Francesco Barbarulo

titolo originale: Il predominio del popolo, il comune dei magnati. Aspetti di pluralità nello spazio politico fiorentino nella seconda metà del Duecentoin “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 197-199.

  1. Introduzione

A partire dal 1899 il conflitto tra magnati e popolani nella Firenze tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo è stato oggetto di studio da parte di alcuni dei più grandi storici italiani e stranieri1. Nonostante il dibattito sulla natura di quella lotta sia stato lungo e sembri tuttora inesaurito, negli ultimi decenni una buona parte della storiografia sembra aver trovato un punto d’incontro sulla natura di questa lotta come conflitto tra partes ben distinte, caratterizzate da istanze sociali e politiche differenti e antitetiche2.
Prima di trattare la natura del conflitto è necessario ricordare che l’origine dei magnati fiorentini è strettamente legata alla militia cittadina formatasi a partire dal XII secolo. Questo gruppo cavalleresco costituì per lungo tempo l’élite dirigente cittadina e, se inizialmente si era dimostrato aperto all’ingresso di nuovi membri, dagli inizi del Duecento divenne un gruppo chiuso e osteggiato dai populares che si stavano trovando esclusi dalla gestione della propria città. Solo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del Duecento, durante il dominio di parte guelfa, ad alcune potenti famiglie popolane fu concesso di entrare nella militia e quindi di accedere a tutte le prerogative e privilegi del gruppo cavalleresco che tra il 1267 e il 1280 era saldamente alla guida di Firenze3.
Come è noto la pace del cardinale Latino Malabranca (1280) costituì un momento di svolta nella storia politica e istituzionale fiorentina. Riconoscendo alle arti un ruolo di mediazione nelle lotte tra famiglie e fazioni e soprattutto nel conflitto tra guelfi e ghibellini, la pars populi acquisì sempre più potere nelle istituzioni, arrivando all’instaurazione del priorato (1282) e istituendo un “regime di popolo”4.
È proprio in questo periodo che la militia venne magnatizzata. Dal 1281 furono create liste temporanee di magnati sulle quali abbiamo poche informazioni. Le cose cambiarono nel 1286 quando le nuove liste divennero definitive e il criterio per esservi registrati fu l’appartenenza di più di un membro del gruppo familiare in discendenza maschile alla militia. Una tale schematica identificazione del nemico fu la conditio sine qua non per mettere in pratica tutta una serie di norme antimagnatizie culminate con gli Ordinamenti di Giustizia (1293; 1295 e seguenti)5.

  1. Magnati e popolani, un dialogo possibile

La storiografia a lungo ha avanzato proposte divergenti per provare a motivare l’emanazione di una tale legislazione. Nell’ultimo ventennio, riprendendo alcune delle istanze avanzate da Gaetano Salvemini, si è sottolineata la differenza sociale e ideologica dei due gruppi. La militia, forte della propria potenza economica, militare e sociale era portatrice di istanze antiche, per le quali la consorteria prevaleva sul bene comune; inoltre perseguiva uno stile di vita violento e non rispettava le leggi della comunità. Questi comportamenti erano inaccettabili per gli ideali popolani ispirati dagli ordini mendicanti – specialmente i domenicani – e incentrati sul bene comune, il rispetto delle leggi e la pietà cristiana. Dunque alla legislazione antimagnatizia viene attribuito un doppio compito: 1. frenare gli eccessi e le violenze della militia tramite una serie di leggi estremamente dure (multe salatissime, il versamento di ingenti cauzioni, il divieto del porto d’armi e una serie di svantaggi di carattere giudiziario) 2. escludere i magnati dall’accesso alle magistrature popolane o, in extremis, dalla società stessa (bando e confino); così, vessati da una legislazione punitiva ed esclusi dal vertice delle istituzioni politiche cittadine, i milites sarebbero stati costretti o a cadere in disgrazia, o ad abbandonare il loro stile di vita cavalleresco e i suoi valori. Ottenere quest’ultimo risultato sarebbe stato l’obiettivo della pars populi, intenzionata a recuperare la militia ai valori del programma politico di popolo e reintroducendo i magnati nella vita cittadina una volta che non avrebbero costituito più una minaccia per i loro ideali6.

  1. G. Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Firenze 1899.
  2. La grande quantità di lavori sull’argomento e la natura di questo intervento non mi consentiranno di offrire un’analisi approfondita del dibattito storiografico e delle sue posizioni, pertanto avverto i lettori che i miei rimandi bibliografici saranno essenziali e riferiti agli studi più recenti. Fondamentali sono tutti i contributi contenuti in Magnati e popolani nell’Italia comunale, Pistoia 1997; S. Diacciati, Popolani e Magnati. Società e politica nella Firenze del Duecento, Spoleto 2011; J. Najemy, A History of Florence 1200-1575, Oxford 2008; R. Mucciarelli, Magnati e popolani. Un conflitto nell’Italia dei Comuni (secoli XIII-XIV), Milano 2009.
  3. S. Diacciati, Popolani e magnati cit., pp. 286-297.
  4. G. Salvemini, Magnati e popolani cit., p. 7; D. Medici, I primi dieci anni di priorato, in Ghibellini, guelfi e popolo grasso. I dententori del potere politico a Firenze nella seconda metà del Dugento, Firenze 1978, pp. 169-178.
  5. Per i criteri di redazione delle liste: G. Salvemini, Magnati e popolani cit., p. 144; gli Ordinamenti di giustizia a noi pervenuti sono tutti quanti editi in La legislazione antimagnatizia a Firenze, a cura di S. Diacciati, A. Zorzi, Roma 2013.
  6. Riguardo alle posizioni storiografiche cfr. supra, nota 2. Per le ragioni del conflitto cfr. S. Diacciati, Popolani e magnati cit., pp. 389-393. La studiosa riprende in parte gli studi di Christiane Klapisch-Zueber, piegando tuttavia alcune considerazioni della studiosa, C. Klapisch-Zueber Retour à la cité. Les magnats de Florence 1340-1440, Éditions de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris 2006 (Ritorno alla politica. I magnati fiorentini 1340-1440, trad. it. di I. Chabodt e P. Pirillo, Roma 2009, pp. 179-216; 285-309).
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