> Alessandro Mortera

titolo originale: Riuso e reimpiego dell’antico. Il caso di Santa Maria Nova tra spolia architettonici e sepolture di prestigio, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 68-74.

Durante il pontificato di Leone IV (847-855), nella parte orientale del Foro Romano, tra il tempio di Venere e Roma e la Basilica di Massenzio, venne eretta la chiesa di S. Maria Nova1. Questa accolse il titolo che era stato di una precedente diaconia, S. Maria Antiqua, insediatasi probabilmente già intorno alla metà VI secolo all’interno dell’imponente corpo di fabbrica in opera laterizia costruito da Domiziano per connettere il Palatium con il Foro. Tale edificio venne improvvisamente abbandonato attorno alla metà del IX secolo2, probabilmente a causa dei danni riportati a seguito del terremoto che nell’847 aveva scosso la città di Roma e che causò ingenti danni all’apparato monumentale antico3.
A differenza della maggior parte degli edifici di culto cristiano nell’area del Foro, la chiesa di S. Maria Nova non si installò all’interno di strutture antiche, ma sfruttò parte della scalinata d’accesso rivolta verso il Foro, del basamento e della crepidine del tempio di Venere e Roma. Costruito in forme grandiose da Adriano e caratterizzato da un’architettura piuttosto peculiare4, l’edificio templare venne massicciamente restaurato da Massenzio nel 3075. Il tempio sopravvisse nel nuovo assetto fino alla prima metà del VII secolo, quando papa Onorio I procedette alla spoliazione delle tegole in bronzo per reimpiegarle nella basilica di S. Pietro6. Tale intervento, unitamente alla mancata manutenzione e ai terremoti che si susseguirono durante la tardoantichità e i primi secoli dell’altomedioevo7, dovette contribuire all’indebolimento delle strutture, provocando crolli delle coperture e delle murature perimetrali. Dalla metà del IX secolo, la fondazione di S. Maria Nova dovette accelerare il processo di degrado delle strutture, dando inizio alla sistematica spoliazione dei rivestimenti marmorei e di alcune componenti strutturali8.
Con il trascorrere dei secoli, la chiesa subì profonde modifiche. Nel 1161 fu riedificata da papa Alessandro III, mentre tra il XII e il XIII secolo vennero costruiti il monastero e il campanile. Nel 1216 si intraprese un nuovo restauro della chiesa, ad opera di Onorio III9. È in questa fase che la chiesa appare in diverse rappresentazioni dove ne è visibile la facciata, dotata di un portico frontale nel quale si doveva ricorrere a fusti di colonna di reimpiego verosimilmente prelevati dal tempio10. Questi rimasero in opera fino alla definitiva ristrutturazione seicentesca della facciata11, di cui i monaci Olivetani incaricarono Carlo Lombardo12. Fusti di reimpiego dovettero essere usati anche all’interno della chiesa, almeno fin dal IX secolo. Una simile eventualità è confermata dal rinvenimento di un architrave marmoreo, lungo circa m 2, parzialmente inglobato nella muratura del campanile e da un affresco del 1486 nel monastero delle Oblate di Tor de’ Specchi13.
Il grande restauro seicentesco coinvolse gran parte dell’edificio ecclesiastico, ad eccezione del fianco nord-orientale lungo cui è visibile, per tutto l’elevato, una muratura in opera laterizia sulla quale è possibile individuare molteplici fasi edilizie, tra cui quella originaria14. Quest’ultima appare caratterizzata da laterizi di reimpiego di dimensioni eterogenee disposti secondo filari ondulati, con letti di malta irregolari, e alcuni elementi di reimpiego distribuiti in gruppi privi di una qualche funzione meccanica o decorativa. Questi sono per lo più in marmo, travertino e peperino; tra gli elementi marmorei, la maggior parte dei quali ridotti in schegge, si riconoscono almeno un frammento di capitello corinzio di età adrianea in marmo bianco relativo alla parte superiore di un caulicolo15, un frammento di fusto di colonna a pianta complessa in giallo antico, un frammento di fusto liscio in porfido rosso, frammenti di lastre di rivestimento (in cipollino, proconnesio, granito grigio del Foro), frammenti di blocchi in marmo bianco (di cui uno con foro quadrangolare per perno) e un frammento architettonico con kyma lesbio continuo vegetalizzato. Simili caratteristiche consentono di inquadrare tale muratura nell’ambito del IX secolo16, in relazione alla costruzione di Leone IV.

* Quanto segue rappresenta un caso-studio all’interno di un più ampio progetto di ricerca, condotto con F. Cosenza e L. Curatella, volto allo studio delle sepolture di prestigio nelle chiese di Roma, con particolare attenzione agli aspetti storico-topografici e socio-economici legati a questo particolare fenomeno. Tale contributo, incentrato sul fenomeno del reimpiego nella chiesa di S. Maria Nova presso il Foro Romano, trova pertanto anche in questa occasione compimento nel testo di F. Cosenza e L. Curatella in questo stesso volume.

1. LP, II, pp. 145, 158.
2. M.G. Zanotti, Maria Antiqua, in “Lexicon Topographicum Urbis Romae”, III, 1996, pp. 214-216; M.A. Tomei, P. Filippini, Prima di Santa Maria Antiqua. Il complesso domizianeo in età imperiale, in M. Andaloro, G. Bordi, G. Morganti (a cura di), Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio, Milano 2016, pp. 70-85, in part. p. 83.
3. P. Galli, D. Molin, L. Scaroina, Tra fonti storiche e indizi archeologici. Terremoti a Roma oltre la soglia del danno, in “Rivista dell’Istituto Nazionale d’archeologia e storia dell’arte”, 62-63, 2007-2008, pp. 9-32, in part. pp. 19-21.
4. A. Barattolo, Il tempio di Venere e Roma: un tempio greco nell’Urbe, in “Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts-Römische Abteilung”, 85, 1978, pp. 397-410; A. Cassatella, Venus et Roma, aedes, templum, in “Lexicon Topographicum Urbis Romae”, V, 1999, pp. 121-123.
5. E. Monaco, Il tempio di Venere e Roma. Appunti sulla fase di IV secolo, in S. Ensoli, E. La Rocca (a cura di), Aurea Roma: dalla città pagana alla città cristiana, Roma 2000, pp. 58-60.
6. LP, I, pp. 279-280, 323.
7. P. Galli, D. Molin, L. Scaroina, Tra fonti , pp. 9-21.
8. S. Lorenzatti, Vicende del tempio di Venere e Roma nel Medioevo e nel Rinascimento, in “Rivista dell’Istituto Nazionale d’archeologia e storia dell’arte”, XIII, 1990, pp. 119-138, in part. p. 125; P. Pensabene 2015, Roma su Roma: reimpiego architettonico, recupero dell’antico e trasformazioni urbane tra il III e il XIII secolo, Città del Vaticano 2015, p. 306.
9. R. Krautheimer, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, I, Città del Vaticano 1937, pp. 222, 226-227, 240.
10. S. Lorenzatti, Vicende del tempio , p. 126.
11. P. Pensabene, Roma su Roma, p. 306.
12. R. Krautheimer, Corpus , p. 223.
R. Krautheimer, Corpus cit., pp. 231-235; A. Prandi, Vicende edilizie della basilica di S. Maria Nova, in “Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Rendiconti”, XIII, 1937, pp. 197-228, in part. pp. 209-212. Anche questi fusti furono probabilmente rimossi in occasione del restauro seicentesco.
14. Ivi, pp. 228-230; A. Prandi, Vicende edilizie , pp. 219-225. La muratura in questione non fu mai celata, poiché posta lungo una viabilità secondaria e presto abbandonata. A ridosso di questa parete, inoltre, venne creato un orto (Ivi, pp. 202-203).
15. Cfr. K.S. Freyberger, Stadtrömische Kapitelle aus der Zeit von Domitian bis Alexander Severus: zur Arbeitsweise und Organisation stadtrömischer Werkstätten der Kaiserzeit, Mainz am Rhein 1990, tavv. 17-18, a.
16. R. Meneghini, R. Santangeli Valenzani, Roma nell’altomedioevo: topografia e urbanistica della città dal V al X secolo, Roma 2004, pp. 139-140, 166, nota 44.

In foto: S. Maria Nova, pavimenti cosmateschi all’interno della chiesa: a) quincux al centro della navata, presso il presbiterio; b-e) particolari di composizioni e tessiture pavimentali che caratterizzano la zona del presbiterio (foto autore).

 

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