> Marìa Fernanda Garcìa Marino

titolo originale: Considerazioni sulla scultura dell’Italia meridionale nella prima metà del XIV secolo: il caso di Nicola da Monteforte, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 448-454.

Questioni preliminari sulla scultura del Trecento in Campania

Per tratteggiare il contesto del Trecento meridionale, almeno nei suoi aspetti più interessanti e meno studiati, è necessario innanzittuto definire gli strumenti critici nonché il taglio metodologico che più si addicono a questo obiettivo. Tutto ciò sulla base dei concetti ben chiariti da Max Seidel, secondo lo schema proposto da Burckhart1, e con le precisazioni di metodo prese in prestito alla storiografia sulla pittura che fornisce Castelnuovo2. In sostanza viene contrastato il tradizionale approccio messo in atto dal Rinascimento in poi, che l’attenzione sui «grandi maestri» e sui «centri nevralgici dell’arte». Tale modello ha dato come risultato una storia “frammentaria” che ha ostacolato la giusta comprensione dell’evoluzione globale dell’arte del Trecento. Ancora il Castelnuovo esprime con chiarezza la questione che ci interessa: «Per il Trecento il problema principale fu quello di riscoprire la straordinaria varietà delle culture regionali e locali, di restituire la fisionomia diversificata di una miriade di centri, di seguire le differenti tendeze e proposte».
Il nucleo della questione è: nel panorama dell’Italia meridionale, in particolare durante il tardo Medioevo, la cultura campana dovrebbe assumere un ruolo di maggior rilievo, specialmente per quel che attiene la scultura. Oltre alle influenze francesi e tosco-romane già rilevate dalla storiografia (De Rinaldis, Toesca, Causa, Negri Arnoldi, Bertaux, Venturi, Bologna), bisognerebbe mettere in rilievo la straordinaria valenza del suo sviluppo autonomo. Infatti uno dei problemi di preminente interesse, che ancor oggi attende una chiara inquadratura, è senz’altro quello relativo ai rapporti dell’ambiente artistico meridionale sia con la cultura gotico francese, tramite la presenza in loco di artisti, orafi e scultori d’oltralpe, sia con la Toscana, collegata alla figura di Nicola Pisano, ed inoltre con la cultura tosco-romana tramite Arnolfo di Cambio. A questa triade occorre aggiungere la singolarità del clima culturale meridionale che era tutt’altro che incompiuto ed isolato, come sostenuto a lungo da alcuni specialisti. Non va sottovalutato, ma neppure va dato un valore eccessivo, all’impatto che ebbe l’arrivo di figure della levatura del senese Tino di Camaino, per citare solo uno dei grandi maestri attivi presso la corte francese nella penisola.
Uno dei primi ostacoli, ormai in gran parte superato, per una rivalutazione del Trecento in Campania, era innanzittutto il numero limitato e pressoché frammentario delle opere risalenti al periodo: cioè all’arco temporale alquanto ampio che va dalla prima metà del XII secolo (con le testimonianze più eloquenti della scultura campano-pugliese) e il 1323, data dell’arrivo a Napoli di Tino da Camaino al servizio di Carlo d’Angiò, ritenuta dalla storiografia punto di ripartenza e rinovamento dell’arte scultorea locale. Alla luce delle conoscenze attuali non si può affermare che le opere eseguite in quest’arco temporale siano state scarse né in quantità né in qualità. Si può dire invece che non siano state scoperte o studiate nelle loro specificità, oppure che ci sia un difetto di metodo nell’approcciarle. Comunque sia, una gran parte di queste evidenziano la forte impronta delle influenze culturali francesi e tosco-romane, fino al punto che la discusione storiografica si è radicalizzata esclusivamente attraverso due prospettive contrapposte, quella francesista e quella tosco-romano, stabilendo così una quasi assoluta predominanza di questi ascendenti ed escludendo dal panorama artistico un qualsiasi contributo da parte dei centri e dei soggetti locali.
Uno degli apporti più chiarificanti in merito al recupero e al riscatto dei valori della produzione plastica campana nel periodo precedente al Camaino, è il saggio di Raffaello Causa, con la sua sintesi sulla scultura del Trecento a Napoli3. Lo studioso è propenso ad accettare l’influenza gotica francese motivata e documentata da opere il cui carattere stilistico ed iconografico transalpino risulta evidente, come le figure giacenti dei Cavallieri e di Caterina di Lagonissa del Santuario di Montevergine (Avellino). Il Causa, attraverso l’analisi di queste e altre opere, segnala giustamente che: «la scultura francese trova una prima accezione locale nell’incontro con forme arnolfiane…»4 testimoniando in questo modo l’esistenza di una scultura autoctona, non solo aggiornata a livello stilistico e in stretto contatto con i cambiamenti e le sperimentazioni esterne, ma anche matura nella sua espressione e per questo in grado di superare la lezione francese con valide e innovative soluzioni. In questo senso, risulta fondamentale sottolineare il fenomeno culturale di scambio e circolazione che ebbe luogo durante questo periodo. Le già accennate influenze faranno la loro entrata nella Napoli angioina con artefici stranieri che opereranno sia nel campo della scultura che dell’architettura (tra i più documentati: Pierre d’Angicourt, Henry d’Asson, Thibaud de Seaumur, Jean de Toul, Paumier d’Arras, Pierre de Chaulis)5, oppure attraverso l’importazione di pezzi provenienti dall’estero (Spagna, Lombardia, Toscana e Francia).
Il modello gotico francese dunque si intersecherà, prima e dopo Tino di Camaino, con quello toscano, attraverso il lascito di Nicola e poi di Giovanni Pisano, e con quello tosco-romano, in un costante processo di riformulazione iconografica ed espressiva.

  1. M. Seidel, Quattro modi di leggere il Trecento, in S. Seidel (a cura di), Storia dell’Arte in Toscana. Il Trecento, Firenze 2004, pp. 9-14.
  2. E. Castelnuovo, Mille vie della pittura italiana, in E. Castelnuovo (a cura di), Il Duecento e il Trecento, Roma 1986, pp. 7-24.
  3. R. Causa, Precisazioni relative alla scultura del ‘300 a Napoli, in F. Bologna, R. Causa (a cura di), Il Trecento, Sculture lignee nella Campania, cat. della mostra (Napoli, Palazzo Reale, 1950), pp. 63-73.
  4. Ivi, p. 65.
  5. 5. Ivi, p. 64.

In foto: Nicola da Monteforte (attivo prima metà XIV secolo), San Bartolomeo Apostolo, Cattedrale di Benevento (Foto: Luciano e Marco Pedicini – Per cortese e gratuita concessione dell’Ufficio per la Cultura e i Beni culturali dell’Arcidiocesi di Benevento)

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