecchio barbuto, osservano a loro volta il Genio in un gioco di sguardi che sembra sottintendere che il quadro coi due sovrani sia uno specchio e che vi sia perciò un’identificazione tra il Genio ed i Borbone. Questo dettaglio enfatizza la pericolosità del serpente intento ad osservare i due sovrani.

[1] I dispositivi di potere sono un tema che seppur accennato non è stato approfondito da Foucault e di cui oggi resta una definizione che il filosofo diede in un’intervista del 1977. In tempi più recenti il tema dei dispositivi del potere è stato trattato da Giorgio Agamben. Cfr. G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Roma 2015.
[2] Non in tutte le raffigurazioni il Genio si lascia mordere, ma come si vedrà più avanti quelle più antiche corrispondono a questo schema.
[3] La statua, nota come U Nicu, “Il Piccolo”, è forse una delle raffigurazioni più antiche del Genio oggi conosciuta.
[4] «Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit».
[5] La scritta stessa presente sotto la statua del Palazzo del Pretorio è la prova che il significato di questa figura non era più così immediato e che era necessaria una spiegazione esplicita.

in foto: Il Genio del Garraffo, Pietro de Bonitate, marmo di Carrara, Piazzetta del Garraffo, Palermo, XV secolo. Esempio dell’icona del Genio morso dal serpente.

 

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