Jacopo Paganelli

 

titolo originale: «Fa voi pace gaudere, e di terra, e d’onor crescervi stato». La Tuscia nello specchio delle lettere di Guittone d’Arezzoin “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 199-203.

 

      1. Introduzione

Se non fosse anacronistico parlare di engagement per il XIII secolo allo stesso modo che per l’età dei Lumi, si potrebbe considerare Guittone d’Arezzo un fulgido esempio d’intellettuale engagée. La trama intessuta dalla sua corrispondenza (sia in prosa che in poesia) era tanto fitta quanto ampia, e irretiva pressoché tutta la Tuscia, senza apprezzabili décalages di convinzioni politiche e provenienze geografiche nell’insieme dei suoi interlocutori: fra quelli identificabili con un certo margine di sicurezza Margueron individua 26 aristocratici, 20 ecclesiastici, 8 uomini di legge, 19 uomini politici, militari o diplomatici, 3 mercatores, 14 poeti e un giullare. Ai fini di questo rapido contributo, le relazioni coltivate da Guittone sono importanti poiché restituiscono lo spaccato di una Toscana dominata dalla pluralità dei regimi politici e non egemonizzata dai Comuni urbani. Ci si concentrerà in special modo sulle lettere, anche se non si potranno eludere richiami alle canzoni, stanti le frequenti «intersezioni fra prosa e poesia» che caratterizzano la produzione guittoniana. L’obiettivo sarà mettere in risalto la geografia composita e cangiante del territorio toscano al volgere del XIII secolo1.

      1. Molti interlocutori, molti regimi

        Nell’XI lettera Guittone chiede al conte Guido di Romena di poter rinunciare alla giostra letteraria col giullare Guidaloste intrapresa nel sonetto CCXI. L’argomentazione fa leva sul riferimento alla vita dell’interlocutore: come quest’ultimo ha rifiutato la guerra, salvando le proprie terre dalla devastazione e godendo dei frutti della concordia, così il poeta chiede di poter rinunciare alla tenzone. La proverbiale propensione alla pace dimostrata dal conte potrebbe derivare dalla conciliazione fra i Comuni di Bologna e Modena di cui egli stesso si rese protagonista nel 1249, oppure (come pare più probabile) dalle cessioni territoriali effettuate in favore dei Fiorentini nel 1254 e nel 1255, riguardanti i castelli di Montevarchi, Montemurlo, Empoli, Vinci, Cerreto e Collegonzi: accomodamenti che, agli occhi di Guittone, evitarono al conte Guidi lo scontro diretto con Firenze2.
        Alla schiatta comitale, com’è noto, faceva capo l’organismo signorile più imponente della Toscana, un principato che racchiudeva e disciplinava una considerevole quantità di uomini e risorse. Tanto ingente, il dominatus dei Guidi, che il conte Guido Novello viene dipinto nella XLIII canzone con tinte sovrane, «degno di portar corona» (v. 85). Lo strapotere della famiglia si concretò anche nell’elezione, nel 1289, di Ildebrando Guidi al soglio vescovile di Arezzo, dopo i circa 40 anni in cui la Sede aretina era stata occupata dal poliedrico Guglielmino, al quale il nostro poeta non risparmiò gli strali della propria penna. Mentre nella XXXI canzone Guittone si dice intenzionato a farsi «fedel bon servidore» di Ildebrando Guidi (v. 126), nella XXXIII canzone paragona il presule Ubertini, pur senza riferimenti diretti, a un «lupo de la greggia spargitore | siccom’esso pastore», con un contrasto drammatico fra l’ufficio pastorale del vescovo e la ferina spregiudicatezza che Guglielmino usava nei confronti dei cives aretini, conducendoli verso lo scontro con il fronte guelfo a Campaldino3.
        Anche i cittadini di Volterra, in seguito alle lotte che opposero l’ordinario diocesano (titolare, come ad Arezzo, di ampie giurisdizioni signorili) al Comune urbano, usarono la stessa metafora del lupo e del gregge per biasimare la condotta del loro vescovo Ranieri III. Ma l’addentellato fra le due città risaliva più addietro, agli anni in cui il nipote di Guglielmino, Ranieri II Ubertini, era stato vescovo di Volterra in concomitanza con l’episcopato aretino dello zio. Guittone indirizza allo scriba di Ranieri II, Iacopo di Leona, la XXXVIII lettera, dal tenore moraleggiante, imperniata sull’evangelico «os loquitur ex abundantia cordis». Oltretutto al notaio vescovile il nostro poeta riconobbe nella canzone in morte sua, la XLVI, il pregio di essere «vero bon trovatore», e di aver esperito soluzioni linguistiche degne d’imitazione4.
        Ben si vede come l’epistolario di Guittone tenga insieme i principali soggetti signorili della regione, ovvero i conti Guidi e i vescovi di Volterra e di Arezzo. A costoro bisogna aggiungere i conti Aldobrandeschi, titolari di una compagine territoriale quasi equivalente a quella dei Guidi nella Toscana meridionale. Al conte Ildebrandino XI il nostro rimatore rivolge l’epiteto di «segnore» nella canzone XVII (v. 44); ciò accadeva evidentemente prima del rivolgimento di Montaperti, e anzi precedentemente all’adozione di una politica ghibellina e anti-fiorentina da parte dell’Aldobrandeschi. Il cugino di quest’ultimo, Ildebrandino XII, mantenne invece stretti legami di solidarietà coi fiorentini, come ricorda l’espressione antifrastica «e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese» della celebre XIX canzone (v. 82), usata per riferirsi alla mancata conquista
        della Maremma da parte del conte5

1. L’edizione di riferimento per le lettere di Guittone è Guittone d’Arezzo. Lettere, a cura di C. Margueron, Bologna 1990. Le rime sono invece edite in Le rime di Guittone d’Arezzo, a cura di F. Egidi, Bari 1940. Su Guittone ancora fondamentale C. Margueron, Recherches sur Guittone d’Arezzo. Sa vie, son époque, sa culture, Paris 1966, spec. pp. 85-113 per la datazione delle opere e pp. 143-268 per il profilo dei corrispondenti. Ma cfr. anche E. Pasquini, Fra Due e Quattrocento. Cronotipi letterari in Italia, Milano 2012, spec. pp. 34-60, da cui la cit. nel testo a p. 36.
2. Su Guido Guidi cfr. M. Bicchierai, Guidi, Guido, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXI (2004), in rete sul portale Treccani. Dissento dall’autore riguardo alla cronologia dell’attribuzione del soprannome Pace al conte Guidi. Sulla schiatta comitale ha fatto il punto il volume La lunga storia di una stirpe comitale. I conti Guidi fra Romagna e Toscana. Atti del convegno organizzato dai Comuni di Modigliana e Poppi (28-31 agosto 2003), a cura di F. Canaccini, Biblioteca Storica Toscana 57, Firenze 2009. La lettera XI, secondo Margueron, è anteriore all’entrata di Guittone nei Gaudenti; ma è anche molto lontana dai concetti espressi nella canzone XVIII, nella quale Guittone invita ser Orlando da Chiusi a opporsi con le armi alla confisca eseguita a suo danno dal vescovo Guglielmino nel 1261. I toni adoperati dal rimatore aretino paiono di molto anteriori al conflitto di Montaperti e, in generale, al divampare delle tensioni fra Siena e Firenze sul volgere degli anni Cinquanta, temperie in cui il conte Guido parteggiava per la pars ghibellina.
3. Cfr. G. P. Scharf, Potere e società ad Arezzo nel XIII secolo (1214-1312), Spoleto 2013, pp. 96 e sgg. Il «Conte magno» evocato da Guittone sarebbe, secondo Scharf, Guglielmino Ubertini, ma è da preferire l’identificazione con Ildebrando Guidi proposta da Margueron.
4. Sui legami fra Guittone e il Volterrano mi permetto di rimandare a J. Paganelli, Guittone d’Arezzo e la Valdelsa volterrana. Spunti per la ricerca, in «Miscellanea Storica della Valdelsa», CXXII/2 (2016), pp. 157-66. Sulla metafora del lupo impiegata dai Volterrani si veda ASFi, Dipl. Comune di Volterra, 1311 settembre 3.
5. Sui conti Aldobrandeschi è fondamentale S. Collavini, «Honorabilis domus et spetiosissimus comitatus». Gli Aldobrandeschi da “conti” a “principi territoriali” (secoli IX-XIII), Pisa 1998, passim.

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