Le chiese del terremoto

L’impressionante serie di scosse che si è verificata nel Centro Italia a partire da agosto non ha solamente colpito le popolazioni, ma anche un patrimonio artistico straordinario, un tessuto complesso poiché risultato dell’incrocio tra culture diverse (quella  umbra, toscana, romana e poi adriatica) e tempi diversi, dalle attestazioni di età romana alle pieve trecentesche fino ai fasti cinque e secenteschi. Non solo i centri di Norcia e Amatrice, ma anche un insieme eterogeneo di realtà minori, da Ussita a Visso, da Sarnano ad Amandola, fino alla valle del Chienti: ognuno di questi luoghi ha dovuto stilare la lista dei suoi feriti e (purtroppo) anche dei caduti.

Il nostro Gruppo di Ricerca, profondamente impressionato dalla tragedia del sisma, ha attivato nel 2016 il progetto Le chiese del terremoto, con l’obiettivo di creare un percorso virtuale ed interattivo attraverso la ricostruzione tridimensionale di alcuni dei luoghi simbolo di questo drammatico evento. Dalla Basilica di San Benedetto a Norcia, fino alla meno conosciuta Santi Pietro e Lorenzo di Accumoli, il progetto restituisce idealmente ad ogni edificio il suo aspetto originale, con lo scopo fondamentale di portare alla conoscenza del grande pubblico la ricchezza di un territorio spesso poco conosciuto.
I modelli sono il prodotto di una elaborazione digitale basata sui documenti fotografici in parte in nostro possesso, ed in parte tratti dall’indispensabile strumento Google Street View. Raccolte le immagini, scattate spesso in condizioni di luce sfavorevole o da angolazioni proibitive, sono state trasformate in elementi ortogonali,  poi assemblati in un modello virtuale. Ogni elemento architettonico, anche il più piccolo rilievo, è stato preso in considerazione, affinché il risultato finale potesse essere il più vicino possibile alla realtà.
Una volta terminato il processo, l’elaborato è stato caricato sulla nostra piattaforma di condivisione: l’utente è così in grado di interagire con il modello attraverso l’uso del mouse o, se provvisto di apposito device, di guardare il modello in VR (Virtual Reality). L’esperienza che potrà dunque fare sarà più ricca e più soddisfacente della semplice osservazione di foto bidimensionali.
Il progetto è in continuo aggiornamento: purtroppo, allontanandosi dai luoghi simbolo della tragedia, come Norcia o Amatrice, si scoprono piccole chiese rurali, pievi, abbazie meno note, che sono state duramente colpite dal sisma, e che sarà necessario recensire al più presto.

La speranza è che questo lavoro di ricerca possa essere uno strumento valido per sensibilizzare il grande pubblico sul problema, mai attuale come oggi, della conoscenza e della difesa del patrimonio culturale. La nostra ambizione è quella di integrare il percorso con le esperienze degli utenti, quindi con i loro ricordi legati a luoghi che il sisma ha trasformato o cancellato: immagini, frasi, aneddoti per creare una vera e propria mappa mentale della memoria, e raccontare un territorio che deve tornare ad essere quello di prima attraverso l’impegno e la partecipazione di tutti.

[wpgmza id="1"]
La basilica di San Benedetto è un importante luogo di culto cattolico di Norcia, in provincia di Perugia, situato nel centro storico della città; rientra all’interno del territorio della parrocchia di Santa Maria nella Concattedrale, appartenente all’arcidiocesi di Spoleto-Norcia.
La primitiva basilica fu costruita presso la casa natale di San Benedetto. L’impianto attuale risale al XIII secolo, quando fu notevolmente ampliata. Nel XVI secolo un terremoto danneggiò la struttura, che fu restaurata all’interno in forme barocche. Soltanto la cripta rimase allo stato originale. Il terremoto dell’Aquila del 1703 distrusse il campanile, ricostruito poi sui canoni del precedente medievale. La basilica ha sempre continuato a soffrire sino ad oggi per i danneggiamenti di vari terremoti. Nel 1979 fu danneggiata, e lesionata notevolmente nel terremoto di Umbria e Marche del 1997. Allora fu sottoposta a restauro, assieme a tutta Norcia, e fu riaperta in occasione del Giubileo del 2000. Nuove gravi scosse di terremoto di magnitudo 6.0 e 6.5 tra il 24 agosto e il 30 ottobre 2016 hanno comportato il crollo quasi totale della struttura. Il 30 ottobre la scossa maggiore delle 7:41 fece crollare il massiccio campanile sulla chiesa, distruggendone gran parte del corpo centrale. In piedi invece sono rimaste la facciata gotica e l’abside.

La basilica sorge su quella che secondo la tradizione era la casa natale dei santi Benedetto e Scolastica, nati nel 480 da una nobile famiglia, come riferisce san Gregorio Magno nei suoi Dialoghi. Nel giugno del 1966 papa Paolo VI la elevò alla dignità di basilica minore. Dal 2 dicembre 2000 è sede della comunità monastica maschile benedettina Maria Sedes Sapientiæ.

La basilica è in gran parte crollata in seguito al violento sisma del 30 ottobre 2016. Soltanto la facciata, l’abside e parte delle navate si sono conservate.

La facciata, a capanna, presenta un paramento murario in blocchi lapidei e coronamento apicale di forma triangolare. Nella parte inferiore del prospetto si apre un unico portale, strombato e sormontato da una lunetta ogivale con gruppo scultoreo raffigurante la Madonna col Bambino fra due angeli adoranti; ai lati, entro altrettanti tabernacoli, vi sono due statue, San Benedetto (a destra) e Santa Scolastica (a sinistra). Ai lati del rosone, quattro bassorilievi raffiguranti i simboli degli Evangelisti. La facciata era sormontata da due pinnacoli e da una croce marmorei, rimossi in via precauzionale dopo il sisma del 26 ottobre 2016.

I muri laterali furono ricondotti ad un’altezza unica durante il restauro che finì nel 1958; si demolirono allora le volte a vela del portico laterale e si mise in luce il portale a sesto acuto assieme alle strutture di tre finestre superiori appartenenti alla fabbrica trecentesca. Il portico delle Misure fu addossato alla fiancata destra della chiesa verso il 1570 per volontà del Comune e delle autorità ecclesiastiche, con lo scopo di creare una specie di mercato coperto dei cereali. La fiancata oltre il campanile, in corrispondenza del transetto è rinforzata da una speronatura entro la quale si apre un’edicola con affresco raffigurante la Madonna con Gesù Bambino di pittore tardogotico, che era stato restaurato nel 1975.

La chiesa di Sant’Agostino è una chiesa cattolica quattrocentesca, eretta dai monaci agostiniani nel 1428, e situata ad Amatrice, in provincia di Rieti. La chiesa si trova a 955 m s.l.m., all’estremità sud orientale della cittadina.
La chiesa fu eretta ad opera dei monaci Agostiniani nel 1428 e intitolata a San Nicola di Bari. La targa sulla facciata attribuisce la costruzione all’architetto Giovanni dell’Amatrice. Inizialmente sorgeva accanto alla Porta Carbonara (ancora esistente) e ai torrioni del fortino che insieme alle mura protesse la cittadina fino al 1528, anno in cui Amatrice venne messa a ferro e fuoco da Carlo V.

Affresco dell’Annunciazione datato 1491

Nel XVIII secolo la chiesa venne dedicata a Sant’Agostino.

Nel 1580 e nel 1781, gli interni e parte dell’antica abside vennero distrutti da un incendio; furono richiesti più lavori per rimediare ai danni, negli anni 1830, 1847, 1857, 1894 e anche più tardi. Nel 1845 la volta venne abbattuta perché pericolante e la chiesa venne imbiancata.

Nel 1821, il fonditore Pasquale della Noce rifuse la campana piccola, di 271 libbre; nel 1854toccò invece alla campana più grande da 5000 libbre, ad opera del maestro di campane Nicola Marinelli di Gagliano.

Nel 1825, nel 1854 e nel XX secolo, la torre campanaria venne restaurata perché a rischio crollo.

Nel 1894, vennero ritrovati tre affreschi, due dei quali di fine XV secolo.

La chiesa danneggiata dal terremoto del 2016

Nella prima metà degli anni trenta del Novecento, l’antica finestra rettangolare al centro della facciata venne sostituita con un rosone.

Nel corso del Novecento sono stati necessari nuovi lavori di restauro per la facciata e il campanile.

Il 24 agosto 2016, a seguito del terremoto che ha colpito l’Italia centrale, gran parte della chiesa è crollata. La torre campanaria era rimasta in piedi fino al 18 gennaio 2017, ma è poi crollata in seguito a tre scosse di terremoto registrate in mattinata nell’arco di un’ora. Il 29 gennaio 2017, in seguito ad un’altra scossa di terremoto, è crollata anche la parete destra della chiesa.

La facciata è realizzata con la pietra arenaria, tipica della zona, e venne modificata nella parte superiore secondo canoni rinascimentali. Il portale d’ingresso è romanico ogivale in marmo; sui capitelli sono rappresentati un orso (a sinistra) e una cariatide (a destra) che sorreggono le basi delle cuspidi. La lunetta era adornata da sculture della Madonna e dell’Arcangelo Gabriele, trafugate nel XX secolo. Sull’architrave del portale è riportata in caratteri gotici la data A.D. MCCCCXXVIII (1428) e lo stemma di Amatrice.

Al centro della facciata, il rosone del 1930. Poco sotto, una lapide raffigura l’antico stemma della chiesa e riporta in caratteri gotici la scritta Maestro Giovanni di Amatrice dell’ordine D… fece fare quest’opera” (in latino).

A destra della chiesa si trova il campanile a sezione rettangolare di 34 m.

Su ogni lato, una coppia di grandi finestre oblunghi, con coronamento ad arcatelle e lesene di rinforzo unite a sesto acuto.

L’interno è stato rifatto nel Settecento e presenta solo pochi elementi degni di nota. Sul lato sinistro, sono presenti tre affreschi:

  • l’Annunciazione: risale alla fine del XV secolo e probabilmente è opera di Carlo Crivelli (una corrente di pensiero l’attribuisce invece a Dionisio Cappelli). Un’iscrizione riporta anche il nome del committente e la data: 1491;
  • Madonna in trono con il Bambino: datata 1497, è possibile intravedere alcune figure appartenenti a un dipinto più antico, sopra il quale venne realizzato quello oggi visibile;
  • Madonna del Rosario: è sicuramente posteriore ai precedenti perché vi sono rappresentati San Domenico e Santa Caterina, soggetti tipici dell’iconografia domenicana e non degli Agostiniani.

Sul lato destro, è esposta una Via Crucis costituita da 14 altorilievi in terracotta.

La chiesa di San Salvatore si trova a Campi frazione di Norcia, nei pressi della sorgente del torrente Campiano.
Numerosi frammenti fittili, architettonici ed epigrafici, in gran parte catalogati da Theodor Mommsen nel IX volume del CIL, furono ritrovati nell’ampia Valle Castoriana, ricordata anche da Gregorio Magno nei suoi Dialoghi. Una civitas sabina, poi romana e altomedievale, distrutta dai barbari, ma un tempo ricca e fiorente, si era insediata nei pressi di un importante crocevia, la via Nursina che da Spoleto arrivava a Norcia, congiungeva Visso e, dopo aver attraversato la Forca di Ancarano, discendeva verso la costa adriatica.

In uno slargo lungo questa importante via di comunicazione venne costruita la pieve romanica, grande appena un quarto della chiesa arrivata fino a noi. Prese il posto di un edificio romano preesistente, un tempietto pagano che, all’avvento del cristianesimo, fu dedicato a Santa Maria. Prima del crollo l’età romana era segnalata da interi blocchi romani, presenti su tutta la parete esterna sinistra, e da sarcofagi, piccoli frontoni ed epigrafi di spoglio ritrovati dinanzi alla chiesa in occasione del restauro del 1969. Fino al 1493 fu amministrata dai monaci benedettini che già nel 1115 ne documentarono l’esistenza citandola tra le dipendenze della vicina abbazia di Sant’Eutizio di Preci, come “Plebs S. Marie de Cample cum earum pertinentiis et decimis et aliis pertinentiis” e come “Plebania S. M. de Camplo”. Da essa dipendevano le chiese di Santa Lucia, di San Leonardo e di Sant’Andrea di Campi. I monaci ne curarono la completa decorazione resa possibile dalle elemosine dei fedeli che si erano tassati per rendere più bella la loro pieve.

Una prima ricostruzione avvenne al principio del XIV secolo, dopo il terremoto del 1328: fu allungata l’unica navata con tetto a capanna; in fondo fu elevato il presbiterio; la facciata venne arricchita di un nuovo portale ad arco ogivale ornato con l’agnello crucigero dell’ordine di San Benedetto. Conseguentemente all’aumento della popolazione, alla fine del XV secolo, ci fu un ulteriore ingrandimento: l’antica pieve venne raccordata con un’altra aula eretta sulla destra in posizione simmetrica. Fu di questo periodo la dedicazione a San Salvatore e la trasformazione in chiesa “extra moenia” del Castello di Campi, dopo che dai benedettini venne ceduta alla Comunità di “Campli” e assoggetta alla parrocchia di Sant’Andrea del Castello nel 1493. Da allora più volte venne danneggiata da altri terremoti e più volte ristrutturata o rabberciata.

Entrambe le aule condividevano un unico prospetto, un’unica copertura a due lunghi spioventi e cinque massicci pilastri centrali quadrangolari, ricavati dall’antico muro perimetrale destro. Sul portale destro era visibile l’incisione 1491, probabilmente l’anno di completamento dei lavori. L’edificio era costruito interamente in pietre squadrate; la facciata era simmetrica con due rosoni a trafori e due portali a sesto acuto ricchi di intagli; uno stretto portico medievale li univa, sorretto da un’unica tozza colonna centrale a due ante. Il portale di destra, a due rincassi con colonnina a spirale, e il rosone corrispondente erano molto più ricchi di quelli di sinistra, lato che però vantava più accuratezza e omogeneità nella cortina muraria. Il muro di destra, scandito da quattro monofore a sguancio, presentava un andamento a scarpa che terminava con un’alta torre campanaria in pietre conce ben levigate, iniziata da maestri locali nel quattrocento, ma portata a termine da maestri lombardi intorno al 1538; era composta da tre ordini che si innalzavano da un basamento modanato, con cinque piccole finestre a strombo; era priva di cuspide, andata distrutta durante il terremoto del 1859.
Dopo il sisma del 2016, del campanile resta solo il basamento. Anche il piccolo cimitero adiacente è stato pesantemente danneggiato.

Internamente il pavimento di destra, datato 1528, era lastricato a schiazze, cioè con pietre locali rettangolari di varia misura e di diverse tonalità di colore. In alto: tetto a tegole a sinistra, volte a crociera e costoloni a destra. Il fonte battesimale di tipo a immersione, forse un’ara romana, era stato chiuso da un tondo intarsiato e intagliato, poi custodito nella casa parrocchiale fin dai primi anni settanta per proteggerlo dai furti. Le navate erano due spartite da cinque pilastri: quella di destra spoglia di qualsiasi decorazione, conservava sul pavimento inciso il progetto mai realizzato di una parte del campanile. Quella di sinistra era affrescata fin dietro l’altare e, circa a metà, era attraversata da un’iconostasi costruita nel 1463.

Arco Trionfale

Iconostasi. Dettaglio

Antonio Sparapane Dottori della Chiesa

Interno

Sparapane. La Resurrezione

Crocefissione, affresco del presbiterio sinistro
La Chiesa di Sant’Antonio sorge in frazione Borgo: venne eretta nel 1349 su un fondo del Capitolo lateranense dal quale dipese per molti anni.
L’ingresso alla chiesa è preceduto da un portico che venne ricostruito dopo il 1858 visto che il precedente crollò il 25 agosto dello stesso anno a causa dello straripamento di un fosso che provocò una violenta alluvione.

La chiesa presenta un portale in pietra bianca realizzato nel 1513 da un ignoto artista lombardo sul cui architrave è inciso il nome del priore e dei committenti dell’opera.

L’interno, a croce latina ed a unica navata, venne restaurato nel 1952 e conserva un altare barocco del 1600 mentre nell’abside è possibile ammirare un Crocifisso ligneo del XVI secolo, opera di intagliatori vissani.

Nel 1953 Padre Guido d’Assisi decorò le pareti e la volta del presbiterio con angeli, Buon Pastore ed i simboli degli Evangelisti, affiancati a motivi geometrici e floreali stilizzati. Lo stesso artista decorò l’arco trionfale e l’interno della nicchia sulla parete di fondo del presbiterio.

Il 26 settembre del 1997 ha inizio una serie di violente scosse sismiche che provocò lesioni e distacchi di alcune parti dell’edificio. Furono immediatamente realizzati dei lavori che permisero di mettere in sicurezza la struttura ed il 6 agosto del 1999, la Conferenza di Servizi approvò il progetto di restauro delle parti lesionate.

Santa Maria in Pantano è una chiesa romanica che sorge a 1159 mt. s.l.m. e raggiungibile solamente dopo 30-40 minuti di cammino provenendo da Colle di Montegallo.
La più antica attestazione di Santa Maria in Pantano è la conferma della giurisdizione sulla “Graciam de Pantano” presente nel diploma concesso da Federico II nel 1223 a Margherita badessa del monastero ascolano dei SS Matteo ed Antonio di Campo Parignano. La grancia, ossia un’azienda agraria che si colloca in un territorio e ne diventa un caposaldo economico ed organizzativo, è l’unità tipica del processo di espansione dei Cistercensi; quindi S. Maria in Pantano fu parte integrante della realtà insediativa tipica del movimento cistercense. Le sue origini non sono databili in modo preciso, però più volte ci si riferiva alla notizia della sua fondazione ad opera del Vescovo ascolano Audere o Auclere (745-780) ma al riguardo non ci sono documentazioni.
L’alta qualità e singolarità degli affreschi di Martino Bonfini che si trovano all’interno può solo riconfermare il forte valore simbolico goduto dalla Chiesa non solo per la sua felice collocazione geostorica ma anche per il rapporto che essa aveva stabilito con un forte tessuto di credenze e tradizione, ben vive nell’area dei Sibillini almeno sin dal XV sec.
Un piccolo edificio ad aula unica risalente al XII secolo.
Santa Maria Assunta fu edificata in stile romanico nel ‘300 sulle fondamenta di un antico edificio di culto che, da alcuni elementi stilistici ancora oggi visibili, dovrebbe risalire all’anno Mille.
La chiesa subì importanti lavori di restauro nel 1915 a cura del Cardinal Gasparri che ordinò di rifare la facciata su disegno dell’architetto Aristide Leonori. Presenta quindi una facciata in pietra con portale ogivale sorretto da due colonnine, un rosone al centro e due finestre laterali a cuspide.

L’interno, a unica navata, conserva un fonte battesimale in pietra calcarea grigia lavorata del 1390 ed alcuni affreschi del XV e XVI secolo attribuiti a Paolo da Visso e a Camillo e Fabio Angelucci, tra cui un bel quadro raffigurante l’Assunzione posto dietro l’altare maggiore.

All’interno della Cappella del Santissimo Sacramento, in una nicchia chiusa da un pesante drappo rosso, è custodito un Crocifisso ligneo del ‘300.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Reset della password
Per favore inserisci la tua email. Riceverai una nuova password via email.