> Luca Marino

titolo originale: Il contratto di pastinato e la trasformazione del paesaggio agrario nel Codex Diplomaticus Cavensis, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 175-182.

La Badia di Cava de’ Tirreni: fondazione e strutturazione

A dispetto della centralità della badia di Cava de’ Tirreni nella storia laica e cristiana del medioevo campano, nonché dell’importanza storico-culturale del suo archivio, non si possiede una data certa della sua fondazione, ascrivibile, secondo la tradizione, al momento in cui S. Alferio, monaco benedettino, decise di ritirarsi nella grotta Arsicia1.
Peculiare della struttura amministrativa della badia di Cava, differentemente da quanto si riscontra nel coevo panorama monastico meridionale2, è in primo luogo la gestione delle dipendenze affidata a prepositi o a baiuli locali3. Tipicamente cavense è il carattere accentrato che ha caratterizzato sia la gestione dei redditi dell’area demaniale, sia quella delle dipendenze più lontane; per fare ciò l’abate interveniva direttamente nella gestione economica dei priorati, assegnando personalmente terre da essi dipendenti, facendo stipulare il contratto di fitto a Cava e informandone in un secondo momento i suoi rappresentanti nella dipendenza dove era sito il possedimento fittato4. Questa pratica era dettata dalla volontà di mantenere il diretto controllo del patrimonio che si esplicitava non mediante la consueta convocazione annuale dei capitoli generali5, bensì attraverso periodiche visite del priore al monastero.

Il patrimonio documentario

Nell’archivio della badia di Cava de’ Tirreni sono conservati circa quindicimila documenti pubblici e privati che consentono di seguire le vicende patrimoniali della badia e di gran parte delle sue dipendenze, conosciute anche oltre i confini del monastero6.
Fondamentali alla comprensione del rilievo della proprietà agraria nell’ambito delle pertinenze della badia sono i contratti di pastinato. Ampiamente documentato nel Mezzogiorno italico, il pastinato fece la sua comparsa nel diritto romano come contratto di locazione con finalità di coltura di terreni sterili. Alla fine del IX secolo sulla spinta di nuovi impulsi economici, esso cominciò gradualmente a sostituirsi all’enfiteusi, in quanto esentava il concessionario dall’obbligo di versare un canone fino al completamento dell’opera di dissodamento, proteggendolo così da possibili rischi finanziari. Due aspetti del contratto risultarono particolarmente determinanti e vantaggiosi: la durata e il canone. Generalmente, il contratto di pastinato non aveva carattere di perpetuità e durava 10 anni; le parti si concentravano nel fissare un periodo di tempo sufficiente per il concessionario a terminare i lavori di dissodamento senza l’obbligo di abbandonare le terre ottenute in concessione7, dopodiché egli era libero di poter conservare le terre oppure rimetterle al concedente. Durante il dissodamento, il concedente era tenuto a difendere il o i concessionari da qualsiasi forma di molestia, violenza o turbativa che si manifestava nei loro confronti8. Terminato il tempo concordato, il concessionario poteva usufruire del diritto di non rimettere le terre al concedente e trasmetterle in via ereditaria alla propria prole, senza che quest’operazione comportasse il pagamento di un canone9; inoltre, egli conservava il diritto di riottenerle in un lasso di tempo pari a tre anni. Per quanto concerne il canone, dopo un primo periodo in cui la concessione non prevedeva nessun impegno economico da parte del concessionario, un un secondo momento proprietario e coltivatore dividevano in proporzione i frutti della terra, con aliquota decrescente a carico del concessionario man mano che cresceva la percentuale di produttività del fondo agricolo10. Esempi di canone fisso in denaro sono rari, così come il canone fisso in natura, poichè la divisione del raccolto dei frutti e del vino era effettuata generalmente con percentuale pari ai due terzi o ai tre quarti a favore del proprietario. L’insieme dei costi relativi alle operazioni di raccolta e lavorazione dei beni prodotti erano interamente a carico del concessionario che, talvolta, doveva sostenere le spese dovute allo stanziamento temporaneo del proprietario e dei suoi messi sul suo fondo11. Il concessionario, d’altra parte, era stimolato ad aumentare la forza lavoro e a introdurre continue migliorie negli stessi suoli12. In conclusione, il pastinato risultava vantaggioso solo nel caso in cui il concessionario coltivava direttamente il fondo, rivelandosi uno strumento contrattuale idoneo per terreni di piccola estensione13, ampiamente attestati nel paesaggio agrario meridionale. Tutti gli elementi sopracitati sono particolarmente evidenti nei 17 documenti presentati in questa sede, di cui si riporta il regesto, sinora inedito.

1. G. Vitolo, S. Leone (a cura di), Minima Cavensia: studi a margine al IX volume del Codex Diplomaticus Cavensis, Salerno 1983.
2. P. Grossi, Le abbazie benedettine dell’alto Medioevo, Firenze 1957.
3. M. Castellano, Per la storia dell’organizzazione amministrativa della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni: gli inventari dei secoli XIII-XV, Napoli 1994, p. 21.
4. G. Vitolo, Pietro di Polla nei secoli XI-XV. Contributo alla storia dell’insediamento medievale nel Vallo di Diano, Salerno 1980.
5. M. Castellano, Per la storia dell’organizzazione della Badia , p. 21.
6. G. Vitolo, S. Leone, Minima Cavensia, p. 19.
7. Ivi, p. 288.
8. Ivi, p. 289.
9. Ivi, p. 290.
10. Ivi, pp. 291-292.
11. Ivi, p. 294.
12. Ivi, p. 86.
13. A. Lizier, L’economia rurale cit., p. 83.

In foto: Chantilly, Musée Condé, ms. 340, f. 303v

 

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