> Simona Manacorda

titolo originale: L’archetipo della donna e il drago: il caso di Santa Margherita, un topos iconografico al femminile nell’Europa gotica, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 455-464.

Introduzione
Esistono archetipi che ritornano, sopravvivono, trasmigrano attraverso i secoli o vivono parallelamente in contesti geografici lontani; all’arte il compito di rappresentarli traducendoli in topoi iconografici decifrabili. Il Medioevo con la sua koiné ricca di motivi e figure che prescindono il dato reale, non avendo come obiettivo principale la mimesi, diventa un tempo privilegiato ove più facilmente tali immagini si adattano al sistema simbolico ed estetico in cui di volta in volta rinascono.
Il caso dell’iconografia di santa Margherita e il drago ci racconta la storia di un’immagine  archetipica, quella della donna dalla doppia natura, umana e rettiliforme, che si risveglia nell’arte medievale perché “inciampa” in un “nodo” in cui si intrecciano e saldano la componente estetica e semantica, simbolica e morfologica, devozionale e sociale, decretandone la fortuna. E ciò accade sotto un segno di novità: per la prima volta una figura femminile non solo sconfigge il drago,  personificazione del Male, ma ne attraversa il corpo, per uscirne vittoriosa. Un’immagine che potremmo definire, con il lessico della moderna psicologia, di powerful femminile.

Marina e/o Margherita: l’agiografia e l’affermarsi del culto in Occidente

Partiamo dal mistero del doppio nome: nel mondo bizantino la santa si chiama Marina, evocando naturalmente il mare, in quello latino medievale Margarita1, che significa «perla». Dal punto di vista etimologico c’è una qualche coincidenza: nella lingua irlandese moderna Margherita si dice anche Mairéad e in inglese sirena si traduce mermaid (mere = mare; maid = fatto, in middle english). Un filo rosso sembra legare, quindi, fin dall’origine la santa a creature fantastiche e al mondo misterioso delle profondità. Il significato del nome adottato in Occidente porta, tra l’altro, con sé la credenza che la polvere di perle pestate avesse potere emostatico2. La fonte più antica che narra la storia di Marina, vergine e martire, originaria di Antiochia e vissuta alla fine del III secolo (275-290), è una Passio leggendaria scritta in greco da un tal Teotimo, variamente datata tra V e VI, ma di certo anteriore al IX secolo quando compare nel Martirologio compilato dal patriarca Metodio di Costantinopoli, fonte della prima edizione edita nel XIX secolo3. In breve, una fanciulla convertita al cristianesimo dalla sua balia, difende la nuova fede e non cede alle pressioni del padre e neanche del pretendente, il prefetto Olibrio, entrambi pagani. La sua fermezza viene messa alla prova sia nel corpo, con una serie di atroci torture, sia nello spirito, con due visioni demoniache che la santa ha in prigione: il drago che la divora e da cui riemerge sana e salva e il diavolo “in persona”, che viene malmenato dalla fanciulla e schiacciato sotto il suo tallone, dopo di che, viene decapitata e muore. Dal punto di vista iconografico, l’immagine di una donna che malmena e atterra (con un martello, un bastone o preso per i capelli e calpestato) il demonio sub specie antropomorfa, ha una sua efficacia comunicativa, ma non è “nuova” e risponde a un topos agiografico codificato: quello dell’assalto del demonio e della reazione esemplare del santo o della santa di turno.  La scena che verrà selezionata a rappresentare la santa, nell’arte occidentale, in particolare nell’arte gotica, sarà infatti un’altra, quella in cui riemerge dal drago che l’ha inghiottita, anche quando le fonti testuali, come vedremo, la tralasceranno.
Da questa prima leggenda martiriale discendono diverse traduzioni in latino4, più o meno fedeli, in cui si conferma l’adozione del nome Margherita, che compare già alla fine del VI secolo nelle Litanie Sanctorum attribuite a Gregorio Magno e nel secolo IX, in ambito carolingio, quando l’abate benedettino Rabano Mauro nel suo Martirologium (840-54 circa) inserisce, però, sia Marina che Margherita5, associandole a due date diverse, ma con una storia quasi sovrapponibile. Questo è un indizio a sostegno dell’ipotesi che all’origine ci fossero due figure distinte, non è escluso con un’antica radice comune risalente ai primi secoli del medioevo bizantino, che grazie a un “innesto” fosse migrata nell’estreme propaggini settentrionali dell’Europa. Nelle isole britanniche santa Margherita è citata nelle fonti ecclesiastiche dal VI secolo e già tra X e XI esistono versioni in volgare della leggenda agiografica6; lo stesso in Germania, dove è testimoniata una produzione di codici tra la fine de IX e il secolo successivo7 sia nel nord che nel sud, in diretto contatto con la Francia, dove pure non mancano testimonianze fin dall’XI-XII secolo8. Tutto concorre a ipotizzare che la diffusione, o sarebbe meglio dire, la circolazione del culto di Margherita e quindi la sua fusione in una sola figura sia avvenuta, in Occidente, sotto l’egida del monachesimo, con un primo picco di popolarità intorno al X secolo e, suggellata da una data, quel 908, cui si fa risalire la traslazione del corpo da Costantinopoli in Italia ad opera di un monaco, Agostino da Pavia. Un lungo viaggio scandito da varie tappe, che produssero altrettante “memorie” del suo passaggio e che ebbe una battuta d’arresto accidentale sulle rive del lago di Bolsena a San Pietro in Valle, a causa della morte del monaco; da lì le spoglie furono traslate a Montefiascone nel 1145 (non a caso tappa per i pellegrini che andavano e tornavano da Roma) e nel 1215 parzialmente a Venezia9.

  1. J.-M. Sauget, s.v. Marina di Antiochia, in Bibliotheca Sanctorum, VIII, Città del Vaticano 1967, coll. 1150-1160 ; M.C. Celletti, s.v. Marina – Iconografia, ivi, coll. 1160-1165; C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, (a cura di), Il grande libro dei santi, (3 voll.), Cinisello Balsamo (Milano) 1997, II, p. 1371; S. Gentile (a cura di), Oriente Cristiano e Santità: figure e storie di santi tra Bisanzio e l’Occidente, Milano 1998, pp. 221-3, n. 38; pp. 243-52, nn. 51-52.
  2. Il riferimento si trova nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, ma per il suo carattere compilativo doveva essere nel XIII secolo una credenza assai diffusa, suggestionata con ogni probabilità dal nome e non viceversa. Cfr. Jacopo da Varazze, Legenda Aurea, con le miniature del codice Ambrosiano C 240, testo critico riveduto e commentato a cura di G. P. Maggioni, trad. it. a cura di F. Stella, Firenze 2007, cfr. p. 690. Ma poiché le emorragie erano, a quel tempo, tra le cause principali di morte durante il parto, anche se Jacopo non fa alcun collegamento, sembra implicito nel riferimento al suo patronato alla fine del racconto agiografico «qualunque donna in pericolo durante il parto l’avesse invocata avrebbe partorito figli sani».
  3. H. Usener, Acta S. Marinae et S. Christophori, in Festschrift zur funften sacularfeier der Carl Ruprechts, Universität zu Heidelberg uberreicht von Rector und Senat der Rheini-schen Friedrich Wilhelms Universität, Bonn 1886, pp. 2, 10-26.
  4. Si rimanda, per una sintesi delle diverse traduzioni in latino della Passio greca, alle ultime pubblicazioni monografiche su santa Margherita, tra cui si segnala: S. Pestarino, La leggenda di santa Margherita di Antiochia nel Medioevo. La tradizione agiografica, letteraria e iconografica, Aicurzio 2015, pp. 24-27; v. anche per un’utile sintesi sullo stato degli studi M. S. Iannutti (ed. crit. a cura di), Vita e passione di santa Margherita d’Antiochia, Firenze 2012.
  5. Rabano Mauro, Martyrologium. Liber de computo, J. McCulloh, W. Stevens, Turnhout (a cura di), Brepols 1979, p. 59 e pp. 67-68.
  6. La vie de sainte Marguerite, ed. H.-E. Keller Commentaire des enluminures du ms. Troyes 1905 par M. Alison Stones, Tubingen 1990.
  7. J. Weitzmann-Fiedler, Zur illustration der Margareten Legende in “Münchner Jahrbuch der Bildenden Kunst”, XVII, 1966, pp. 17-48.
  8. G. Tammi, Due versioni della leggenda di S. Margherita d’Antiochia in versi francesi del Medioevo, Piacenza 1958.
  9. Per le vicende della traslazione delle spoglie di santa Margherita v. Acta Sanctorum, Iulii, t. V, Antverpiae, apud Jacobum du Moulin, 1712.

In foto: Santa Margherita, Valenciennes, BM, ms. 838, f. 97v

 

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