Angela Zaccara

titolo originale: La lingua inglese tardo-medievale fra tradizione e innovazione: Cristo «passible» e «unpassible» nelle Rivelazioni di Giuliana di Norwich, in “IV Ciclo di Studi Medievali”, Atti del Convegno, Firenze 4-5 Giugno 2018, Arcore (MB) 2018, pp. 280-286.

Questo contributo prende in esame due termini dell’inglese medio (tardo-medievale) e, sulla base di considerazioni linguistico-letterarie e teologiche, ne propone un’originale traduzione nel contesto dell’opera cui appartengono. L’opera è un testo mistico1: composto dall’anacoreta Giuliana di Norwich (ca. 1343-1416), descrive le sedici rivelazioni divine da lei ricevute nel 13732. Giuliana, una delle più grandi mistiche dell’Occidente cristiano, è anche la prima donna a scrivere in prosa inglese: oggi è apprezzata come teologa e per le sua capacità letterarie. I termini oggetto di analisi sono due vocaboli del linguaggio teologico: un aggettivo negativo, «unpassible», e la sua forma positiva, «passible». Giuliana li usa nel secondo testo da lei composto (ca. 1393), frutto della revisione di un precedente testo breve (ca. 1373).
Nei paesi anglosassoni, fin dal primo Novecento, i testi mistici hanno conosciuto un crescente interesse in ambito non più solo ecclesiastico, ma anche accademico, fino a essere integrati nei Medieval Studies. Oggi sono oggetto di studio anche da parte dei critici letterari, orientati a ricostruirne i contesti culturali. Uno studioso in particolare3 ha analizzato la imagery dei testi mistici del tardo Medioevo inglese mostrando come essi innovino, anche attraverso l’uso del volgare –allora emergente come lingua scritta –, il patrimonio di concetti della tradizione mistica ed esegetica latina. Il mio contributo intende inserirsi in questo filone di ricerca ed evidenziare come la rappresentazione letteraria possa nutrirsi delle capacità espressive del volgare.
Dopo le rivelazioni incentrate sulla Passione (I-XII), la rivelazione XIII si apre col dolore di Giuliana per l’esistenza del peccato; Gesù la conforta, rivelando che alla fine dei tempi tutto sarà trasformato in bene (XIII 27-30). Nell’attesa, gli uomini dovrebbero “racchiudersi” in cinque espressioni di speranza (XIII 31): Dio può trasformare tutto in bene, è in grado di farlo, lo farà, vuole farlo e Giuliana stessa vedrà. Quando tutto sarà bene, avrà termine la sete spirituale di Cristo4, cioè il suo desiderio di “racchiudere” in sé l’umanità, perfetta e salva. Riflettendo su questa sete, Giuliana apre una meditazione sulla doppia natura di Cristo, uomo e Dio, che culmina nell’uso dell’aggettivo «unpassible»:

«As aneynst that Cristi is oure hede, he is glorifyed and “vnpassible”; and as anenst his body, in whych alle his membris be knytt, he is nott ʒett fulle glorified ne all “vnpassible”» (XIII 31; 34-36: «In quanto Cristo è nostro capo, egli è glorificato e “incapace di soffrire”; e in quanto al suo corpo, in cui tutte le sue membra sono legate, egli non è ancora pienamente glorificato né del tutto “incapace di soffrire”»).

Il pensiero di Giuliana rientra nell’ortodossia cattolica medievale5: Cristo è incapace di soffrire in quanto Dio, ma capace di soffrire nella sua Passione, in quanto uomo. Va però evidenziato che, nel passo, Giuliana sta parlando della sofferenza di Cristo dopo la Resurrezione: Gesù non è ancora immune da sofferenza sia perché il suo corpo è ancora formato da un’umanità imperfetta6, sia perché condivide, per compassione7, il dolore di questa umanità. La sete spirituale del Risorto, che ha aperto la meditazione, nasce dalla sua capacità di soffrire.
La traduzione di «unpassible» con “incapace di soffrire” è comunemente accettata per via dell’origine e della lunga tradizione del termine. Come indicato in Middle English Dictionary (MED) e New English Dictionary (NED), l’aggettivo «unpassible», forma medio-inglese dei moderni impassible (oggi raro) e impassive, è un prestito straniero del linguaggio teologico8: esso deriva dal latino o direttamente, da impassibilis (cfr. passus, participio passato di pati, “soffrire”), o indirettamente, attraverso la mediazione del francese impassible9. Impassibilis, non presente nel latino classico, è un neologismo cristiano10, usato a partire da Tertulliano (ca. 155-230) e forse da lui coniato; ricorre nelle opere di Ambrogio, Gerolamo, Agostino, Scoto Eriugena, e lo si trova «moderatamente tra gli autori del Medioevo cristiano, da Bonaventura a Tommaso d’Aquino»11. Le discussioni sul suo significato emergono in relazione all’opportunità o meno che esso traduca il concetto stoico espresso dal greco apathès: ciò sottolinea la rilevanza del termine, che evidentemente ha contribuito alla costruzione di un linguaggio della cristianità in rapporto alle culture pagane. Mentre l’apàtheia era attributo dell’uomo, e ne indicava la capacità di sfuggire ai turbamenti del mondo, l’impassibilitas era attributo di Dio, del quale indicava l’incapacità di soffrire; riferito a un uomo, poteva indicarne solo la volontà di imitare Dio attraverso una vita ascetica. Altro aspetto di rilievo è che impassibilis è normalmente usato nei documenti dei Concili per ribadire, anche in funzione antiereticale, la doppia natura di Cristo12.

1. Per una visione d’insieme del misticismo inglese medievale e i riferimenti bibliografici, cfr. S. Fanous, V. Gillespie (a cura di), The Cambridge Companion to Medieval English Mysticism, Cambridge 2011.

  1. L’edizione di riferimento, A Book of Showings to the Anchoress Julian of Norwich, ediz. crit. a cura di E. Colledge, J. Walsh, vol. II, Pontifical Institute for Mediaeval Studies, Toronto 1978, si basa sul manoscritto Paris, BNF, Fonds Anglais 40. Il testo è citato indicando numero (romano) della rivelazione, capitolo e linea. Le traduzioni sono mie, ma è disponibile una recente traduzione italiana: Giuliana di Norwich, Una rivelazione dell’amore, trad. it. di D. Pezzini, III ediz., Áncora, Milano 2015. Il testo lungo si conserva, completo, in due manoscritti principali del Seicento; l’inglese dell’edizione scelta, vicino allo standard, è inglese medio: The Writings of Julian of Norwich: A Vision Showed to a Devout Woman and A Revelation of Love, N. Watson, J. Jenkins (a cura di), University Park (PA) 2006, p. 37.
  2. W. Riehle, The Middle English Mystics, London 1981.
  3. Giuliana aveva visto la sete fisica di Cristo quando egli era in croce (VIII 17).
  4. M.A. Palliser, Christ, our Mother of Mercy: Divine Mercy and Compassion in the Theology of the Shewings of Julian of Norwich, Berlin-New York 1992, p. 176.
  5. 6. B. Pelphrey, Love was his Meaning: The Theology and Mysticism of Julian of Norwich, Salzburg 1982, p. 96.
  6. M.A. Palliser, Christ, our Mother of Mercy cit., p. 185.
  7. Middle English Dictionary, H. Kurath, S. M. Kuhn (a cura di), Ann Arbor 1952–2001, s.vv. unpassibel, passible, impassible: unpassibel significa “esente da sofferenza”, dal latino o francese; impassible è ricondotto al francese; A New English Dictionary on Historical Principles, J. A. H. Murray, H. Bradley, W. A. Craigie, C. T. Onions (a cura di), Oxford 1884–1923, s.v. unpassible. Cfr. anche E. Klein, A Comprehensive Etymological Dictionary of The English Language, London 1966-67, s.v. impassible.
  8. Si tratterebbe di un prestito “adattato”, formato mediante il prefisso della lingua d’arrivo: MED s.v. un– (1).
  9. G. Spinosa, Il lessico filosofico medievale e le sue tipologie, in “Filologia mediolatina: Studies in medieval Latin Texts and their Transmission”, 13, 2006, pp. 103-142, in part. 122-125; G. Spinosa, Translatio Studiorum through Philosophical Terminology, in M. Sgarbi (a cura di), Translatio Studiorum: Ancient, Medieval and Modern Bearers of Intellectual History, Leiden-Boston 2012, pp. 73-90, in part. 85-87; M. Sheridan, From the Nile to the Rhone and Beyond. Studies in Early Monastic Literature and Scriptural Interpretation, Roma 2012, pp. 335-363. Cfr. A. Ernout, A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine. Histoire des mots, Paris 2001, s.v. patior.
  10. G. Spinosa, Il lessico filosofico cit., p.124.
    12. Ad esempio, il Lateranense IV (1215): Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, H. Denzinger, XI ediz., Friburgi Brisgoviae 1911, p. 189.
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