> Elena Catalano

titolo originale: La Parola ruggita: l’immagine della leonessa da Gregorio Magno a Nicola Pisano, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 465-472.

L’immagine letteraria della leonessa

La comprensione dell’immagine medievale della leonessa non può prescindere dal confronto coi Moralia in Job. Questa monumentale opera contiene infatti quattro passi che si distinguono da qualsiasi altra fonte per la ricchezza delle informazioni.1 Analizzandoli, comprendiamo che, per Gregorio Magno, l’animale è portatore di numerosi significati, tra i quali spicca per importanza quello di immagine della Chiesa.2 Tra le motivazioni che indussero questa associazione, un ruolo determinante spetta al valore cristologico attribuito alla figura del leone, come è deducibile dal primo passo di nostro interesse: «Quia natura uniuscuiusque rei ex diversitate componitur, in sacro eloquio per rem quamlibet licite diversa figurantur. Habet quippe leo virtutem, habet et saevitiam. Virtute ergo Dominum [Ap. 5, 5], saevitia diabolum [1 Pt. 5, 8] signat […] Leaenae autem nomine aliquando sancta Ecclesia, aliquando Babylonia [Dn. 7, 4] designatur. Pro eo enim quod contra adversa audax est, leaena Ecclesia dicitur […] Aliquando vero leaenae nomine huius mundi civitas, id est Babylonia, exprimitur quae contra vitam innocentium immanitate crudelitatis efferatur, quae antiquo hosti, quasi saevissimo leoni sociata, perversae persuasionis eius semina concipit et reprobos ex se filios ad similitudinem illius, quasi crudeles catulos gignit»3. Come il leone può essere immagine sia di Cristo sia del diavolo, così la leonessa può rappresentare sia la Chiesa sia Babilonia. Nello spiegare le ragioni che portarono Daniele a descrivere la città mesopotamica attraverso la figura della predatrice, Gregorio Magno assegna un ruolo anche al vincolo che la unisce al maschio della sua specie, qui inteso come immagine del diavolo. Allo stesso modo, il rapporto tra il leone cristologico e la leonessa è fondamentale al fine di comprendere l’immagine di nostro interesse e, sebbene l’autore non lo specifichi, la sua importanza apparve chiara agli esegeti successivi: «Sancta Ecclesia […] ideo recte dicitur leaena: quia videlicet uxor est leonis de tribu Juda»4. Per accedere all’immagine della leonessa tramandata dai Moralia in Job è però necessario estendere l’analisi agli altri passi. Per Gregorio Magno, infatti, la Chiesa è paragonata all’animale non solo per la sua audacia di fronte alle avversità, come specificato nel testo poc’anzi trascritto, ma anche «quia male viventes in vitiis, ore sanctae praedicationis interficit».5 Il significato di queste parole è così chiarito dall’autore: «Unde et ipsi primo pastori [Petro] quasi huius leaenae ori dicitur: Macta et manduca [At. 10, 13]. Quod mactatur quippe a vita occiditur, id vero quod comeditur, in comedentis corpore commutatur. Macta ergo et manduca dicitur, id est a peccato eos in quo vivunt interfice et a seipsis in tua illos membra converte»6. Tale definizione è la chiave per comprendere l’associazione tra la leonessa e la Chiesa proposta: come la femmina del leone uccide le sue prede con la bocca, così la Chiesa mette fine alla vita degli uomini come peccatori attraverso «la bocca della santa predicazione»; come la leonessa si nutre degli animali che ha cacciato, così la Chiesa, intesa come l’assemblea dei fedeli, cresce convertendo gli uomini. La predicazione è dunque presentata come lo strumento con cui la Chiesa agisce nel mondo e porta avanti la sua opera di conversione e di diffusione del messaggio cristiano. A questa immagine partecipano anche i leoncini, descritti come una figura degli Apostoli ma anche dei loro successori, ovvero i Dottori, che nati in seno alla Madre Chiesa «adversantem mundum ore rapuerunt», ovvero conquistano gli uomini con la predicazione. I cuccioli di cui scrive Gregorio Magno «mortem mortis nostrae […] quaesierunt, ut culpam nostram interficerent, omnemque in nobis peccati vitam necarent» e condividono con la leonessa una fame che può essere saziata solamente dalla «preda delle anime», cioè dalla conversione delle persone.7 La comprensione dell’immagine proposta nei Moralia in Job necessita però di un’altra determinante informazione. Dopo avere scritto che la leonessa rappresenta la Chiesa perché converte nel suo corpo coloro che vivono nel peccato con la bocca della santa predicazione, Gregorio Magno aggiunge: «Et quia haec Ecclesia corpus est Domini, ipse etiam Dominus Iacob voce leo vocatur ex se, leaena vocatur ex corpore, dum ei sub Iudae specie dicitur: Ad praedam, fili mi, ascendisti, requiescens accubuisti ut leo et quasi leaena; quis suscitabit eum? [Gn. 49, 9]»8. Le parole dell’autore sono accessibili alla luce del valore che la cultura cristiana attribuì alla benedizione di Giuda (Gn. 49, 8-12), considerata uno dei principali testi messianici del Vecchio Testamento.9 La leonessa di cui parla Giacobbe, essendo citata all’interno di questo passo biblico, deve avere significato cristologico e, trattandosi della sposa del «leone della tribù di Giuda», non può che rappresentare il «corpo del Signore». Anche in questo caso, dunque, Gregorio Magno recupera l’immagine paolina di Cristo e della Chiesa, che uniti nel sacro vincolo sponsale formano «una sola carne» (Ef. 5, 31), e la estende ai leoni.

* Ringrazio i Professori Valerio Ascani, Marco Collareta e Paolo Pontari dell’Università di Pisa per il loro prezioso aiuto. Tutte le citazioni bibliche latine sono tratte da Biblia Sacra Iuxta Vulgata Versionem, PL 28, 29.

  1. Gregorius Magnus, Moralia in Job, CCSL CXLIII, V 21, pp. 246, 247; IX 57, pp. 517-519; XVIII 35, pp. 922, 923; XXX 7-8, pp. 1508- 1510 (da ora Greg. M. Mor.).
  2. Dei quattro passi citati nella nota 1, solamente Greg. M. Mor. IX 57, pp. 517-519 non mette in relazione la leonessa con la Chiesa. Per gli altri significati attribuiti all’animale e per il loro nesso: E. Catalano, In principio era il Verbo. La Parola dei leoni medievali: l’immagine della leonessa tra arte e letteratura, in “Letteratura&Arte”, in corso di stampa.
  3. Greg. M. Mor. V 21, pp. 246, 247.
  4. Rupertus Tuitiensis, In Sanctum Job Commentarius, PL 168, XXVIII 8, col. 1080. La dipendenza dell’opera di Ruperto (1110-1119 circa) dai Moralia in Job emerge da tutti i passi dedicati alla spiegazione dei versetti del Libro di Giobbe in cui è citata la leonessa (IV 11, col. 984; X 16, col. 1014; XXVIII 8, col. 1080; XXXVIII 39-40, coll. 1164, 1165).
  5. Greg. M. Mor. XVIII 35, p. 923.
  6. Ibidem.
  7. Il passo che dedica più attenzione all’immagine dei leoncini è Ivi, XXX 8, pp. 1508-1510, da cui provengono tutte le citazioni appena trascritte.
  8. Ivi, XVIII 35, p. 923.
  9. Sulla benedizione di Giuda e sulla sua fortuna: M. Simonetti, Introduzione, in Ippolito, Le Benedizioni di Giacobbe, traduzione, introduzione e note a cura di M. Simonetti, Roma 1982, pp. 5-43.

In foto: Salerno, cattedrale di San Matteo, portale centrale della facciata, particolare con leone

 

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